| Heimdall's profileBifrostPhotosBlogLists | Help |
|
I diari, le riflessioni e le notizie dei miei amici, virtuali e non
|
BifrostGira pilota, recuperiamo il cielo ad alta quota. November 08 - Se fossi un personaggio storico, chi saresti? - Bud Spencer, o Terence Hill...Una delle grandi sfide per i movimenti progressisti novecenteschi è stata quella legata all'alfabetizzazione delle masse. Nei testi di storia ho letto con commozione delle "biblioteche socialiste", piccoli allestimenti temporanei, generalmente minuscoli carrettini carichi di volumi che girovagavano per i borghi del centro e nord Italia all'inizio del secolo scorso prestando libri gratuitamente. Le grandi raccolte di libri erano nelle città, spesso rinchiuse negli oscuri penetrali dei palazzi signorili. Queste piccole realtà erano invece realizzate grazie al coraggio e alla passione di gente che spendeva il proprio tempo - e sovente il proprio denaro - per compiere una minutissima opera quotidiana, giorno per giorno, paese per paese, con l'altissimo fine di acculturare chi non aveva i soldi per acquistare libri. Non era opera compiuta con fini economici, ma a solo scopo di filantropia e di riscatto sociale degli umili. Mia madre ha potuto studiare solo fino alla quinta elementare; ricorda i suoi bei temi di scuola con un misto di dolcezza e risentimento. Rammenta con giusto orgoglio gli ottimi voti in "lingua italiana" e in "bella grafia", rievoca con rabbia quella maestra della bassa bergamasca che sessantacinque anni fa diceva a lei e ai suoi compagni di classe che non si dannassero l'anima più di tanto, ché tanto non avrebbero comunque proseguito gli studi, "non sarebbero andati avanti", in nessun senso. Lei avrebbe voluto fare la giornalista, oppure la modista. Dovette andare a lavorare come infermiera generica in un ospedale psichiatrico, lontano da casa, gestito da suore tiranniche che neanche in un romanzo di appendice. Un lavoro che detestava, ma l'unico che era disponibile al momento, peraltro grazie alla raccomandazione del prete del paese. Un amico mi narrava di sua nonna, domestica al servizio in casa di nobili, che gli diceva, parlando del suo primo voto, nel 1946: "A mi la ma piaseva quela roba lì dela demucrasìa, parché el me vodu al vareva instèss di quel di sciuri!" [A me piaceva quella roba lì, la democrazia, perché il mio voto aveva lo stesso valore di quello dei signori]. Queste sono state e sono tuttora le grandi sfide della democrazia. Ora si festeggiano i vent'anni dalla caduta del muro di Berlino. All'epoca avevo diciassette anni e fui il primo a gioirne. Ora, con la ricorrenza dell'anniversario, assisto con sconforto alla gara a prendere a calci il cadavere del comunismo e, con esso, di tutti i movimenti libertari otto e novecenteschi. Con vuoto esercizio di retorica ci si affanna a gridare al lupo, ma chi lo fa in realtà non si sta difendendo da un nemico geo-politico che non rappresenta più una minaccia strategica da almeno vent'anni, se non trenta. Sta negando il contenuto delle lotte che hanno visto come protagoniste tutte quelle persone che quelle battaglie le hanno combattute in nome di un'idea. Non fanno paura Stalin, Breznev, Honecker; fanno paura l'eguaglianza, il diritto, la mobilità sociale - e sopratutto la cultura, che del forziere delle libertà è la chiave preziosa. Negli anni che scioccamente e frettolosamente sono stati etichettati come "fine della Storia" (occhio alle maiuscole), in realtà, molte delle mie idee democratiche ed egualitarie sono state messe a dura prova: quello che non sono riusciti a fare Bava-Beccaris, l'OVRA, Mario Scelba, Henry Kissinger - distruggere le idee di riscatto sociale - sta riuscendo a causa della stupidità di questi anni, a causa dei contenuti e dell'esistenza stessa di idiozie mediatiche come il Grande
Fratello. Come sanno, o sperano, tutti coloro i quali hanno letto "Fahrenheit 451", se la cultura viene proibita state pur sicuri che essa fiorirà in clandestinità ancora più rigogliosa. Se però va fuori moda, non c'è movimento che la possa salvare. Vedere per credere il video messo in giro dalla Gialappa's in questi giorni che immortala gente che ha preso parte ai provini per la nefanda trasmissione televisiva. Se questi sono gli esclusi non oso immaginarmi chi hanno preso... Questa non è gente che è ignorante perché
non ha avuto la possibilità di studiare. Questi sono bestie orgogliose
e consapevoli della loro condizione, del tutto intenzionati a perpetuarla; gente che aspira a prendere parte ad una kermesse tutta mediatica in cui non è necessario saper fare alcunché, basta apparire per essere. E lo sconforto sale. Chissà cosa direbbero quelli delle biblioteche socialiste.
November 04 Il crocifisso o una questione di identitàScherza coi fanti, ma lascia stare i santi. In Italia non si può mai discutere garbatamente di questioni che in qualche modo toccano la religione. In particolare, negli ultimi anni, l'assenza di un referente unico per il dialogo con l'altra sponda del Tevere (leggi: Democrazia Cristiana) ha portato i nostri sempre più squallidi rappresentanti istituzionali a sgomitare tra loro per accorrere scodinzolanti a baciare la pantofola papale. La loro speranza (o illusione) è naturalmente quella di accalappiare una manciata di voti in più; la certezza è che questo ha portato la nostra già trista classe politica a essere la più conformista d'Europa. A cascata si sono adeguati i media - mai abbastanza servili - e, in ultima istanza, la gente comune. Così capita di ascoltare o leggere pareri alquanto curiosi, capriole argomentative del tipo: io non vado a messa ma il crocifisso è il simbolo delle mie tradizioni e va lasciato dove sta, in fondo non fa male a nessuno. Complimenti per la coerenza e per la profondità degli argomenti portati. Insomma si tratta di una "innocua tradizione" (cit. Bersani, ex comunista, segretario del principale partito di opposizione). Il governo presieduto dall'"utente finale" delle escort, siccome il papa gli fa le occhiatacce, tenta di recuperare punti e corre a difendere la morale pubblica (offesa da tangenti, baldracche e raccomandazioni) promettendo un pronto ricorso verso la sentenza di ieri della Corte Europea che, a ben guardare, è frutto di semplice buon senso e di una serie di passaggi logici ampiamente condivisibili (a mio modesto avviso). Vi si dice infatti: il crocifisso è il simbolo di una religione; il fatto che sia affisso in un edificio pubblico connota quello stesso edificio come appartenente ad una religione; chi vuole educare i suoi figli al di fuori dell'ambito di quella religione si sente limitato in questa sua libertà. Dov'è il problema in tutto questo, gente? La smettiamo di nasconderci dietro un dito? Quello che sino a qualche anno fa era considerato (giustamente) un simbolo che identificava senza mezzi termini una particolare religione è passato - con un incredibile paralogismo - a rappresentare l'intero patrimonio di culture e tradizioni italiane. Qualcuno si spinge alla finezza di affermare che la Costituzione della Repubblica Italiana ci identifica come un paese cattolico. Rileggetevi gli art. 7 e 8: non c'è nulla del genere. Si parla solo di parità tra tutte le religioni e del fatto che "lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani." Ho sempre ritenuto svilenti queste affermazioni identitarie fatte con il preciso intento di escludere qualcuno dal novero. La cultura e, se vogliamo, il genoma stesso degli italiani è "meticcio", e lo dico con la migliore accezione che questo termine possa rivestire. La nostra penisola è stata attraversata nei millenni, letteralmente da centinaia di migrazioni. Alcune pacifiche, la maggior parte no. Noi, ci piaccia o no, siamo figli di ciascuna di esse: figli di invasori, di razziatori, di conquistatori, di predoni. Eppure che meraviglia il calderone culturale nel quale sono cresciuti Dante, Petrarca, Machiavelli, Lorenzo il Magnifico, Michelangelo, Leonardo, Galileo, Beccaria, Verri, Lombroso, Peano, Marconi, Calvino, Montale. Personalmente ritengo che il crocifisso non mi rappresenti più di quanto non lo facciano tutti costoro, ma anche quelli che in qualche modo sono confluiti nel nostro pensiero, nella nostra filosofia, nella nostra letteratura, nella nostra scienza: Omero, Platone, Aristotele, Seneca, Avicenna, Maimonide, Giordano Bruno, Newton, Montesquieu, Voltaire, Darwin, Nietzsche, Freud, Planck, Einstein. Mi si dice: ognuno la pensi come vuole, ma nessuno comandi a casa nostra. Si arriva persino a criticare la cittadina italiana che ha avuto l'ardire di sollevare la questione dinnanzi alla Corte perché di origine finlandese, apostrofandola con inviti ad andare "a rompere le palle" a casa sua. Tutte cose lette e sentite, eh! non mi sto inventando niente! Allora mettiamola così: io la penso come voglio ed esigo di poter continuare a farlo. E l'unico presupposto affinché ciò mi sia permesso è la laicità dello stato. Intendiamoci sulle parole: ho scritto "laicità", non "ateismo" dello stato. Non voglio uno stato che neghi le religioni, ma uno stato che le consenta tutte. Allora è il caso di continuare a farsela qualche domanda, anziché tranciare il tutto con un "piantiamola qui e ognuno rimanga della sua idea". Ci poniamo con fare provocatorio la solita questione sul perché gli altri a casa nostra possono fare quello che noi non possiamo fare a casa loro? Se vi basta fare la domanda perché volete inveire contro qualcuno, allora finitela pure qui di leggere. Se siete interessati a una risposta, ne propongo una che a me pare lampante, ad altri non so. Se pensiamo di poterlo fare per il banale motivo che "ciascuno è padrone a casa propria" ci rinchiudiamo in una mentalità provinciale e, se me lo si consente, abbastanza meschina. A quel punto diventa un po' come fare il tifo per una squadra di calcio: la mia è la migliore perché è la mia, punto e basta; le altre affondino pure. Era rigore perché era rigore, arbitro venduto e cose così. Allora appendo nelle aule scolastiche il gagliardetto dell'Inter, sostengo che quella sia la tradizione, vi argomento che tutto sommato non nuoce a nessuno e poi vediamo cosa mi dite (soprattutto se siete gobbi o milanisti La differenza sostanziale della quale dovremmo invece essere ben consapevoli è che nella cultura occidentale c'è il germe della tolleranza. È contemplato che l' "altro" (qualunque "altro" esso sia) abbia il diritto di esistere e di praticare in libertà le proprie idee, fin quando esse non nuocciano alla mera esistenza del consesso civile in quanto tale. Ma insomma: se altrove esiste la legge del taglione, per sentirci migliori dovremmo applicarla anche noi? Intendiamoci: secondo me si tratta non solo di una visione tollerante, ma anche lungimirante proprio per la conservazione del consesso sociale esso medesimo, giusto perché evita di iniziare la sterile gara a chi è più bravo e, soprattutto, evita la chiusura in controsocietà o, in termini più correnti, previene la formazione di ghetti la qual cosa, come insegna la storia, è sempre il preludio di atti spiacevoli, da parte di chi ghettizza o da quella di chi è ghettizzato - se nel tempo diviene più forte e numeroso. La migrazione di popoli è un fenomeno ineludibile, è una costante della storia: non la si ferma con le leggi, né con le barriere, né con le cannonate. Noi siamo meno numerosi e più ricchi della media di chi si trasferisce qui. Ma lo siamo perché abbiamo, nel tempo, accumulato ricchezza sottratta alle nazioni di coloro i quali vengono a domandarcene una parte. È vero: così è caduto l'impero romano, ma il 23 agosto del 476 d.C. non è finito il mondo. La cultura, la civiltà, le persone, la religione si sono evolute, hanno dato frutti nuovi e diversi. L'islam ha prodotto i talebani e le torri gemelle, d'accordo, ma anche Avicenna, Averroè, Omar Khayyam, Al-Kwaritzmi, tanto per citare i primi nomi a caso che mi vengono in mente. Il cristianesimo, di cui il crocifisso è simbolo (è inutile nascondersi dietro un dito) ha prodotto Francesco d'Assisi, Giovanni Bosco, la cappella sistina e la messa in Requiem di Mozart, di cui è giusto andare orgogliosi, ma anche le Crociate, l'Inquisizione, la caccia alle streghe, il rogo di Giordano Bruno, la scomunica di Galileo, i milioni di indios sudamericani morti ammazzati nel XVI secolo, la deportazione dei Sassoni ad opera del "cristianissimo" Carlo Magno; tutti fatti che forse tendiamo a rimuovere, ma che dovremmo avere ben presenti. Chi valorizza le proprie radici fa bene. Chi difende la propria identità dovrebbe però interrogarsi su quale essa sia. La società italiana (o francese, o tedesca, o americana, o norvegese) è quella del 2009? O "quella vera" era quella del 1950? O del 1910? O del 1850? La realtà è che sono vere tutte queste risposte e non ne è vera nessuna: l'"identità" è un fenomeno dinamico, una realtà in movimento, in continuo divenire, che cambia ogni giorno e che è resa reale da tutti coloro i quali vi concorrono. Non la si può congelare in una sterile istantanea, perché questa sarebbe già vecchia e polverosa un istante dopo averla scattata, in quanto superata dagli eventi. No: non fa bene a nessuno fare a gara a chi è più bravo e chi più cattivo. Ma non fa bene neanche rimanere a guardare il proprio ombelico, perché la Storia avanza, e se ne rimane travolti. La storia non si giudica: semmai si comprende (o si tenta di farlo). E, ogni tanto, questa comprensione dovrebbe servirci a imparare qualcosa. October 15 Cacciate la Binetti
Paola Binetti va cacciata dal Pd: serenamente e pacatamente. Non per rigurgiti di stalinismo ma perché è una donna coerente. La Binetti è una persona umanamente corretta, convinta dei suoi valori. Non è disposta a compromessi. Ma siccome i valori che considera irrinunciabili sono esattamente antitetici a quelli della comunità che deve rappresentare, cessa di essere un problema di libertà di coscienza e diventa una minaccia. Si dice: dovrebbe andarsene lei. E se non vuole? Anche in questo è coerente: per lei combattere la laicità del Pd è una missione, da attuare con fede crociata. La Binetti sta nel Pd con lo stesso spirito con in quale si autoinfligge il cilicio: un dolore è un giusto pegno di testimonianza fra gli infedeli. L’idea che cacciarla sarebbe uno strappo al Dna democratico è una fesseria. Ogni corpo che aspiri ad avere una identità deve tenere fuori chi afferma l’identità contraria. Si possono espellere un antisemita o un negazionista dal Pd? Certo. Dunque anche un omofobo. Chi nel terzo millennio crede che omossessualità e diversità siano “malattie”. La Binetti diventerà una martire, dicono i buonisti. I martiri sono quelli che in Italia muoiono appesi ai tubi, o vedono negato il loro diritto ad amarsi perché diversi. E se martirio fosse statene certi: a Paola non dispiace. October 12 Le disgrazie sono di sinistraMassimo Gramellini secondo me è un genio. Vi invito a leggere tutti i suoi "Buongiorno" sul sito della Stampa. Le disgrazie sono di sinistra da "La Stampa" dell'8 ottobre 2009. Dopo il proclama del Capo, il quadro è finalmente chiaro. I magistrati sono di sinistra, e questo già si sapeva. La tv pubblica, eccetto Topo Gigio, è di sinistra. Il 72% dei giornali è di sinistra (non il 71 e nemmeno il 73: il 72, l’ha detto Lui). La Corte Costituzionale è di sinistra, il Quirinale è di sinistra, gli arbitri in genere sono di sinistra, e anche i vigili che danno le multe sono di sinistra, i professori che rifilano 4 a mio figlio sono di sinistra, il vicino di casa che appesta il pianerottolo con la sua frittura è di sinistra, la signora che mi ha scippato il parcheggio è di sinistra, come la Regina di Biancaneve, Veronica Lario e la Costituzione: tutte di sinistra. La sveglia alle sette è di sinistra, la barba da radere è di sinistra, il caffè amaro è di sinistra, i calzini bucati e gli ingorghi al semaforo sono di sinistra, il capufficio odioso è di sinistra, la moglie che mi ricorda le commissioni da fare è di estrema sinistra. Il Superenalotto è di sinistra, altrimenti vincerei. Gli stranieri, i comici, i miliardari e i gatti neri sono di sinistra. Le escort sono di sinistra, ma solo quelle che chiacchierano, naturalmente. Cavour era di sinistra, come Montanelli e Barbarossa, del resto. Fini è di sinistra e pure le previsioni del tempo, se segnalano pioggia. Persino io, quando non digerisco la peperonata, divento di sinistra. Da noi l’unica disgrazia che non sia di sinistra è la sinistra. P.S. Viva l’Italia, viva Berlusconi! (anche questo l’ha detto Lui). October 08 In guerra contro tuttiL'editoriale di Paolo Flores d’Arcais - da "Il Fatto Quotidiano" del 9 ottobre IN GUERRA CONTRO TUTTI - BERLUSCONI: IL POPOLO È CON ME L’attacco Finale Berlusconi ha dichiarato guerra alla democrazia liberale. Questo, e nulla di meno, rappresenta l’insieme di ingiurie che ha vomitato, prima a caldo e poi a freddo, contro la Corte Costituzionale, cioè il supremo arbitro della legalità repubblicana (e contro il presidente Napolitano). Se Obama si permettesse contro la Corte Suprema anche un decimo delle volgarità berlusconiane, l’impeachment scatterebbe dopo cinque minuti, richiesto a gran voce da maggioranza e opposizione e dal coro indignato dei media. La democrazia liberale, infatti, a differenza di quella giacobina, si basa sul “governo limitato”, cioè su un esecutivo che non può mai esondare i limiti della Costituzione, quale che sia il consenso popolare di cui gode. E l’argine contro ogni tentazione dispotica è appunto la Corte Suprema, la Corte Costituzionale, la sua autonomia e superiorità rispetto al governo. Per Berlusconi tutto questo è ostrogoto. La divisione dei poteri, cioè l’autonomia della magistratura e dell’informazione, pilastri della moderna vita democratica, gli risulta incomprensibile. Pensa davvero che il voto o il sondaggio lo rendano padrone e signore dello Stato, che infatti non chiama Repubblica italiana ma “azienda Italia”. E ora, di fronte ad una Corte Costituzionale che non si è piegata né a lusinghe né a intimidazioni, ha deciso di lanciare l’attacco definitivo: una legge che metta al guinzaglio i magistrati (visto che i media al guinzaglio li ha già). Berlusconi è posseduto da una incontenibile pulsione totalitaria. E ha deciso che è venuto il momento di soddisfare questo suo vizio fino in fondo, di emulare “l’amico Putin”, che resta il suo modello. Ma a differenza della Russia, asservita agli oligarchi, vuole l’Italia asservita ad un solo satrapo, se stesso. Gianfranco Fini ha “preso le distanze”, ma ci vuole ben altro, per fermare un progetto dichiarato di squadrismo anti-istituzionale. Il Partito democratico ha blaterato che “risponderà con le primarie”. Sarebbe farsesco, se non fosse una tragedia. Si gingillano con le figurine, mentre il piromane mette a fuoco la casa comune. Del resto, la forza di Berlusconi sta tutta nell’assenza di una opposizione. Resta il popolo. Quello vero, quello dei cittadini, non della massa anonima, ammaestrata e plaudente nello spurgo d’odio contro la garanzia delle libertà di tutti, le istituzioni liberali. Resta la società civile, insomma, che non ha rappresentanza politica e non ha canali televisivi. Ma dignità e coraggio. Finché c’è lotta c’è speranza. Lodo Al Nano"Dogs", uno dei miei brani preferiti dei Pink Floyd. Dedicato allo Psiconano furioso: questa strofa sembra scritta per lui. And when you loose control, you'll reap the harvest you have sown. And as the fear grows, the bad blood slows and turns to stone. And it's too late to lose the weight you used to need to throw around. So have a good drown, as you go down, all alone, Dragged down by the stone. [E quando perderai il controllo, mieterai il raccolto che hai seminato. E mentre la paura cresce, il sangue amaro rallenta e si muta in pietra. Ed è troppo tardi per alleggerire il peso che eri solito trascinarti dietro. E allora annega bene, mentre sprofondi, tutto solo, Trainato a fondo dalla pietra.] September 28 Mais où sont les neiges d'antan?Ballade des dames du temps jadis (François Villon) Dictes moy où, n'en quel pays Est Flora la belle Rommaine, Archipiades, né Thaïs Qui fut sa cousine germaine, Echo parlant quant bruyt on maine Dessus rivière où sus estan Qui beaulté ot trop plus qu'humaine. Mais où sont les neiges d'antan? Où est la très sage Hélloïs, Pour qui chastré fut et puis moyne Pierre Esbaillart a Saint Denis? Pour son amour ot ceste essoyne. Semblablement, où est la royne Qui commanda que Buridan Fust geté en ung sac en Saine? Mais où sont les neiges d'antan? La royne Blanche comme lis Qui chantoit a voix de seraine, Berte au grand pié, Bietris, Alis, Haremburgis qui tint le Maine, Et Jehanne la bonne Lorraine Qu'Englois brûlèrent a Rouen; Où sont ils, où Vierge souveraine? Mais où sont les neiges d'antan? Prince, n'enquérez de sepmaine où elles sont, ne de cest an, Qu'a ce reffrain ne vous remaine: Mais où sont les neiges d'antan? Qu'a ce refrain en vous remaine; Mais où sont les neiges d'antan?
Ballata delle dame di un tempo Ditemi dove, in quali rive, è Flora la bella romana, dov'è Archipiade, e Taide, che le fu cugina germana? Eco parlante quando vaga un frastuono su fiume o stagno, che bellezza ebbe più che umana? Ma ove sono le nevi dell'anno? Dov'è la sapiente Eloisa, per cui, castrato, il saio prese Pietro Abelardo di San Dionigi? Per amore subì tali offese. La regina dov'è che ha ordinato che dentro un sacco Buridano nella Senna fosse gettato? Ma ove sono le nevi dell'anno? E Bianca al giglio somigliante, regina dal canto di sirena, Bice, Alice, Berta piè-grande, Aremburgi che il Maine teneva, Giovanna la buona di Lorena, dagli Inglesi bruciata a Rouen; dove son, dove, Vergine suprema? Ma ove sono le nevi dell'anno? Principe, saper dove non vi prema dove son quelle, ora o tra un anno, ch'io non riprenda la cantilena: ma ove sono le nevi dell'anno? ch'io non riprenda la cantilena: ma ove sono le nevi dell'anno?
September 17 Qu'est-ce que tu voulais que je lui dise ?La consapevolezza che il mondo è ingiusto, in certi momenti, non aiuta comunque. Se dio esiste, spero per lui che inizi a trovarsi una giustificazione plausibile. Oggi va così. Qu'est-ce que tu voulais que je lui dise ? (Bénabar - Reprise des négociations, 2005) Cette gamine assise en pleurs que chagrinent de trop grands malheurs, les grandes s'amusent sans elle, exclue de la bande, elle reste toute seule. Une qui commande, des favorites, il parait qu'elle est trop petite, à la marelle y'a des V.I.P., dans les maternelles comme en boîte de nuit. Mais faut pas pleurer, ça va s'arranger... Qu'est ce que tu voulais que j'lui dise ? Toute la vérité, rien que la vérité ? Est-ce que tu voulais que j'lui dise, que ça ne f'ra qu'empirer ? Le plus triste, le plus dommage, elle le sait pas et c'est de son âge, mais elle-même un jour elle fermera sa porte quand à son tour elle sera la plus forte... Ce garçon assis dans un coin, quinze ans, la tête dans les mains, premier amour, premier chagrin, comme le shampoing, la formule deux en un.Il a beau dire que c'est pas grave, jouer les hommes, faire le brave, la savoir dans les bras d'un autre, ça lui brise le coeur, ça lui ronge le ventre... Mais faut pas pleurer, ça va s'arranger... Qu'est ce que tu voulais que j'lui dise ? Toute la vérité, rien que la vérité ? Est-ce que tu voulais que j'lui dise, que ça ne f'ra qu'empirer ? Qu'il a pas fini de pleurer, qu'la leçon n'est jamais apprise, mais si ça peut le rassurer, lui-même un jour fera sa valise. Cette femme qui cache ses pleurs, le café coule dans la cuisine, son patron n'était pas fier, faut dégraisser, drôle de régime. Chemise cartonnée, demandes de formations, dossiers bien classés, lettres de motivation, d'un geste elle balaye de tristesse et de rage les fiches de paye, les demandes de stages. Qu'est ce que tu voulais que j'lui dise ? Puisqu'elle savait déjà, elle le savait mieux que moi, que ça ne va jamais s'arranger, que ça ne f'ra jamais qu'empirer. Ce vieil homme fatigué d'Algérie, qui regrette son Maghreb jour et nuit, tout juste toléré aujourd'hui, faut dire qu' ça fait que trente ans qu'il est ici. Qu'il ne sera jamais propriétaire, qu'il occupe une chambre de bonne, au pays de Voltaire, au pays des lumières et des droits de l'homme. Ce sans-papiers rejeté qui repart, sans même dire au revoir, sans nous dire merci pour le billet de charter gratuit vers la misère de son pays. ça le soulagera sûrement d'apprendre, et faudrait quand même pas qu'il oublie qu'on a gravé Fraternité sur le fronton de nos mairies. Ce taulard emprisonné dans une cellule à six, il devrait en profiter parce que bientôt ils seront dix. Ce malheureux qui dort sur une ventilation de métro, il s'en fout de savoir que je le chante pas assez fort et beaucoup trop faux. Qu'est ce que tu voulais qu'ils me disent ? August 22 Giornalismo spazzaturaSiccome per lavoro mi occupo, tra le altre cose, di raccolta differenziata dei rifiuti, ho sottoscritto il servizio "Google alert" per questa particolare tematica. In sostanza, una volta al giorno, Google effettua in automatico una ricerca nella rete utilizzando i termini chiave "raccolta differenziata" e mi invia una mail con i risultati. È un sistema assai pratico per tenersi aggiornati quotidianamente sulle ultime novità senza doversi necessariamente ricordare di effettuare la ricerca, e lo suggerisco a chiunque abbia un campo o un interesse particolare da tenere monitorato. Nella mail di oggi trovo riportata da più fonti, e con una certa evidenza, la seguente notizia: 'Il sindaco di Ragusa: “La nostra città premiata per la raccolta differenziata” '. Ehilà, nientemeno. Andiamo a leggerci la notizia completa. ANSA - 21 agosto "Mi spiace per chi cerca di denigrarci a tutti i costi: ma anche gli osservatori nazionali esterni indicano la nostra città tra quelle più virtuose d'Italia in fatto di raccolta differenziata". Lo dice Nello Dipasquale, sindaco della città commentando i dati Istat che premiano il capoluogo ibleo per la raccolta differenziata. "La città è tornata ad essere pulita e la cartina tornasole - aggiunge - ci arriva, non solo dal gradimento dei cittadini, ma anche dalle tante email che ci inviano i turisti che sono stati in visita nel nostro capoluogo. L'Istat ci premia assieme a Savona per la raccolta differenziata svolta nel 2008 ed estesa alla maggior parte della città, con particolare riferimento al centro storico dove avviene con il metodo del porta a porta". "Questi dati sono, evidentemente, un duro colpo per tutti coloro i quali, ogni giorno, cercano di distruggere l'immagine della nostra città. - conclude - Ma le loro sterili parole non possono avere il sopravvento sui fatti". Anche effettuando la ricerca su altri siti, la notizia resta immutata. In sostanza i vari organi di informazione non fanno nient'altro che riportare pedissequamente la nota d'agenzia. I più volenterosi, al massimo, la corredano con qualche riga tratta di peso dal documento pdf scaricabile da questa pagina del sito dell'ISTAT. Non serve essere Sherlock Holmes per capire che nella comunicazione c'è qualcosa che non va. Avete cinque secondi di tempo per pensarci. Esatto: mancano i numeri, i dati. La nota si limita a riportare in maniera ampia e ossequiosa le dichiarazioni di voscienza il borgomastro, che se la canta e se la suona da solo, e nessuno dei giornali e dei siti da me consultati si sogna di sollevare la minima obiezione di metodo o di merito. Queste poche righe grondano di ottimismo, di magnifiche sorti e progressive. I luoghi comuni sono destinati ad essere sfatati: Ragusa viene addirittura accomunata ai vertici della virtù nazionale ad una città del ricco nord, Savona. Questo fatto sicuramente contribuisce a generare nel lettore una sensazione ancora più positiva per il buon operato dell'amministrazione comunale: il cittadino ragusano si sentirà ora finalmente alla pari del ricco e spocchioso abitante del settentrione anche nel campo delle virtù civiche, e via così. Insomma, un'operazione mediatica da manuale. Possibile solo perché la nostra classe politica si trova di fronte una stampa servile e sgangherata come quella italiana. Infatti la dichiarazione evoca continuamente il referente importante e autorevole: l'Istat di qua, l'Istat di là, eh eh, amici miei: mi dispiace per chi rosica amaro ma l'Istat è l'Istat e con i numeri c'è poco da fare. Giusto. Peccato che i numeri non ci siano, se non quelli - molto generici - del cappello introduttivo redatto dagli statistici nazionali a introduzione del documento in questione, che con Ragusa non c'entrano niente. Il resto è fatto da continue perifrasi, ripetizioni, tautologie e informazioni non verificabili, come il "gradimento dei cittadini" e il numero delle e-mail di congratulazioni ricevute dal sindaco. Intendiamoci subito e chiaramente: non ho nessun tipo di prevenzione nei confronti di Ragusa o della Sicilia. Nessun tipo di convincimento leghistoide sulla presunta inferiorità antropologica dei meridionali o stupidaggini del genere. Semplicemente, conosco i dati e mi limito ad analizzarli. So qual è lo stato della raccolta differenziata in alcune aree, conosco la sorte di molti dei fondi che vengono periodicamente stanziati per migliorare la situazione, con risultati risibili, sicuramente non proporzionati all'entità degli investimenti. Ora, a uno qualunque dei pappagalli informatici che dovrebbero sorvegliare i nostri politici, a questi signori cui basta fare un po' di copiaincolla dal sito dell'ANSA per riempire le proprie pagine, basterebbe scaricarsi il documento dal sito dell'ISTAT per vedere che il sindaco mente. Sì, esatto: mente. La città di Ragusa non è affatto "una delle più virtuose d'Italia per quanto riguarda la raccolta differenziata". Le percentuali di rifiuti solidi urbani avviate a riciclo sono vergognose: appena il 12,9% del totale, con un incremento di appena il 4% negli ultimi quattro anni. Una percentuale abbondantemente al di sotto di tutti i tetti richiesti dalla legge, una cifra che la colloca al novantaduesimo posto su centodieci capoluoghi di provincia in Italia! Tanto per dare un'idea: Verbania, che è al primo posto, supera il 70%; la media nazionale si attesta attorno al 28%. La tronfia dichiarazione del sindaco, la presunta virtù e il conseguente accostamento con Savona sono dovuti ad una singola frase riportata nel documento Istat, che dice testualmente: "Nel 2008 il servizio di raccolta differenziata è ormai presente in tutti i comuni capoluogo di provincia. Sono 91 quelli nei quali è servita l’intera popolazione residente, Savona e Ragusa hanno raggiunto tale obiettivo nel 2008." [pag. 12] Si sta cioè semplicemente dicendo che il servizio di raccolta differenziata - cara grazia! - nel 2008 è stato esteso al 100% della popolazione residente: un risultato che è stato già raggiunto da novantuno capoluoghi italiani su centodieci! Solo che gli altri capoluoghi lo hanno raggiunto negli anni precedenti, per cui quest'anno, evidentemente, non sono menzionati. Il sindaco poteva anche tacere anziché orchestrare un'operazione così spudorata. Ma, ciò che è peggio, bastava che chiunque si prendesse cinque minuti e andasse personalmente a verificare la correttezza e la rispondenza al vero di quei dati di cui tutti si sono riempiti la bocca ma che nessuno - nessuno - ha pensato a controllare. Anzi, per somma beffa, se qualcuno avesse veramente letto il documento, avrebbe visto che Ragusa è una delle nove città capoluogo che non è nemmeno dotata di una centralina per il monitoraggio dell'aria! [pag. 7] Con una classe politica e una categoria di giornalisti di questo tipo non mi stupisco che questo paese sia alla deriva ogni giorno di più. July 15 Povero VoltairePovero Voltaire. Credo che la sua nota citazione: “Non concordo con te tue idee ma mi batterò perché tu possa esprimerle” sia la frase al tempo stesso più citata e più disattesa della storia. Il concetto di tolleranza di solito viene evocato a sproposito soprattutto da coloro i quali, in posizione di preminenza, si ritengono defraudati di qualcosa che gli spetta. Superior stabat lupus, recita la nota fiaba di Fedro nella quale il lupo, per trovare una scusa per sbranarselo, accusava l'agnello di intorbidare l'acqua del fiume nel quale stava bevendo. Ma, appunto, il lupo stava più in alto e giusto di un pretesto si trattava. Ecco allora una schiera di zelanti pappagalli pronta a evocare Voltaire quando il papa, persona alla quale – letteralmente – non mancano i pulpiti da cui esprimersi, ha scelto (e, sottolineo, “scelto”) di non andare a parlare all’Università “La Sapienza”, nonostante le ampie e ripetute assicurazioni sulla sua sicurezza da parte dell’allora ministro dell’interno. Ecco i fidi maggiordomi di Arcore ribadirla a ruota sciolta quando il povero Mr. B. è stato accusato di ogni nefandezza da una stampa che gli è tutta contro. "Berlusconi censurato" tuonava "Libero" qualche settimana fa. Superior stabat lupus: cose già viste ma sempre efficaci, insomma. Ecco anche, negli ultimi mesi, il Partito Democratico invocarla – a mio avviso correttamente – a propria tutela di fronte al coro unanime e al pensiero unico della stampa italiana, pronta a riverire il nefando uomo dai capelli finti e dal tacco rialzato. Però… Le cose vanno bene sinché è il potente di turno a sentirsi vilipeso e censurato; normalmente non vale la reciprocità. Ora, Beppe Grillo ha annunciato di volersi iscrivere al PD per tentare di divenirne segretario alle annunciate primarie di ottobre. Il PD è insorto. Incredibile a dirsi, una dirigenza che riesce a litigare persino sul colore dei calzini da indossare alla mattina, si è unita come un sol uomo nel gridare allo scandalo e si è adoperato in ogni modo per impedirglielo, al punto di arrivare al grottesco atto di restituirgli i soldi della tessera, con motivazioni che, seppure ben condite, suonano come “non si riconosce negli ideali del partito” e bla e bla. Superior stabat lupus. Retorica della prevaricazione. Personalmente ho sempre criticato Grillo perché – pur affermando cose da me largamente condivise – lo ha sempre fatto pontificando da un palco o da un blog, facendosi applaudire da una folla osannante senza mai scendere nell'arena politica a contare i suoi consensi, senza mai cercare un confronto diretto. Ora era pronto a farlo: posso concordare con la perplessità espressa da molti sul fatto che non fosse una mossa molto rispettosa degli altri militanti del PD, con la loro sensibilità e la loro storia che Grillo ha spesso criticato e insolentito; posso concordare sul fatto che lo scopo di questa mossa fosse più quello di puntare i riflettori su di sé che investire sul bene del partito. Eppure non si capisce cosa ci fosse di sbagliato. Se non si era d'accordo con Grillo bastava che non si lo votasse nella sede opportuna. E, se fosse stato eletto – cosa che, sinceramente, ritenevo in ogni caso assai improbabile – avrebbe voluto dire che era giusto così, perché la partita sarebbe stata giocata secondo le regole che lo stesso PD si era dato per condurre il proprio dibattito interno. Negargli la tessera vuol dire amplificare questa sua boutade. Allora significa proprio che questa dirigenza ha una paura folle di qualsiasi interferenza esterna. Allora significa che stiamo davvero scoprendo le carte, che queste belle norme “democratiche” all’americana vanno bene solo finché legittimano a posteriori un balletto che si è già consumato negli oscuri penetrali di qualche palazzo. Avendo distorto e cambiato all'ultimo minuto delle regole risalenti a neppure due anni fa, ci troviamo di fronte ad una vera e propria legge “contra personam”, che fa assomigliare pericolosamente il Partito Democratico a certa gente che si crea le norme a seconda della circostanza e che, teoricamente, proprio per questo dovrebbe essere combattuta. |
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|