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    January 31

    ...e scende giù dal ciel, bianca...

    Settimana scorsa ho accennato all'isteria collettiva che coglie periodicamente e per svariati motivi la nostra penisola, nei cui abitanti ho smesso da tempo di identificarmi e di riconoscermi, se non attraverso specifici e ben identificabili casi singoli. Si parlava, tra le altre cose, delle feroci critiche proposte dai cittadini nei confronti delle pubbliche amministrazioni ree – secondo questo modo di vedere – di inspiegabili e ingiustificabili ritardi nello spazzamento delle strade.

    Mio dio, ha sempre nevicato, ma le reazioni in passato erano diverse. Colpa di una società eccessivamente massmediatica, che garantisce un effetto moltiplicatore a qualsiasi sussurro che, attraverso rete, giornali, passaparola può diventare un frastuono assordante? Forse. Colpa delle pubbliche amministrazioni che sono peggiorate così tanto da trenta – quarant'anni a questa parte? Forse, "forse" anche in questo caso. Si tenga conto di una cosa: negli ultimi anni i compiti della pubblica amministrazione, e segnatamente degli enti locali, sono aumentati a dismisura: negli anni Cinquanta o Sessanta non c'erano - per dire - le spese e le incombenze per i servizi sociali che ci sono oggi, né ad esempio quelle per lo smaltimento differenziato dei rifiuti, per la depurazione delle acque, per la piscina dei bimbi che invece caratterizzano e appesantiscono i bilanci attuali. C'erano esigenze minori: meno strade (avete mai riflettuto sul fatto che anche il più piccolo paesino ha decine, se non centinaia, di chilometri lineari di strade da pulire ogni volta che nevica?), c'erano meno mezzi in circolazione – e tendenzialmente si lavorava in paese, vicino a casa, c'era quindi la necessità di percorrere una minore distanza, si poteva andare a piedi o in bicicletta.

    A mio modesto modo di vedere, però, c'è stato un netto scadimento della qualità del vivere civile. In sostanza, ci si incazzava di meno. Certo, sto facendo un po' il sociologo della mutua, ma vi è mai venuto da pensare che anziché di qualcun altro la colpa possa essere nostra? Siamo diventati la patria dei diritti urlati e pretesi. Certo, è aumentata la consapevolezza, ma pare che, ad un tempo, ci si sia scordati dei doveri che si hanno nei confronti del consesso sociale. Dico un’altra banalità, ma un presidente americano disse: “Non chiedetevi cosa può fare la patria per voi, ma cosa potete fare voi per la patria”. Il presidente era John Fitzgerald Kennedy, e dicendolo inaugurava quella splendida stagione di progresso che venne battezzata “nuova frontiera” e vide un’intera società uscire dalle fatiche della ricostruzione e dal gorgo perverso del maccartismo per lanciarsi in una straordinaria opera collettiva, che ha pervaso di sé nel profondo l'intera società americana. Un'opera fallibile, vero, e forse fallita, almeno in parte; con molte luci e ombre, ma ottimista, diamine, indirizzata a ottenere diritti veri e opportunità per tutti, una stagione in cui sorridere al proprio vicino e pensarlo come una risorsa, non come un avversario o, peggio, un nemico.

    Quando ha nevicato pochi o nessuno hanno pensato di spalarsela da soli, la neve, davanti al cancello (come peraltro previsto da numerosi regolamenti comunali). Chi l'ha fatto ha magari ammucchiato la neve in strada o sul marciapiede anziché tenersela pazientemente nel giardino o in un angolo del cortile. Siamo il paese di “Striscia la notizia”: una meschina congrega di furbacchioni buoni soltanto a trovare uno scandalo qui e uno là, urlando e pretendendo con arroganza che il problema del momento sia l'unico e il solo degno di essere risolto, dimenticando che il più grande scandalo ce l'hanno in casa, ed è il loro (e, ahimè, nostro) capo: uno dei più patologici mentitori della storia dell'umanità, uno con i capitali all'estero e con un conflitto di interessi che è la sua e nostra vergogna di fronte a qualsiasi altro Paese civile. Siamo quelli che, anziché alle sedi opportune, debbono ricorrere ad un pupazzo vestito di rosso o ad un pagliaccio con lo sturacessi in testa per ottenere il riconoscimento di un diritto. Ma mai per strade ortodosse - che spesso non ci sono o non sono percorribili - ma sempre attraverso il populismo e l'arroganza di più bassa lega.

    Come contributo al dibattito, e per alleggerirne un po' il tenore, riporto la trascrizione di questo divertente monologo proposto dalla sempre brillante Luciana Littizzetto nel programma di Fabio Fazio nei giorni immediatamente successivi alla grande (?) nevicata e rifletto, per l'ennesima volta, sul fatto che le uniche parole di buon senso venute su questo argomento, le ho udite da un comico...




    Non so se vi siete accorti. Non era qualcuno che scuoteva il pandoro dal balcone. Peccato che siano partiti degli emboli che neanche fosse scesa dal cielo l’apocalisse. Tutti a gridare: Emergenza, emergenza… Emergenza una mazza. E’ gennaio? Nevica. Dovremmo essere contenti. Vuol dire che la terra ha ancora qualcosa di normale. Se l’8 gennaio ce ne stavamo tutti in piazza Castello in mutande con le ascelle sudate e le balle dentro al frigo allora sì che era emergenza. A Gaza c’è l’emergenza. Non qua. Invece è scoppiato un macello. Tutti a mettere in croce il povero Chiampa e la povera Moratti. Che anima santa. Aveva poco sale. Anche a me capita. Tra l’altro aveva poco sale perché l’aveva prestato a Chiamparino. Gliel’ha dato e poi a Milano sono rimasti senza. Quando si è accorta che nevicava forte si è messa persino a dissalare le acciughe che aveva preso a Spotorno ma non è bastato… Lety, guarda: sei stata ben gentile, a darci il sale. Siamo in debito. Quando hai bisogno di due uova per fare la maionese suona pure a me quando ti pare.

    Comunque è strano. La neve nelle favole rende tutti più buoni, e invece eran tutti isterici, sembrava fossero scesi dal cielo trenta centimetri di cocaina. Una lagna mai più finita. «Eh ma facciam fatica a camminare…». Certo che se ti metti i tacchi per far la figa, facile che vai lunga e tirata. Mettiti dei bei scarponcini come le pastorelle di Fatima vedi che stai in piedi… la figa la fai poi quando i giardini di marzo si vestono di nuovi colori, deficiente. «Eh ma ci sono i marciapiedi pieni. E il Comune che fa?».E cosa fa? Fa passare gli spazzaneve. Ma nelle strade. Non è che li fa passare sui marciapiedi se no porta via anche i citofoni… Uno gentilmente prende la pala, si leva la neve dal marciapiede di casa sua e non rompe i marroni al sindaco. La pulizia del marciapiede spetta ai proprietari degli stabili. Quindi spàlati la neve davanti al tuo portone e falla finita. Se lo fanno tutti vedi poi com’è più facile camminare… «Eh ma dovevano chiudere le scuole». Probabilmente sì. Però se non ce la fai a portare tuo figlio a scuola tienilo a casa. È un ragionamento difficilissimo? Non credo. «Nevica. E con l’autobus c’ho messo mezz’ora di più». Ed è colpa della Moratti? Cosa deve fare sta disgraziata? Correre a raccogliere i fiocchi con la lingua di fuori? O magari con le chiappe, facendosi tirare per le caviglie, come si fa in spiaggia per fare la pista per le biglie? Non è che è nevicato solo per te. È nevicato per tutti. Avran tutti dei casini… pazienza… Se arrivi in ritardo Brunetta ‘stavolta chiuderà un occhio. «Dovevano mettere più autobus... ». Certo. Chiampa adesso compera 20 bus in più e li tiene in garage e li tira fuori solo quando nevica. Per te. C’è scritto nel bilancio comunale. Venti autobus in più per quella lì che si lamenta. Ma tira fuori il tuo di SUV e sparisci. Si chiama fuoristrada no? E allora per una volta usalo per quel che è, che sei sempre lì a intasare in doppia fila davanti alla scuola col tuo autoblindo.

    Insomma. Quando nevica gli unici contenti sono i bambini e i cani. I bambini che si tirano le palle di neve e i cani che fan la cacca sul pulito. E poi, dopo qualche giorno, quando i bambini si tirano le palle di neve con dentro la cacca dei cani, la festa è bell'e che finita.
    January 25

    Il sonno della ragione genera mostri

    Il nostro Paese, lo sostengo ormai da tempo, è ormai preda di una pericolosa deriva fatta soprattutto di isteria e di egoismo. Questi due sentimenti, nel complesso, si sposano bene: tutti sono istericamente convinti di trovarsi in qualche emergenza.

    Siamo un Paese di profezie che si autoavverano. È arrivata l’influenza aviaria e abbiamo iniziato a reclutare preventivamente i monatti per sgomberare le strade dai cadaveri e intanto è tracollato il settore della produzione avicola; ci sono stati due giorni di sciopero dei benzinai e tutti ci siamo precipitati ad accaparrarci il carburante finendo col determinare realmente una penuria che altrimenti non ci sarebbe stata; c'è la crisi” e allora aziende sanissime, che paventano di rimanere senza ordinativi di qui a tre anni, chiudono, licenziano (e magari riaprono in Romania). Cadono trenta centimetri di neve e tempestiamo di critiche e di telefonate la pubblica amministrazione, rea di non aver liberato immantinente e senza indugio la strada davanti a casa nostra, quando magari trent'anni fa avremmo recuperato una dimensione sociale, ci saremmo rimboccati le maniche e saremmo scesi in strada a spalare allegramente a fianco a fianco col nostro vicino, che di solito nemmeno salutiamo.

    La cosa che apprezzo più di ogni altra è la stringente logica consequenziale che muove le nostre azioni. Violentano una donna a Roma (atto esecrabile e dei più odiosi, diciamolo subito in modo chiaro e netto), eh chiaro: c’è l’“emergenza zingari! E il giorno dopo sgomberano – sgomberano! – il campo nomadi vicino al luogo del misfatto. Il giornalista del TG5 che commentava la notizia in diretta sabato mattina si è premurato di precisare che i carabinieri stavano eseguendo l'operazione “con molta umanità”. Perfetto: facciamo i nazisti però siamo gentili: è consolatorio. Magari ci raccontano anche che i bambini trovati in questo campo li tirano lustri e poi li mandano a scuola. Se lo scopo è quello encomiabile di garantire l'istruzione ai minori o assicurare le cure ai malati e agli anziani, allora faccio garbatamente presente che quel campo nomadi era lì anche prima, pronto per essere aiutato anziché dimenticato e rimosso dagli occhi e dal cuore. Se lo scopo è quello di punire i responsabili di un reato, debbo fare una semplice riflessione: le indagini sono verosimilmente ancora in corso. Siccome siamo uno stato di diritto non dovremmo ricorrere alla presunzione di reato, ma dovremmo – secoli di storia del diritto lo impongono – accertare la colpevolezza prima di agire. In secondo luogo, ci insegnano che la responsabilità penale è personale, non di una comunità intera. Quindi, vien fatto di pensare che questa della violenza sia una scusa come un'altra per effettuare un'operazione di pulizia, come dire... etnica?

    Dittatura morbida, fascismo gentile, conformismo. Teniamo alta la guardia, informiamoci, discutiamo, pensiamo prima che sia troppo tardi, non solo per gli stranieri, i "diversi", ma anche per noi stessi. Ricordiamoci sempre, come scriveva D'Alembert a Diderot, che il sonno della ragione genera mostri.

    January 17

    Intuizioni di Lusitania

    Il Portogallo è una terra che solitamente affascina chi la visita. Diciamo che per scegliere di visitarla, di cacciarsi fino ai confini estremi della terra, si deve già essere dotati di una sensibilità particolare. Di quella sensibilità che fa amare la brezza dell'oceano, o il battito del cuore che ti prende quando qualcosa ti suggerisce l'infinito.

    Questo suo essere finisterrae, l'ultimo lembo calpestabile dell'Europa occidentale, lo ha reso per molti secoli effettivamente l'ultimo lembo del mondo tout court. Periferico per forza di cose, il Portogallo ha saputo cogliere l'intuizione dell'infinito e, anziché voltarsi in contemplazione dell'ingombrante vicino iberico, lanciarsi a ovest, in cerca di altri orizzonti. Ma è stato un periodo breve: l'impero portoghese, guadagnato tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, è stato subito perso, dando luogo, forse già da allora a quel non meglio precisato sentimento di saudade, che impernia di sé tutta la cultura portoghese e poi anche brasiliana.

    Nostalgia, ma di che cosa? Di una terra secca o del vento di ponente che la spazza? Di quelle sfuggenti questioni di identità cantate da Pessoa e narrate da Saramago? O semplicemente, magari, degli incantevoli saliscendi di Lisbona che, tra un'azzurra maiolica e l'altra ti conducono su e giù per colline e vicoli di strade strette, fino a scagliarti, letteralmente, nella cornice della Praça do comercio, che si apre sontuosa e improvvisa come un'esplosione al centro della Baixa. Questo incanto tardobarocco ha in sé tanto dell'anima del Portogallo: tre lati di portici e splendore. Uno soltanto affacciato sull'oceano, che è lì, a ridosso delle attività umane, misterioso e ingombrante, ma anche attraente come non mai, col suo profumo di pepe e caucciù.

    Per me il Portogallo è anche Pedro, portiere d'albergo in un sobborgo di Lisbona che, di rientro dal turno di notte, non ha esitato ad allungare di un'ora abbondante il proprio tragitto in autobus per mostrarmi la stazione dove avrei dovuto effettuare il cambio di linea, e per raccomandare all'autista del nuovo mezzo di lasciarmi alla fermata giusta. Ricordo lui che mi saluta e io che - giusto un attimo prima che si chiudano le porte automatiche - gli infilo in testa il mio cappellino di Ronaldo, in maniera tale che non avesse il tempo materiale di rifiutare il piccolo omaggio che sicuramente non lo poteva ripagare delle due ore di sonno perse per dare una mano ad uno sconosciuto, forse simpatico e sicuramente dall'aria sperduta nella vasta periferia lisboeta.

    Dedico a questa terra incantevole e misteriosa due intuizioni di Lusitania molto più artistiche e compiute delle mie. Intuizioni che, a loro volta, fanno sicuramente parte dei vertici poetici di due grandi artisti: la celeberrima (e mia coetanea) "Canzone della bambina portoghese" di Francesco Guccini (1972) e la splendida "Lusitania" di Ivano Fossati (1990).

    "Sentì che era un niente, l'Atlantico immenso di fronte..." "E siamo piccoli, stupiti viaggiatori soli e tutto questo vento intorno invece... è Lusitania."


    Guincho, tra Cascais e il Cabo da Roca (Sintra), Portugal - Luis Miguel Bugallo Sánchez - Da Wikimedia Commons (Licenza CC 2.5)

    Canzone della bambina portoghese

    E poi e poi, gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose.
    E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote...
    E tutti, sai, ti san dire come fare,
    quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual è il vero vero...
    E poi, e poi, tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte
    per non dir che stelle e morte fan paura...

    Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese,
    non c'eran parole, rumori soltanto come voci sorprese,
    il mare soltanto e il suo primo bikini amaranto,
    le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle...

    Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare...
    O sogni o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare,
    sentì che era un punto al limite di un continente,
    sentì che era un niente, l'Atlantico immenso di fronte...

    E in questo sentiva qualcosa di grande
    che non riusciva a capire, che non poteva intuire,
    che avrebbe spiegato, se avesse capito lei, quell'oceano infinito...
    Ma il caldo l'avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire
    e fu solo del sole, come di mani future;
    restaron soltanto il mare e un bikini amaranto...

    E poi e poi, se ti scopri a ricordare, ti accorgerai che non te ne importa niente
    e capirai che una sera o una stagione son come lampi, luci accese e dopo spente
    e capirai che la vera ambiguità
    è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini...

    E poi, e poi, che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere,
    ma il qualcosa che ti porti dentro,
    cioè vivere, vivere e poi, poi vivere
    e poi, poi vivere...

    (Dall'album "Radici" - 1972)

    Lusitania

    È terra
    compagni, è terra
    terra secca da guardare
    buona per camminarci sui ginocchi
    e per pregare.

    E vedo gente e c'è lavoro
    e non sono giardini, è terra
    occhi che hanno visto terra
    e terra d'oro
    e sono nasi, bocche, piedi trascinati
    fra tovaglie di pizzo
    capelli sempre spettinati.

    Sono salite, ponti e discese
    e barche e ponti ancora
    è terra dimenticata
    da pagine intere
    che ancora adesso non ci guarda
    non ci parla e non ci fa sapere.

    Bella Signora Nostra che ci appari e scompari
    vedi come poco sappiamo di te.

    Loro hanno facce di muta cera
    così com'è normale immaginare
    chi vede sempre da sempre ultimo la sera
    e se ha già visto non è neanche stanco
    di guardare.

    E vedo gente e c'è lavoro
    e c'è sempre vento in strada
    ad aspettare noi che siamo qui a vedere
    e a camminare e nel nostro viaggiare
    e volere ricordare e toccare e camminare.

    In questa smania
    dimentichiamo posizioni, rotte e nomi
    e siamo piccoli, stupiti viaggiatori soli
    e tutto questo vento intorno invece... è Lusitania.

    E siamo piccoli, mediocri viaggiatori soli
    e tutto questo vento intorno invece... è Lusitania.

    Bella Signora Nostra che ci appari e scompari
    vedi come poco sappiamo di te.

    (Dall'album "Discanto" - 1990)

    January 08

    Due o tre cose su Bénabar.

    Bruno Nicolini, detto Bénabar, è uno dei talenti dell'ultima generazione della chanson à textes francese, più o meno quella che noi chiamiamo "canzone d'autore", con la differenza che in Francia il genere è ritenuto meno di nicchia e conosce da decenni un'inalterata fortuna di critica e pubblico. Qualcuno addita Bénabar addirittura come uno dei possibili eredi di Brassens. Sinceramente trovo il paragone tutt'altro che irriverente: come il grande Georges, Bénabar ha ironia, talento, una spiccata sensibilità artistica e letteraria, il tutto unito alla notevole capacità di giocare con le parole e di toccare con gentilezza alcune corde dell'animo, soprattutto cantando le piccole cose della quotidianità. Quasi sempre senza retorica e con uno sguardo divertito e amorevole per l'oggetto della narrazione.

    Riporto, a beneficio di chi non conosce né lui né la lingua, due dei miei pezzi preferiti: il primo, "Quatre murs et un toit", appartiene al penultimo album, "Reprise des négociations", del 2005. In questa canzone sono riscontrabili molti degli elementi cui ho fatto cenno.
    Il brano è concepito con un approccio decisamente cinematografico, con una serie di piani sequenza che paiono disegnare lo storyboard di un cortometraggio: non a caso Bénabar vanta un esordio come regista, convertitosi alla musica solo in un secondo momento. Lo sposalizio tra il testo e la musica ha qualcosa di semplice e
    mirabile al tempo stesso: contestualmente all'introduzione nel quadro descritto di nuovi elementi, entrano nell'arrangiamento, di volta in volta, nuovi strumenti. L'intuizione che chiude la canzone, poi, ha qualcosa di veramente geniale, e mi dà un brivido ogni volta che mi fermo ad ascoltarla.
    Per chi desidera sentirla, inserisco il link al montaggio artigianale realizzato da un fan e pubblicato su YouTube. Non si tratta del videoclip ufficiale, ma del semplice omaggio di qualcuno che è stato, come me, toccato da questo piccolo racconto di cose ordinarie.

    Il secondo brano, "Sac à mains", "La borsetta", nella sua semplicità, è assai significativo e nel complesso ha bisogno di pochi commenti. Inserisco un link a YouTube anche per l'audio di questo brano, nella versione live del 2004.
    Prego i puristi di perdonare le mie povere traduzioni dal francese: sono realizzate con l'unico scopo di rendere fruibile un'opera che amo, ma senza ambizioni letterarie da parte mia (ringrazio comunque Silvia per le preziose indicazioni!).



    Quatre murs et un toit


    Un terrain vague, de vagues clôtures, un couple divague sur la maison future.

    "On s'endette pour trente ans, ce pavillon sera le nôtre". "Et celui de nos enfants" - corrige la femme enceinte.
    Les travaux sont finis, du moins le gros œuvre, ça sent le plâtre et l'enduit et la poussière toute neuve...
    Le plâtre et l'enduit et la poussière toute neuve.

    Des ampoules à nu pendent des murs, du plafond, le bébé est né, il joue dans le salon.
    On ajoute à l'étage une chambre de plus, un petit frère est prévu pour l'automne.
    Dans le jardin les arbres aussi grandissent, on pourra y faire un jour une cabane...
    On pourra y faire un jour une cabane.

    Les enfants ont poussé, ils sont trois maintenant, on remplit sans se douter le grenier doucement.
    Le grand habite le garage pour être indépendant, la cabane, c'est dommage, est à l'abandon.
    Monsieur rêverait de creuser une cave à vins, Madame préfèrerait une deuxième salle de bain...
    Ça sera une deuxième salle de bain.

    Les enfants vont et viennent chargés de linge sale, ça devient un hôtel la maison familiale.
    On a fait un bureau dans la p'tite pièce d'en haut, et des chambres d'amis, les enfants sont partis.
    Ils ont quitté le nid sans le savoir vraiment, petit à petit, vêtement par vêtement...
    Petit à petit, vêtement par vêtement.

    Ils habitent à Paris des apparts sans espace, alors qu'ici y'a trop de place.
    On va poser tu sais des stores électriques, c'est un peu laid c'est vrai, mais c'est plus pratique.
    La maison somnole comme un chat fatigué, dans son ventre ronronne la machine à laver...
    Dans son ventre ronronne la machine à laver.

    Les petits enfants espérés apparaissent, dans le frigo, on remet des glaces.
    La cabane du jardin trouve une deuxième jeunesse, c'est le consulat que rouvrent les gosses.
    Le grenier sans bataille livre ses trésors, ses panoplies de cow-boys aux petits ambassadeurs,
    qui colonisent pour la dernière fois
    la modeste terre promise, quatre murs et un toit.

    Cette maison est en vente comme vous le savez, je suis, je me présente, agent immobilier.
    Je dois vous prévenir si vous voulez l'acheter, je préfère vous le dire cette maison est hantée.
    Ne souriez pas Monsieur, n'ayez crainte Madame, c'est hanté c'est vrai mais de gentils fantômes.
    De monstres et de dragons que les gamins savent voir,
    de pleurs et de bagarres, et de copieux quatre-heures,
    "Finis tes devoirs!",
    "Il est trop lourd mon cartable!",
    "Laisse tranquille ton frère!",
    "Les enfants : à table!"

    Écoutez la musique, est-ce que vous l'entendez ?
    Écoutez la musique, est-ce que vous l'entendez ?
    Écoutez la musique, est-ce que vous l'entendez ?

    Quattro muri e un tetto
     
    Un terreno vago, vaghe recinzioni, una coppia discute della casa futura.

    "Ci indebitiamo per trenta anni, questa villetta sarà nostra." "E dei nostri bambini" - corregge la donna incinta.
    I lavori sono finiti, almeno il grosso, si sentono l'odore dell'intonaco, del rivestimento e la polvere tutta nuova…
    Il rivestimento e la polvere tutta nuova…

    Lampade nude pendono dalle pareti, dal soffitto. Il bambino è nato e gioca nel salone.
    Si aggiunge al piano una camera in più; un fratellino è previsto per l'autunno.
    Nel giardino
    crescono anche gli alberi: un giorno ci si potrà fare una capanna…
    Un giorno ci si potrà fare una capanna…

    I bambini sono cresciuti: sono tre ora. La soffitta si riempie senza indugio, delicatamente.
    Il più grande abita nel garage per essere indipendente; la capanna, è un peccato, è abbandonata.
    Il signore vorrebbe realizzare una cantina per i vini, la signora preferirebbe un secondo bagno…
    Sarà un secondo bagno.

    I bambini vanno e vengono caricati di biancheria sporca, diventa un albergo la casa familiare.
    Nella cameretta di sopra si è
    fatto un ufficio, e camere per gli ospiti: i ragazzi sono partiti.
    Hanno lasciato il nido quasi senza accorgersene: a poco a poco, vestito per vestito...
    A poco a poco,
    vestito per vestito.

    Abitano a Parigi degli appartamenti senza spazio, mentre qui c'è persino troppo posto.
    Ci metteremo, sai, delle tende elettriche: è un po' brutto, è vero, ma è più pratico.
    La casa sonnecchia come un gatto stanco, nel suo ventre fa le fusa
    la lavatrice...
    Nel suo ventre fa le fusa la lavatrice...

    I nipotini desiderati appaiono, nel frigorifero, si rimettono dei gelati.
    La capanna del giardino trova una seconda giovinezza, è il consolato che i bambini
    riaprono.
    Il solaio
    consegna senza battaglie i suoi tesori, le sue panoplie di cowboy ai piccoli ambasciatori,
    che colonizzano per l'ultima volta la modesta
    terra promessa:
    quattro pareti ed un tetto.


    Questa casa è in vendita come lei sa, io sono - mi presento - un agente immobiliare.

    Devo avvertirvi se volete comperarla, io preferisco dirvelo: questa casa è infestata.
    Non sorrida signore, non tema signora: è
    infestata, è vero, ma da fantasmi gentili.

    Di mostri e di draghi che i bambini sanno vedere,

    di pianti e di litigi, e di ricche merende del pomeriggio,
    "Finisci i tuoi compiti!"
    "La mia cartella è troppo pesante!!
    "Lascia stare tuo fratello"
    "Bambini: a tavola!"

    Ascoltate la musica, la sentite?
    Ascoltate la musica, la sentite?

    Ascoltate la musica, la sentite?

                         



    Sac à mains

    J'le tiens, j'ai réussi, je procède à l'autopsie
    De cet animal fidèle qui la suit comme un petit chien
    Coffre-fort, confident, partial et unique témoin
    Qu'elle loge au creux de ses reins
    Mais qu'elle appelle, comme si de rien, son "sac à main".

    Poudrier des Puces dans un étui de velours noir
    Dont les grains de poudre blanche patinent le miroir
    Livre de poche, pastilles de menthe et plan de métro
    Échantillon de parfum, baume pour les lèvres, 3 ou 4 stylos
    Des cigarettes oui mais elle a décidé d'arrêter
    Alors demi-paquets de dix, qu'elle achète deux par deux
    La sonnerie étouffée, téléphone qu'elle tarde à trouver
    Un appel manqué, ça l'énerve, encore raté

    Bien sûr, le portefeuille, enfoui comme un magot de pirate
    Lourd comme un parpaing, il contient les photos
    Ses parents, pattes d'éléphant. Un Noël avec une cousine
    Au fond, la table en Formica, celle qu'est maintenant dans notre cuisine
    A la place de choix, où je souris bêtement
    Comme "l'équipier du mois". Oui, mais pour combien de temps ?
    J'ai gagné le droit d'être montré aux copines
    Comme ceux qui, avant moi, étaient dans la vitrine

    L'agenda coupable devient machine à remonter le temps
    Notre premier rendez-vous, vendredi 2 Juin à 20h00
    Mon nom de plus en plus présent, jusqu'au jour de l'emménagement
    Et soulignée en rouge, la date de mon anniversaire
    Je passe dans le futur, je descends mercredi prochain
    T'as rendez-vous à midi, avec un certain Sébastien
    Boulevard de "c'est fini", au Bistrot des Amants
    Le portrait dans le porte-monnaie bientôt ne sera plus le mien.

    La borsetta

    Ce l'ho, ci sono riuscito, procedo all'autopsia
    di questo animale fedele che la segue come un cagnolino
    cassaforte, confidente, parziale e solo testimone
    che tiene all'incavo della sua schiena
    ma che chiama, come se nulla fosse, la sua "borsetta".

    Portacipria da due soldi in un astuccio di velluto nero
    i cui grani di polvere bianca scivolano sullo specchio,
    un libro tascabile, dei mentini e una piantina della metropolitana.
    Un campione di profumo, un balsamo per le labbra, tre o quattro penne.
    Sigarette sì, ma ha deciso di smettere,
    allora mezzi pacchetti da dieci, che compera a due a due.
    La suoneria col silenziatore, il telefono che tarda a trovare,
    una chiamata persa, s'innervosisce, ne perde un'altra.

    Ah, certo: il portafoglio, nascosto come il gruzzolo di un pirata.
    Pesante come un blocco di cemento, contiene le fotografie:
    i suoi genitori, pantaloni a zampa, un Natale con una cugina,
    in fondo, il tavolo in formica, quello che ora si trova nella nostra cucina.
    Al posto d'onore io che sorrido come un cretino,
    come "lo sportivo del mese". Sì, ma per quanto tempo?
    Ho guadagnato il diritto di essere mostrato alle amiche,
    come quelli che, prima di me, erano in vetrina.

    L'agenda colpevole diventa macchina per risalire il tempo:
    il nostro primo appuntamento, venerdì 2 giugno alle 20,
    il mio nome sempre più presente, fino al giorno del trasloco
    e, sottolineata in rosso, la data del mio compleanno.
    Passo al futuro, fino a mercoledì prossimo:
    hai appuntamento a mezzogiorno, con un certo Sébastien,
    in viale dell'"È finita", al Bistrot degli Amanti.
    Il ritratto nel portafogli presto non sarà più il mio.


            

    January 03

    Gira pilota, recuperiamo il cielo ad alta quota.

    Ricominciamo. I propositi d'inizio anno mi hanno sempre fatto sorridere. Sghignazzare no, perché non vi è irrisione. Solo sorridere, con la consapevolezza condiscendente, se vogliamo, di quanto siano fragili le nostre piccole vite, e così bisognose di appigli, di approdi sicuri nel mare in tempesta, fosse anche di una sola boa luminosa intravista in lontananza. E allora questa volta mi adeguo anch'io, perché è di ricominciare che ogni tanto si sente il bisogno, e la condiscendenza me la concedo da solo: il primo gennaio del 2009 è una data sufficientemente simbolica - e peraltro facile da ricordare -, buona per lasciarsi alle spalle un dolore che ti fa scoppiare il cuore e almeno un altro più segreto, da tenere per sé, e tentare di intravvedere nuove prospettive.
    Inizio cambiando (sotto)titolo al mio blog, e per farlo prendo a prestito un suggerimento e un'emozione da quel grande fabbricante di suggestioni che è Paolo Conte. "Aguaplano" è una canzone che a sua volta trae ispirazione dalle ambientazioni di Corto Maltese e - come quasi tutte le opere di Conte - è un lampo, un immagine, la sequenza di un film, un sogno. Un piccolo aereo, un acquaplano, si avvicina ad una scena curiosa: un pianoforte a coda galleggia sul pelo dell'acqua. Né lo spettatore descritto nel testo della canzone né l'ascoltatore del brano sapranno mai cosa è successo, e la catena di eventi che ha portato a scagliare lo strumento in mare rimarrà una serie di ipotesi. E allora chissà se questi eventi drammatici sono realmente accaduti o sono stati soltanto immaginati. Dopo aver fantasticato non resta che chiedere al pilota di voltare la cloche, di girare, lasciando dietro di sé le meschinità del mondo, e recuperare il cielo ad alta quota, ritornando magari in una Rio de Janeiro (il "fiume di gennaio", pudicamente reso in italiano) vista e reale soltanto nelle magiche chine di Hugo Pratt.

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    Aguaplano

    Un aeroplano
    nell’aria bionda e calda vola piano
    lascia un bel mondo dal colore baio,
    dove c’è il fiume di gennaio.

    Scendi, pilota,
    fammi vedere, scendi a bassa quota,
    che guardi meglio e possa raccontare
    cos’è che luccica sul grande mare…

    Ne sono certo:
    è proprio un pianoforte da concerto,
    dal suono avuto dal mistero,
    un pianoforte a coda lunga, nero.

    Certo c’è stata
    laggiù una storia molto complicata:
    ci va una bella forza per lanciare
    un piano a coda lunga in alto mare…

    E dove c’è un piano
    intorno c'è sempre gente che fa baccano,
    ci sono occhi che si cercano,
    ci sono labbra che si guardano…

    Non mi fido,
    in certi casi un pianoforte è un grido,
    ci sono gambe che si sfiorano
    e tentazioni che si parlano.

    Gira pilota,
    recuperiamo il cielo ad alta quota,
    torna nel mondo dal bel colore baio,
    trovami il fiume di gennaio…