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    October 26

    Ma il tempo, il tempo chi me lo rende?

    Oggi, 26 ottobre 2007, è il mio trentacinquesimo compleanno, il dantesco "mezzo del cammin di nostra vita". Il caso ha voluto che coincidesse anche con una circostanza felice: la prima assunzione con un contratto a tempo pieno e indeterminato della mia vita. In maniera un po' autocelebrativa, festeggio entrambe l'occorrenza e la ricorrenza con una canzone un po' malinconica e struggente, ma intensissima di ricordi e visioni: a mio modesto avviso uno dei vertici poetici di un cantastorie, che poeta non si è mai voluto definire.

    Lettera

    di Francesco Guccini

    In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
    il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
    All'una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
    le TV son un rombo di tuono per l'indifferenza scostante dei gatti;
    come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
    ma nell'intreccio di vite uguale soffia il libeccio di una domanda,
    punge il rovaio d'un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
    di chi aspetta sempre l'inverno per desiderare una nuova estate.

    Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
    ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
    in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
    frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
    come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
    ma mi rattristo o io sono lieto di questa pista di voglie sorte,
    di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
    di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare?

    Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
    le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
    Io sdraiato sull'erba verde fantastico piano sul mio passato,
    ma l'età all'improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
    come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
    in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
    dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
    di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti.

    Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
    di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
    gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
    l'arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
    Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
    e c'è il sospetto che sia triviale l'affanno e l' ansimo dopo una corsa,
    l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
    il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa che chiami vita.

    D'amore, di morte e di altre sciocchezze (1996)
    October 18

    Espiazione


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    Ho visto di recente 'Espiazione', film diretto da Joe Wright (già regista del recente 'Orgoglio e pregiudizio') e interpretato, tra gli altri, da Keira Knightley. L'ho trovato un film realmente straordinario, uno dei migliori visti negli ultimi tempi, tutto giocato com'è sulla forza dei suoi contenuti, a cui l'aspetto e i tecnicismi fanno da contorno piacevole, per quanto non indispensabile.

    Normalmente una delle cose che più apprezzo nelle opere di fantasia è la capacità degli autori di vergare personaggi potenti e scolpiti a tutto tondo. In 'Espiazione' già da subito si capisce che è così: è vero che dietro le quinte c'è quello che forse è il massimo romanziere di lingua inglese degli ultimi anni, Ian Mc Ewan, però è pur vero che Wright poteva fallire, o puntare il focus sul proverbiale dito che indica la luna.

    Per il resto, ormai da tempo, e segnatamente da quando gli effetti speciali hanno dimostrato che tutto è possibile, e quindi non hanno più niente da dire, apprezzo vieppiù la scarna, onesta semplicità del fare (vero) cinema. A placcare d'oro una patacca e a farla risplendere ormai, con budget persino di medio livello, sono capaci ormai tutti. Che palle la statua della libertà che salta per aria. A pennellare storie sincere e profonde, con riflessioni originali e sentite sulla vita e sull'arte, invece, mica tutti.

    Tutto nel film mi è sembrato utile al racconto e, se vogliamo, lato sensu all'arte della rappresentazione, così come nulla mi è parso ipocrita o esagerato: sinceramente ne ho abbastanza dell'enfasi. Enfasi delle musiche, enfasi degli effetti speciali, enfasi delle interpretazioni attoriali: il cinema (occidentale) degli ultimi anni è una continua produzione di superfetazioni su ciascuno degli elementi del cinema. Invece McEwan/Wright non vanno mai sopra le righe e, cosa che apprezzo sommamente, non ricattano mai lo spettatore, con facile commozione, facili sentimenti, mantenendosi anzi su un sottile filo di lana.

    [Attenzione: da questo punto in poi rivelo dettagli della trama del film]

    Indicativa a questo proposito è la struggente sequenza della morte in corsia del soldato francese: struggente perché è struggente la morte di una persona lontana da casa, che rischia di morire senza neppure poter comunicare due semplici parole nella sua lingua, sul profumo dei croissant, credendo di trovarsi di fronte la ragazza che voleva sposare.

    Le associazioni mentali. Vedendo quella scena mi è venuta in mente una frase di Borges, trascritta tanti anni fa sul mio quadernetto degli appunti:
    Fuorché nelle severe pagine della Storia, i fatti memorabili prescindono da frasi memorabili. Un uomo sul punto di morire vuole ricordarsi di un disegno intravisto nell'infanzia; i soldati che stanno per entrare in battaglia parlano del fango e del sergente."
    Dal punto di vista strettamente cinematografico vi è uno straordinario piano sequenza sulla spiaggia. Così perfetta, carica di vita e di dettaglia da sembrare un quadro fiammingo applicato al grande schermo: nulla in quella scena è casuale. Ogni personaggio ha il suo sguardo, i suoi pensieri, le sue azioni, le sue posture, i suoi tic: ciascuno ha un percorso articolato che l'ha portato lì, ciascuno ha una storia che meriterebbe di essere narrata, e ti pare che lì di fianco ci sia un altro film, che qualcuno sta narrando, e che corre parallelo a quello che stai vedendo tu. E poi, la camera che perde i protagonisti e li ritrova dopo aver fatto il giro della spiaggia, mentre loro nel frattempo si sono spostati; ne segue prima uno, poi l'altro, i soldati cantano, passaggio al flashback: chapeau.

    Ancora due parole sul tema dell'espiazione. Una dei protagonisti, la giovane Briony, che con una sua falsa testimonianza condanna al carcere il fidanzato della sorella, di cui è segretamente infatuata anche lei, dopo questi avvenimenti abbandona l'università e la lussuosa magione gotico-vittoriana per arruolarsi nel corpo delle infermiere impegnate a soccorrere i feriti della seconda guerra mondiale (siamo nella primavera del 1940). Per me è apparso abbastanza chiaro che il volontariato in corsia è l'espiazione minore (e in questo senso, se vogliamo, l'espiazione è un tema sotteso come un basso continuo a tutta la seconda parte della narrazione).  Nel dopoguerra Briony mette a frutto il proprio talento narrativo e diviene una scrittrice di successo. Gli ultimi dieci minuti del film sono ambientati ai nostri giorni, in uno studio televisivo dove l'affermata romanziera discorre con un intervistatore del suo ultimo romanzo, dal titolo, appunto di "Espiazione", che narra gli avvenimenti in questione, modificandone però il finale. Al contempo la scrittrice rivela di essere malata e prossima ormai alla morte.

    La stesura del romanzo, l'opera definitiva di una grande scrittrice consapevole della fine imminente, quella è l'espiazione vera e propria: il restituire vita a chi non l'ha avuta, la sublimazione letteraria dell'esistenza reale. Chissà se Dante ha scritto la Divina Commedia come forma di espiazione per non essere riuscito ad amare Beatrice mentre era in vita, scegliendo di compiere il suo percorso catartico - e non solo in senso allegorico - attraverso la letteratura. Allo stesso modo Briony scrive la storia "come avrebbe dovuto essere" non quale forma di confessione - lo afferma lei stessa nel corso dell'"intervista" - ma per restituire, nel momento supremo della propria vita, un po' di felicità a coloro cui lei l'ha negata: la sorella e il fidanzato, entrambi morti durante la guerra, senza potersi mai amare. La vita per l'arte, l'arte per la vita. Applausi, sipario.
    October 05

    Bamboccioni senza speranze

    Non sono solito inveire sul momentaneo scivolone o sulla caduta di questo o di quel politico. Credo anzi che la mia ultradecennale passione e attenzione per la politica vadano oltre il mero fatto di cronaca, la battuta, la dichiarazione ai giornali.

    Eppure ieri ho provato un profondo fastidio al sentire l'infelice uscita del ministro dell'economia Padoa-Schioppa. In sostanza, nella bozza di legge Finanziaria per il 2008 è stato inserito un bel provvedimento infarcito di sano populismo. Siccome siamo un governo di sinistra e sennò Rifondazione rompe le scatole, to', guarda che bello: vi piazzo un bel contributo ai giovani, che così possono pagare l'affitto e farsi una vita loro. Il "contributo", come lo chiamano, è poco più che un'elemosina: si aggira tra i cinquecento e i mille euro all'anno, quindi, per bene che vada, si può ripartirlo in ragione di 83,3 al mese. Inoltre non sarà un contributo (soldi cash), ma uno sgravio fiscale (si pagano meno tasse): "Ma io non ho soldi!" "D'accordo, Le faccio lo sconto, così me ne deve di meno!". Lo sgravio sarà concesso solo ai giovani tra i venti e i trent'anni che abitino per conto loro e che abbiano un reddito inferiore ai quindicimila euro.

    Ora, non so se i geni a cui è venuta in mente questa pensata abbiano mai pagato un affitto in vita loro. Con cinquecento euro a Milano ci si paga a malapena una stanza per un mese (chiedetelo agli universitari). Quindicimila euro di imponibile all'anno significano 1.153 euro lordi al mese, calcolati su tredici mensilità: se non avete altri introiti, significa che ve la sfangate con 740 netti, sempre per tredici. Con questa cifra si fa la fame, e sotto i ponti l'affitto non lo si paga, e neanche alla mensa dei frati. Riflessione a lato: settecentoquaranta euro in lire fa un milione e quattrocentomila. Con uno stipendio del genere cinque anni fa non si era miliardari, ma si campava.

    Sono quasi disposto a pensare (ma almeno su questo lascio il beneficio del dubbio) che richiedere il contributo sarà un tale casino tra moduli, marche da bollo virtuali e non, timbri e certificati che il contributo non ce l'avrà nessuno o, meglio - e qui dico una cattiveria -, ce l'avrà chi non dichiara interamente il reddito percepito, o chi mente sulla propria residenza dichiarando ufficialmente di abitare da solo e invece sperimenta altre soluzioni (genitori, nonni, convivenza col partner...).

    Ma, quello che forse mi ha più infastidito di tutta quella faccenda, populismo a parte, è il tono con cui Padoa-Schioppa ha sottolineato la sua graziosa elargizione: "Mandiamo i bamboccioni fuori di casa, incentivandoli a prenderne una in affitto". Il canuto ministro, con questa pagina che pare tirata di peso dal libro "Cuore" è convinto, bontà sua, che i trentenni non escano di casa perché sono affezionati alla famiglia. TPS alligna nel trito luogo comune dell'italiano eterno mammone e, paterno, rifila un salutare scappellotto ai giovani piedidolci: "Via, andate per la vostra strada, guadagnatevi il pane e sappiate essere fieri della vostra famiglia e della vostra patria" (applausi, sipario).

    Peccato, davvero peccato per un ministro che, nonostante mi abbia salassato di tasse, ritengo (ritenevo) un valido tecnico, ma questa volta mi sono sentito mortalmente offeso, offeso nel profondo. Sono anch'io uno di quei bamboccioni che, a trent'anni suonati (anzi, non avrei neppure più diritto al contributo), si ostinano a non farsi una vita propria... Ma guarda che svogliato. Non sarà forse perché non ho fatto altro che lavori a tempo determinato e sono riuscito ad accantonare poco o nulla? E quel poco proprio perché vivo coi miei e non ho spese. Non sarà forse perché, con una laurea e un master in Bocconi mi sono visto preferire tante volte dei raccomandati incompetenti, ho partecipato inutilmente a concorsi pubblici col risultato già scritto? Sarà forse perché mi hanno fatto aprire la solita partita IVA con cui si mascherano ormai ovunque i lavori dipendenti in maniera surrettizia? Sarà forse perché tutto il mondo che chiede flessibilità, poi non è flessibile? Banche, aziende, privati, pubblica amministrazione? Sarà forse perché siamo un paese dove l'unica costante è quella di trovarsi un posticino remunerativo dove vivere di rendita? Il paese dell'incompetenza, dei centodue ministri e sottosegretari, dei duemila consiglieri regionali, dei presidenti e consiglieri di amministrazione dei diecimila enti inutili?

    Sarà forse perché siamo il paese dove per fare due tagli agli sprechi si deve aspettare che esca una piccola inchiesta come "La casta" - ben scritto, per carità - l'ho sùbito letto anch'io -, ma che si limita a mettere in fila dati e informazioni alla portata di tutti o quasi, che non rivela nessuna novità sconvolgente, niente che non fosse già noto? Un paese dove l'opposizione ripete da due anni il mantra: "Il governo deve cadere", con l'unico fine di occupare le stesse posizioni, con la stessa indolenza e malafede con cui le hanno occupate per i precedenti cinque anni?

    Un paese, mi duole dirlo, che mi sta togliendo tutte le speranze.