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    November 28

    Note a margine del paese dei furbi

    Nel braccio di ferro con gli utenti-consumatori le grandi aziende partono da una posizione di vantaggio, poiché sono loro ad erogare il servizio di cui noi abbiamo bisogno e possono da un lato sospendere la fornitura, dall'altro permettersi di opporre il muro di gomma di "GiuseppeAnnaFrancescoRita" dei call-center, o semplicemente il silenzio, alle nostre comunicazioni.
    Molti aspetti dei servizi presentati come "offerte irripetibili" sono vagamente truffaldini: righe piccole, durata del contratto, tempistica delle disdette e, soprattutto, servizi non richiesti. Personalmente ho presentato all'amata Telecom la disdetta della voce "prese telefoniche supplementari" ormai da anni: bastava leggere con un po' di attenzione la bolletta del telefono, anche ai tempi del monopolio. Ma, siccome la bolletta e le singole voci non erano uno specchio di chiarezza, giustamente nel corso degli anni sono intervenute le associazioni di consumatori: se n'è parlato, è stata fatta una pressione coerente ed organizzata, e le grandi compagnie sono state messe alle strette su molti fronti; sono state costrette obtorto collo ad una maggiore trasparenza.

    Sicuramente non sono uno che si fa andare bene le cose così come sono, e mi lamento spesso e volentieri. Gli è, però, che se non si dà una coerenza e una continuità alla propria protesta, si rischia semplicemente di fare discorsi buoni per la sala d'attesa del dottore.

    Non va infatti trascurato, ad esempio, che esiste un potere di indirizzo da parte del mercato: consumatori selettivi possono incidere, nel medio periodo, anche pesantemente sulle scelte di una grossa azienda: la Telecom ha riposato per anni sugli allori che le garantiva la sua posizione di ex monopolista, permettendosi anche il lusso di fare dumping, lanciando le stesse offerte a prezzo sensibilmente diverso in Italia e in Francia, per esempio. Gli italiani si lamentano spesso ma sono pigri nel cambiare le proprie abitudini: ancora anni dopo la liberalizzazione del mercato non si sono staccati da quella che era la vecchia, rassicurante "SIP", anche se questa presenta tariffe vergognosamente alte, anche se il suo servizio è del tutto disattento alla clientela, e solo negli ultimi mesi, sulla scorta di una preoccupante emorragia di clienti, ha subìto una sensibile sterzata.

    E poi è vero che di alcune disfunzioni del sistema possiamo fruire anche noi. Una su tutte: l'elevato costo di un'azione giudiziaria per recupero crediti. Se riteniamo di aver patito un disservizio, o se siamo intenzionati a non valerci più dei servizi di una società, possiamo anche permetterci di ignorare le bollette che ci vengono trasmesse: non ci intenteranno mai una causa giudiziaria per recuperare trecento euro. All'epoca in cui avevo Alice ADSL flat non avevo potuto connettermi per una decina di giorni e nessuno era stato in grado di spiegarne motivi ("Provi domani"; "Spenga e riaccenda"; "Ho aperto l'intervento"; "Il tecnico mi dice che è tutto risolto"). L'avvocato di un'associazione consumatori mi ha suggerito di ridurre l'entità del pagamento in bolletta di un terzo, poiché io per un terzo del periodo di fatturazione mensile non avevo potuto disporre del servizio, comunicando nel frattempo la cosa alla Telecom tramite lettera raccomandata (nel caso le bollette vengano domiciliate in banca, si può sospendere temporaneamente il mandato di pagamento all'istituto di credito).

    Insomma, lottando e perdendoci del tempo ho ottenuto un paio di rimborsi e risparmi in bolletta. Alla fine ho cambiato compagnia dopo la citata serie di problemi con la linea ADSL che i numerosi e sempre diversi operatori del 187 non sapevano risolvere. Vero è che spesso si tratta di poveracci con contratti co.co. qualcosa, assunti e rinnovati di tre mesi in tre mesi e sbattuti a fare servizio dopo un "corso di formazione" della durata di mezza giornata lavorativa. E così i postini, di cui si è persa la tradizionale cordialità, e il loro ruolo di quasi-confessori di mezzo paese. E così gli addetti della cooperativa sub-sub-sub appaltatrice del servizio di pulizia dei vagoni ferroviari.

    Il problema, se voglio vedere un denominatore comune, è che siamo un paese che ha eretto l'opportunismo a sistema. Intendo: ciascun italiano, individualmente, si ritiene più furbo degli altri.

    Andatevi a rivedere il primo episodio di quel capolavoro che è "I mostri" di Dino Risi. Si va dal singolo individuo che si scarica musica e film da Emule alla grande società che spreme i propri dipendenti mantenendo sempre la spada di Damocle del contratto a termine sospesa sopra il loro capo. Ma è un sistema con cui non si può sperare di progredire: alla fine le righe piccole disamorano gli utenti, che si rivolgono altrove; il perenne precariato lavorativo e la contrazione del potere d'acquisto dei salari privano di potenziali acquirenti il mercato delle stesse aziende che perpetrano questa politica scellerata di impoverimento del territorio. Il problema è culturale: bisognerebbe intervenire, avendone voglia, sulla coscienza dei singoli. Io personalmente, dopo tanti anni, inizio ad essere un po' stanco e demotivato.

    Siamo un po' tutti colpevoli, ma naturalmente ciascuno ha pronta per sé una propria personale autoassoluzione. E non venitemi a dire, per favore, che la colpa è tutta dei politici, perché sarebbe un altro modo - l'ennesimo - per deresponsabilizzarci. Al massimo, quelli, sono lo specchio della società che rappresentano, ma che li ha democraticamente e liberamente eletti.

    November 13

    Una giornata di ordinaria follia sui patrii carri bestiame

    Da sempre appassionato di fumetti e, in anni recenti, anche di manga, decido una buona volta di visitare la più importante manifestazione italiana del settore: Lucca Comics. Avendo una giornata libera e la voglia di passarla con qualche amico del forum Studioghibli.org, il giorno giovedì 1° novembre, scelgo di imbarcarmi nell'impresa un po' adolescenziale di farmi Parabiago-Lucca-Parabiago nel giro di una giornata, mettendo in conto fin dall'inizio di fare più ore di treno che di visita effettiva alla mostra. Massì: chi se ne importa, una volta tanto...

    Partenza alle 5.57 con il primo treno, il passante per Pioltello, in ritardo di quegli otto minuti fisiologici, a cui neanche faccio più caso. Giunto in Stazione Centrale, cerco di orientarmi nel bailamme degli annunci incomprensibili e dei tabelloni dalle indicazioni contraddittorie e mutevoli. "L'intercity delle 7.10 per Roma Termini partirà con venti minuti di ritardo a causa di CRCKFSZZZZZZZ..." [=altoparlante]. Va bene, tanto sono in vacanza: pazienza. Il treno parte con i suoi puntuali venti minuti di ritardo, ma già a Piacenza, la prima fermata di una certa importanza, perde qualche minuto per fare salire la numerosa folla presente in stazione. Eh già, del resto è il primo giorno di un ponte che ne conta quattro. Parma, Reggio: la gente è sempre più stipata, il ritardo cresce, io cedo il mio posticino ribaltabile sul corridoio a un bambino che sta patendo la calca. Modena: la situazione è critica, nel treno non entra più uno spillo. Faccio gli ultimi venti minuti prima di Bologna praticamente schiacciato contro la parete esterna del treno. Va bene, tanto sono in vacanza: pazienza, sì però... Arriviamo nel capoluogo emiliano e c'è una folla oceanica in attesa sulla banchina. Il mio primo pensiero è stato: e questi adesso dove li mettiamo? Minuti di tensione con la gente che spinge per salire su un treno dove non c'è materialmente più posto. Il personale FS viene contestato, arriva la polizia e c'è un po' di movimento. Il ritardo cresce. Viene trovata una soluzione estemporanea: l'Eurostar di passaggio da Bologna ospiterà senza bisogno di prenotazione e senza pagare alcuna differenza tutti i passeggeri diretti a Firenze e a Roma. La cosa in qualche modo funziona e il treno si svuota parzialmente.

    Ora, io dico: ma possibile che a nessuno degli strapagati amministratori delle patrie ferrovie sia venuto in mente di aggiungere uno straccio di vagone supplementare o di treno speciale in occasione del primo giorno del ponte di Ognissanti?

    Il treno prosegue e giunge a Prato, dove ho la coincidenza per Lucca, con tre quarti d'ora di ritardo. Coincidenza partita (in orario) da venticinque minuti; treno successivo: due ore dopo. Nessuno che abbia pensato di aspettare, nessun treno sostitutivo. Niente: solo una salubre passeggiata nel parchetto di fronte alla stazione di Prato (come dire: il prato di Prato) e, come me, qualche centinaio di appassionati di fumetti, tutti diretti alla fiera di Lucca. Treno alle 12.31, arrivo a Lucca un'ora dopo: mi rimangono a disposizione una manciata di ore per vedermi la fiera e incontrarmi con gli amici. Sarò anche in vacanza, ma non è che il mio desiderio fosse unicamente quello di visionarmi dall'interno i treni di mezza penisola.

    Treno per il ritorno, ore 17.31 (questo, stranamente, in orario) e arrivo a Prato per la coincidenza un'ora dopo. Per simmetria con quello della mattina l'Intercity delle 18.42 per Milano è in ritardo di tre quarti d'ora. Ma, mentre quello che si dirigeva a sud era effettivamente carico di gente e poteva esserci un motivo per il ritardo, questo è vuoto e accumula minuti così per simpatia.

    Arrivo a Milano alle 22.40 (cinquanta minuti di ritardo al mio orologio). Se mi sbrigo, faccio in tempo ad andare a Repubblica a prendere il treno del passante delle 23.01 per Varese.

    Alla stazione di Repubblica il tabellone elettronico riporta una laconica indicazione: "treno soppresso". Così, tie', alle undici di sera. E perché? Quale tipo di contrattempo può essere accaduto alle undici di sera? Va bene, tanto sono in vacanza, però non ho più neppure la forza per incazzarmi, e poi non c'è neanche un addetto, un incaricato, uno straccio di inserviente di stazione con cui prendersela. Nessuno. Infatti a dieci metri da me c'è un simpatico gruppetto di gggiovani alticci che sfumazza bellamente sul marciapiede d'attesa senza che nessuno gli dica niente. Mi siedo a leggere i fumetti acquistati in fiera e attendo paziente le 23.31: forse almeno questo non ritarda (e, sinceramente, a quel punto non ho neppure più controllato). Rientro a casa a mezzanotte e venti.

    Tempo trascorso negli spostamenti: 15 ore. Previste originariamente: 10 ore e mezza. Tempo trascorso in fiera: tre ore. Previste originariamente: cinque ore.

    Epilogo: mi presento in stazione a Parabiago per chiedere il rimborso dei biglietti Intercity, dovuto nella misura del 30% in caso di ritardi superiori ai 30 minuti. Innanzitutto bisognerà vedere se il ritardo "ufficiale" riconosciuto da Trenitalia sarà quello effettivo, poiché molte volte risulta che treni giunti ritardi intorno alla mezz'ora hanno la straordinaria tendenza ad essere rubricati nella tabella ufficiale come "29 minuti", solo per non erogare il rimborso. Le giustificazioni sono sempre pretestuose ai limiti del ridicolo, del tipo che l'orario dell'entrata a Milano viene rilevato a Lodi, o cose simili. Per avere il rimborso bisogna compilare un modulo che, nella stessa stazione dove mi hanno venduto il biglietto e consegnato il modulo stesso in bianco, non accettano indietro una volta compilato, e va spedito a proprie spese. Naturalmente il rimborso non è in denaro contante, ma in buoni di acquisto per altri biglietti Trenitalia, da utilizzare nel giro di sei mesi.

    Un grazie sentito ai multimilionari gestori dei patrii carri bestiame, grazie davvero.

    Se, tanto per gradire, volete farvi due risate, potete sempre leggere la "Carta dei servizi" FS, "gli strumenti nei quali vengono indicati i principi e gli impegni delle Ferrovie dello Stato per migliorare le prestazioni e la soddisfazione della clientela". Ah ah ah.

    November 11

    Quale sarebbe il mio reato?

    di Enzo Biagi
    (stralci da «Il Fatto», 18 aprile 2001)

    Non è un gran giorno per l'Italia: per quello che succede in casa e per quello che si dice fuori.
    (...) Ma c'è, anche, chi all'estero parla di crimine. Da Sofia il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non trova di meglio che segnalare tre biechi individui, in ordine alfabetico: Biagi, Luttazzi, Santoro che, cito tra virgolette: «Hanno fatto un uso della televisione pubblica - pagata con i soldi di tutti - criminoso. Credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga». Chiuse le virgolette.

    Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso e diffamazione? Denunci.

    Poi il Presidente Berlusconi, siccome non prevede nei tre biechi personaggi pentimento o redenzione - pur non avendo niente di personale - lascerebbe intendere, se interpretiamo bene, che dovrebbero togliere il disturbo.

    Signor Presidente Berlusconi dia disposizione di procedere, perché la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso, mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri.
    Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E ci sia, perfino, in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, signor Presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un'occhiata, nella Costituzione.
    (...) Questa, tra l'altro, viene presentata come televisione di stato, anche se qualcuno tende a farla di Governo, ma è il pubblico che giudica. (...) Lavoro qui dal 1961 e sono affezionato a questa azienda. Ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il Palinsesto, cioè i programmi, e chiede che due giornalisti, Biagi e Santoro, dovrebbero entrare nella categoria dei disoccupati. L'idea poi di cacciare il comico Luttazzi è più da impresario, quale lei è del resto, che da statista.

    Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata de «Il Fatto». Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti. (...) Qualcuno mi accuserà di un uso personale del mio programma che, del resto, faccio da anni, ma per raccontare una storia che va al di là della mia trascurabile persona e che coinvolge un problema fondamentale: quello della libertà di espressione.

    November 06

    Addio a un Giornalista

    Questa mattina ci ha lasciati Enzo Biagi. Se n'è andato serenamente dopo una lunga vita vissuta intensamente. Dopo Montanelli, un altro pezzo della vecchia storia del giornalismo che se ne va, e quelli come lui ci mancano, oh se ci mancano.

    Troppa parte del giornalismo di oggi è fatta di piaggeria, di notizie d'agenzia riciclate all'infinito senza mai nessuna verifica delle fonti, di interviste in ginocchio ai potenti, di domande concordate, di Vespa che telefona a Fini e di Biscardi che si accorda con Moggi, di marchette più o meno velate in favore delle grandi aziende, sempre generose con i propri cantori e pronte a togliere lucrosi contratti pubblicitari a testate e giornalisti che si azzardassero a dare notizie equanimi e giudizi imparziali. La stampa italiana è dominata dall'opportunismo: in mancanza dei fatti si dà spazio alle opinioni, che non interessano a nessuno se non ai potenti ripresi in video o in foto a dire per l'ennesima volta le consuete, prevedibilissime, sconcertanti banalità.

    Il giornalismo di Biagi era il giornalismo delle inchieste, della narrazione sul campo, degli eventi visti di persona e riferiti, delle osservazioni imparziali. Non a caso, in un panorama malato di opinionite acuta, Biagi aveva intitolato il suo programma di maggiore successo: "Il fatto", come a ricordare a chi di dovere che è solo di questi che si deve occupare, e solo da questi deve prendere le mosse un giornalismo che sia degno di questo nome: dai fatti, dagli eventi, dalla verifica, dai riscontri. Non alla ricerca dell'obiettività, chimera impossibile, ma dell'onestà intellettuale del proprio lavoro e dei propri giudizi.
    Marco Travaglio osserva sarcastico che in America si dice che il giornalismo è il cane da guardia del potere; in Italia al massimo è il cane da compagnia o da riporto.

    Il mio primo incontro con Biagi è stato grazie alla sua "Storia d'Italia a fumetti", letta ormai tanti anni fa, all'epoca delle scuole medie. L'opera in sé ha un'impostazione storiografica a dire il vero abbastanza datata e non impeccabile (come Montanelli, Biagi aveva altre doti ma non era uno storico). L'opera aveva però il pregio di essere accattivante e, spesso, superbamente illustrata, ed è stato per me un modo per avvicinarmi alla mia passione di sempre: la storia.
    Il TG5 del sempre ottimo Clemente "Gei" Mimun, nel servizio biografico (il consueto "coccodrillo") mandato in onda alle 13 del 6 novembre, in occasione della scomparsa di Biagi, ha curiosamente scordato di dire che questi non aveva potuto lavorare in televisione negli ultimi sei anni perché impedito dal veto di Silvio Berlusconi, l'odioso anatema profferito contro un giornalista che aveva esercitato semplicemente il suo diritto-dovere di cronaca e di critica nei confronti del potere. Certo è che in altri paesi la stampa e l'opinione pubblica sarebbero insorte, ma noi - si sa - facciamo un po' caso a parte...

    Enzo Biagi e Clemente "Gei": trovate le differenze tra un Giornalista e un giornalista...

    Ciao Enzo, e grazie.