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    November 27

    La vita ai tempi del podcast

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    Devo convenire che uno dei passaggi fondamentali della mia vita recente è stato l'ingresso dell'Ipod tra i miei oggetti di uso quotidiano. Ciò che l'infernale aggeggio made in Apple ha portato con sé in realtà non è stato tanto l'ascolto della musica, che dalle mie parti era già ottimo e abbondante per i fatti suoi, ma la scoperta che esiste qualcosa chiamato "Podcast". Il podcast, per chi ancora non lo sapesse, è un sistema di scaricamento dei file audio o video che vengono messi periodicamente a disposizione da alcuni siti internet. In sostanza, è come essere abbonati a una rivista, che ti arriva comodamente a casa ogni volta che un aggiornamento è disponibile. Chi vuole approfondire, si legga il resto sulla solita Wikipedia.

    Come ho detto a molti dei miei amici, la mia vita si divide ormai in prima e dopo la scoperta del podcast. Ne ascolto in continuazione, e vorrei avere più ore nel giorno per potermene ascoltare di più. Il fatto è che ce ne sono di bellissimi: si spazia da Elio e le Storie Tese ai professori universitari. Se a questo quadro contrapponiamo la fogna che passa attualmente dal tubo catodico (e - ormai - dai cristalli liquidi), la situazione è chiara...

    Vorrei allora condividere con amici, lettori e passanti casuali alcuni dei link ai miei siti di podcasting preferiti, con una breve descrizione del loro contenuto. Si tenga presente che su quasi tutti questi siti si trova un link che serve ad iscriversi al feed di quel sito. Il programma che uso io di solito per il feed è Itunes, che mi viene comodo perché ci aggiorno anche l'Ipod, ma se ne possono usare molti altri. Buon ascolto!

    Alle otto della sera
    Definitivamente la migliore trasmissione di approfondimento che c'è in Italia. In cicli di 20 puntate da 15-20 minuti l'una grandi nomi della ricerca, della cultura, della musica, della politica si dedicano ad un tema particolare, affrontando in maniera divulgativa e accattivante temi anche molto complessi. Qualche nome: Alessandro Barbero (un fuoriclasse della divulgazione storica), Sergio Romano, Luciano Canfora, Franco Cardini, Valerio M. Manfredi, Silvia Ronchey, ma anche Paolo Conte ed Elio che, senza Storie Tese, si è prodotto in un'originalissima lettura del "The" Bello Gallico e del "The" Bello Civili di C. Giulio Cesare.

    610 - Sei uno zero
    Lillo e Greg sono i miei miti umoristici. La loro è una trasmissione delirante fatta di scenette nonsense e falsi spot radiofonici. Spesso è il mio ultimo ascolto della giornata, quando ormai mi ospitano le coltri. Da antologia le performances di Lillo nei panni di Pasquale Dianomarina da Roccella Jonica, campione del mondo di 'calabrese estremo', oppure le stratosferiche gag di Medioman, un uomo cento volte più debole e stupido di un uomo normale che, a seguito di un incidente radioattivo, centuplica i suoi poteri e... diventa normale!

    Con parole mie
    Esistono anche persone colte, persino ricercatori universitari, con il senso dell'umorismo. Umberto Broccoli è una di queste. Archeologo (!) e autore radiofonico e televisivo, Broccoli conduce con piglio vivace e toni garbati una trasmissione in cui spazia dalla letteratura "alta" alla canzonetta degli anni Sessanta. Nel ciclo invernale di solito affronta alternativamente tematiche storiche e contemporanee, sempre ricorrendo alla lettura di brani di vari autori.

    Quest'anno il tema centrale è il Mediterraneo, il "lago salato tra oriente e occidente". Finalmente una trasmissione in cui si parla dell'antico Egitto senza tirare in ballo gli extraterrestri.

    Historycast
    Uno splendido Podcast di argomento storico. Enrica Salvatori, docente all'università di Pisa, pone particolare rilievo alle questioni di metodologia della ricerca storica. Anche questa trasmissione vi stupirà per come riesce ad affrontare in maniera ad un tempo approfondita e accattivante argomenti storici a prima vista ostici e complessi. Giusto per provare, suggerisco l'ascolto della puntata su Pericle e la democrazia ateniese (30 minuti).

    Un uomo solo al comando
    Podcast interamente dedicato agli eventi sportivi memorabili e alle grandi imprese dello sport d'ogni tempo. È realizzato dalla stessa équipe di Historycast. Drammatizzazioni efficaci, narrazione coinvolgente e assoluto rigore storico. Qui propongo di provare ad ascoltare la puntata dedicata a Dorando Pietri (25 min):

    Lezioni di storia - Laterza
    Uno dei podcast più scaricati della rete: si tratta di una serie di conferenze organizzate dalla casa editrice Laterza. Vi sono i due cicli di conferenze sulle "Età di Roma" (http://www.laterza.it/pod-scenadiroma.asp e http://www.laterza.it/pod-lezioni-storia.asp), e poi quello sul "Novecento italiano" http://www.laterza.it/pod-nuove-lezioni.asp
    Una delle mie preferite è la conferenza sulle Fosse Ardeatine di Alessandro Portelli, che ha ispirato una nota pièce teatrale di Ascanio Celestini.

    I misteri di Massimo Polidoro
    Massimo Polidoro, membro fondatore e segretario nazionale del Cicap, affronta con le armi della ragione e della ricerca scientifica superstizioni, truffe e ciarlatanerie, false credenze e "misteri" irrisolti del paranormale.

    Marco Travaglio - Passaparola
    A molti potrà anche stare poco simpatico, ma Marco Travaglio è un signor giornalista, che sa fare il suo mestiere con deontologia inappuntabile. Lucida intelligenza, memoria infallibile e acuto sarcasmo sono gli ingredienti di questo podcast dove è possibile ascoltare notizie che il più delle volte vanno sotto silenzio nel resto della stampa.

    November 18

    Triste compagne

    Oggi va così...

    Triste compagne

    Ce n’est pas le mal de vivre, non ça c’est réservé aux esthètes à la dérive, qui jugent la déprime démodée. Je n’ai pas la gourmandise qui consiste à tout détester, c’est pas pour moi le mal de vivre, c’est beaucoup trop raffiné.

    Ça ira mieux demain, du moins je l’espère, parce que c’est déjà ce que je me suis dit hier.

    La larme à l’œil en automne parce qu’elles sont mortes les feuilles, alors qu’j’les connaissais à peine, elles étaient même pas d’ma famille. Ce n’est pas par désespoir, il faudrait vaille que vaille souffrir du matin au soir, c’est beaucoup trop de travail.

    Ça ira mieux demain, du moins je l’espère, parce que c’est déjà ce que je me suis dit hier.

    Ce n’est pas non plus du spleen pourtant c’est toujours à la mode, mais c’est de la déprime qui frime le spleen, c’est beaucoup trop snob. Et c’est pas de la mélancolie, c’est dommage ça m’aurait plu, mais les chanteurs ont déjà tout pris, y’en avait plus. Ce n’est qu’une triste compagne, une peste qui murmure, "N’oublie pas que tout s’éloigne et ne restent que les pleurs".

    Bénabar - La reprise des négociations (2005)

    November 16

    La buona filosofia

    Riporto un'interessante "Bustina di Minerva" del sempre brillante Umberto Eco, che mi ha particolarmente colpito e che sento riflettere in maniera profonda il mio pensiero (esposto peraltro con un'abilità di cui io mai sarei capace).

    Con la consueta lucidità il grande semiologo ci rende partecipi di alcune sue considerazioni sulla natura della scienza, introducendo una saggia distinzione tra questa e la tecnologia e riflettendo su come la scienza stessa, il suo metodo e il suo pensiero, che sono invece fonte di ricchezza e di crescita, vengano sovente contestati. I contestatori sono coloro che propugnano (in buona o mala fede) il ritorno all'oscurantismo integralista (di qualsiasi natura) e quest'epoca che vede l'affermarsi di un sincretismo in cui, dicendo di credere a tutto, in sostanza non si crede a niente.

    Questo articolo è stato ripreso poi dallo stesso Eco nella sua recente raccolta di saggi "A passo di gambero - Guerre calde e populismo mediatico" (edito da Bompiani nel 2006 e ora disponibile in edizione economica), un volume che, per l'intelligenza, l'ironia, l'onestà e l'arguzia dell'autore merita sicuramente una lettura.

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    Credere alla Tradizione
    L'espresso, luglio 2004.

    di Umberto Eco

    Che cosa siano esattamente i buchi neri molti lettori non lo sanno, e francamente anch'io riesco a immaginarmeli solo come quel luccio di Yellow Submarine che divorava tutto ciò che gli stava intorno e alla fine ingoiava se stesso. Ma per capire il senso della notizia da cui prendo le mosse, non è necessario saperne di più, salvo comprendere che si tratta di uno dei problemi più controversi e appassionanti dell'astrofisica contemporanea.

    Ora, si apprende dai giornali che il celebre scienziato Stephen Hawking (forse più noto al grande pubblico non tanto per le sue scoperte quanto per la forza e determinazione con cui ha lavorato tutta la vita malgrado una terribile infermità che avrebbe ridotto un altro a un vegetale) ha fatto un annuncio a dir poco sensazionale. Ritiene di aver commesso un errore nell'enunciare negli anni settanta la sua teoria dei buchi neri e si prepara ad apparire di fronte a un consesso scientifico per proporne le dovute correzioni.

    A chi pratica le scienze questo comportamento non pare per niente eccezionale, se non per la fama di cui gode Hawking, ma ritengo che l'episodio dovrebbe essere portato d'attenzione dei giovani di ogni scuola non fondamentalista e non confessionale per riflettere su quali siano i principi della scienza moderna.

    I mezzi di massa mettono sovente sotto processo la scienza, ritenuta responsabile dell'orgoglio luciferino con cui l’umanità procede verso la sua possibile distruzione, e nel fare ciò confondono evidentemente la scienza con la tecnologia. Non è la scienza che è responsabile degli armamenti atomici, del buco dell'ozono, della liquefazione dei ghiacci e via dicendo: la scienza caso mai è ancora quella capace di avvertirci dei rischi che corriamo quando, usando magari i suoi principi, ci affidiamo a tecnologie irresponsabili.

    Ma nelle condanne che si odono o leggono sovente circa le ideologie del progresso (o il cosiddetto spirito dell'illuminismo) si identifica spesso lo spirito della scienza con quello di certe filosofie idealistiche del diciannovesimo secolo, per cui la Storia procede sempre verso il meglio e verso la realizzazione trionfante di se stessa, dello Spirito o di qualche altro motore propulsivo che marcia sempre verso Fini Ottimali. E in fondo quanti (almeno della mia generazione) rimanevano sempre dubbiosi leggendo manuali idealistici di filosofia, dai quali emergeva che ogni pensatore che veniva dopo aveva capito meglio (ovvero "inverato") il poco scoperto da quelli che venivano prima (come a dire che Aristotele era più intelligente di Platone)?

    È verso questa concezione della Storia che si scagliava Leopardi quando ironizzava sulle "magnifiche sorti e progressive".

    Di converso, e specie di questi tempi, per sostituire tante ideologie in crisi, si civetta sempre più con quello che si chiama il pensiero della Tradizione, secondo cui non è che noi, nel corso della Storia, ci si avvicini sempre più alla Verità, bensì avviene il contrario: tutto quello che c'era da capire lo avevano capito le antiche civiltà, ormai scomparse, ed è solo tornando umilmente a quel tesoro tradizionale e immutabile che potremo riconciliarci con noi stessi e col nostro destino.

    Nelle versioni più smaccatamente occultistiche del pensiero tradizionale, la Verità era quella coltivata da civiltà di cui abbiamo perso notizia, quella della Atlantide inghiottita dal mare, della razza iperborea di ariani purissimi che vivevano su una calotta polare eternamente temperata, dei saggi di un'India perduta, e altre piacevolezze che, essendo indimostrabili, permettono a filosofastri e a romanzieri d'appendice di ricuocere sempre la stessa spazzatura ermetica per il sollazzo delle folle estive e dei sofi da strapazzo.

    Ma la scienza moderna non è quella che crede che il Nuovo abbia sempre ragione. Al contrario, si fonda sul principio del "fallibilismo" (già enunciato da Peirce, ripreso da Popper e da tanti altri teorici) per cui la scienza procede correggendo continuamente se stessa, falsificando le sue ipotesi, per tentativo ed errore, ammettendo i propri sbagli e considerando che un esperimento andato male non è un fallimento, ma vale tanto quanto un esperimento andato bene, perché prova che una certa via che si stava battendo era errata e bisognava o correggere o addirittura ricominciare da capo.

    Che è poi quello che sosteneva secoli fa l'Accademia del Cimento, il cui motto era "provando e riprovando" - e "riprovare" non significava provare di nuovo, che sarebbe il meno, ma respingere (nel senso della riprovazione) quello che non poteva essere sostenuto alla luce della ragionevolezza e dell'esperienza.

    Questo modo di pensare si oppone, come dicevo, a ogni fondamentalismo, a ogni interpretazione letterale dei testi sacri - anch'essi continuamente rileggibili -, a ogni sicurezza dogmatica delle proprie idee. Questa è la buona "filosofia", nel senso quotidiano e socratico del termine, che la scuola dovrebbe insegnare.

    November 06

    There's nothing you can do about it


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    E va bene: come avviene a buona parte dei simpatizzanti storici di sinistra, non ho mai provato un particolare trasporto verso gli Stati Uniti, ma - lo devo riconoscere - è un limite mio. Paese giovane, senza cultura, senza radici, imperialista, popolato - quando va bene - di sempliciotti, ecc. ecc., insomma, un buon mélange di verità (l'imperialismo, senz'altro), di snobismo europeo e qualche luogo comune di sinistra. Se ho mai amato qualcuno a stelle e strisce si è trattato sempre di personaggi che mostravano una qualche forma di ribellione o di contestazione al sistema: da John Steinbeck a Michael Moore, passando per il primo Bob Dylan e per Bruce Springsteen. E adesso, Barack Obama, la cui elezione mi ha spinto alle poche, banali riflessioni che qui espongo.

    Iniziamo con un "eppure". Eppure, eppure... tutti questi ribelli erano anche americani, e nessuno di loro ha mai negato di esserlo né ha mai voluto essere qualcosa di diverso, di distante, di differente. Tutti costoro (con qualche riserva, forse, su Steinbeck), tutti quelli che criticavano, denunciavano, attaccavano lo hanno sempre fatto col con l'intento di cambiare, rivedere, migliorare, ma senza mai mettere in discussione le fondamenta del sistema, che sono le fondamenta stesse di quella stessa società che è stata il loro brodo di coltura, in cui sono cresciuti, di cui si sono alimentati, che ha permesso loro di formarsi, di pensarla in quel modo e - soprattutto - di manifestare il loro pensiero. Hanno avuto il maccartismo, certo, ma quale storia nazionale è immune da zone d'ombra? E, ciò che più conta, loro sono rinsaviti da soli: non hanno avuto bisogno di incappare in una sconfitta militare, come i colonnelli in Grecia o in Argentina, il fascismo italiano, il nazismo tedesco o, oltralpe, il regime di Vichy e Napoleone III.

    L'elezione di Obama è, davvero, uno dei migliori spot - ma veridico! - della concretezza del sogno americano. Una società con enormi diseguaglianze, straordinarie contraddizioni, ma libera e paritaria e, anche per questo, dinamica, molto più dinamica della nostra stantìa contrada. Negli USA, tanto per dire, c'è un tasso di libertà di stampa che molti paesi europei (per non parlare del resto del mondo) neppure si sognano. Tanto per dare l'idea di come ragionano da quelle parti, mi viene da citare una straordinaria pellicola del 1952 ("Deadline USA", da noi "L'ultima minaccia"). In quel film Humphrey Bogart interpreta l'"editor" di un giornale che denuncia i dettagli del giro di affari di un gangster. Il film culmina in una sequenza memorabile in cui Bogey, al telefono con il potente di turno, che minaccia di acquisire la proprietà del giornale e di sbarazzarsi dell'incomodo redattore, indirizza per tutta risposta il ricevitore verso il rumore delle rotative che stanno dando alla città la notizia dei loschi traffici svelati. Qui Bogart pronuncia una battuta memorabile, che in italiano (leggo dal Morandini) suona: "Questa è la stampa, amico. E non ci puoi fare niente", ma in originale è ancora più possente: "That's the power of the press, baby, the power of the press. And there's nothing you can do about it." La "potenza" della stampa. Apodittico. Chi ha pensato alla derelitta situazione del giornalismo italiano alzi la mano.

    Se essere americano significa avere quarantasette anni e poter diventare presidente della repubblica, allora, viva l'America! Se significa essere nero e poter diventare presidente della repubblica, viva l'America! Se significa vincere le elezioni ed essere chiamato "il mio presidente" dall'avversario, viva l'America! Ma, soprattutto, se io posso dire "Abbasso il presidente!" quando e come voglio, allora, viva l'America!

    Il premio Nobel 1993 per la letteratura, la scrittrice afro-britannica Toni Morrison ha commentato icastica che la sua storia "e quella di Obama non sarebbero mai possibili in Francia o in Italia, non perché l'Europa è più razzista dell'America, ma perché è estremamente più protezionista sul mercato del lavoro. In Europa Obama sarebbe ancora in attesa della cittadinanza".

    Il disagio della nostra politica nei confronti del fenomeno Obama è ancora più evidente nelle infelicissime uscite del nostro presidente del consiglio che, quando è lasciato a briglia sciolta, fa più danni dell'uragano Andrew. Ieri, in mancanza di meglio, se ne è uscito con: "A Barack Obama potrò dare dei consigli perché sono più anziano", che è la fotografia impietosa dell'inguaribile gerontofilia di cui è ammalata la nostra politica. Un'affermazione di cui temo proprio che Berlusconi sia realmente convinto e che spiega più di mille parole il perché l'età media di parlamento e governo italiani è una delle più alte del mondo, perché gli strapagati amministratori delegati che fanno fallire in batteria, una dopo l'altra, le società sono sempre gli stessi e sempre più vecchi.  Parimenti Mr. B. crede senz'altro di aver fatto una battuta spiritosa dichiarando oggi - in evidente imbarazzo e altrettanto evidente mancanza di migliori argomenti - che Obama è "bello e abbronzato". Dopodiché mi aspettavo solo che salisse in piedi sulla sedia a recitare una delle filastrocche che venivano pubblicate nel "Corriere dei piccoli" negli anni Dieci del Novecento: "Con sorpresa dei moretti,/ alla porta del tukul/ quando meno te l'aspetti/ ecco appare Bilbolbul." Voleva essere una spiritosaggine. E invece è una terribile gaffe, che in America - appunto - sarebbe costata la carriera politica a chiunque l'avesse pronunciata.

    Al di là dell'indelicatezza e dell'inopportunità politica e diplomatica, trovo terrificante il pensiero che sta dietro a questa affermazione. Come un italiano di cento anni fa, Berlusconi denuncia un manifesto paternalismo di stampo colonialista, quel razzismo sicuramente a-scientifico (diversamente dal razzismo nazista, che si pretendeva fondato su basi biologiche) ma che è purtuttavia consistito in un inerte adagiarsi sui propri convincimenti, in un ottuso accondiscendere ai propri luoghi comuni. In sostanza, lo stesso spirito che ha trovato gli italiani indolenti e passivi davanti alle leggi razziali del 1938 perché queste, in fondo, non facevano altro che ribadire una pigra persuasione che buona parte dei nostri compatrioti già aveva nei confronti di tutti i tipi di "diversi". Gli stessi diversi che negli USA scalano i vertici della società con promesse e speranze di tempi migliori, lasciando noi immobili, stupiti, imbarazzati, con gli occhi strabuzzati e un presidente del consiglio vecchio di almeno un secolo.

    That's Italy, baby, and there's nothing you can do about it.

    November 03

    Europa tra finanza e politica: l'inarrestabile ritorno dei leader

    Un'analisi lucida e per larghi aspetti condivisibile sulla retorica dell'emergenza, tratta dal Sole 24 ore di qualche giorno fa.

    Europa tra finanza e politica: l'inarrestabile ritorno dei leader

    di Carlo Bastasin


    Il ritorno in auge della politica sembra inarrestabile e in questa prospettiva la settimana passata rimarrà memorabile per i Governi europei. Il premier britannico Gordon Brown, un cadavere politico fino a dieci giorni fa, è diventato nella pubblicistica anglosassone "il salvatore dell'universo". Nicolas Sarkozy ha rivelato risorse di leadership tramutando in un successo gli iniziali fallimenti nel coordinamento europeo.

    Il presidente francese e Silvio Berlusconi hanno superato il 60% dei consensi, un livello che il premier italiano ha definito «quasi imbarazzante» in democrazia. Angela Merkel ha ottenuto, come accadeva ai sovrani, sia la gratitudine dei banchieri tedeschi sia la loro umiliazione e quindi il consenso nell'opinione pubblica.
    Nella facciata rassicurante dei Governi che fanno barriera alla crisi c'è tuttavia una crepa. In tutte le risposte pubbliche c'è stata una notevole dimostrazione di leadership, ma un'altrettanto notevole assenza di confronto democratico. I Parlamenti sono stati irrilevanti, il dibattito su cause e rimedi è rimasto schiacciato sotto la retorica millenarista della fine del mondo. L'opinione pubblica non sembra però avere dubbi, non c'è preoccupazione per la sbrigatività delle procedure parlamentari. La paura del crollo epocale del sistema ha offerto una base di legittimazione irrazionale in cui ciò che disperde la paura non è frutto del faticoso e fallibile negoziato umano, ma di una necessità storica. Così nei sondaggi la leadership è premiata a costo di sacrificare, quasi di buon grado, la democrazia.

    E di sacrificio di democrazia si è certamente trattato. Negli Stati Uniti il Congresso, che aveva bocciato il primo piano Paulson, è stato costretto a rivotarlo e a rinnegare se stesso. «Non c'è alternativa» aveva spiegato Bush. Invece l'alternativa c'era: solo una settimana dopo Paulson aveva dovuto ritirare il piano e sostituirlo con uno migliore e copiato dagli europei. Più di chiunque altro era stato John McCain a esemplificare l'inconciliabilità tra crisi e democrazia, proponendo di sospendere la campagna presidenziale americana finché il crollo di Wall Street non fosse finito.
    In Germania una procedura di approvazione parlamentare che sarebbe durata quattro mesi è stata sbrigata in una settimana con votazioni che al Bundesrat sono state prive anche di un solo voto di dissenso. In Germania e Francia la dialettica politica si è spostata così fuori dal Parlamento e inevitabilmente ha assunto connotati populistici; si discute non del miglior modello di salvataggio dell'economia, ma di quali punizioni infliggere ai banchieri per placare l'irritazione popolare. In Italia la denuncia dell'opposizione del rischio di regime è parsa rituale, le proteste sull'assenza di un dibattito parlamentare sono sembrate d'intralcio anche perché il dibattito mancato sui contenuti è stato sovrastato dalle retoriche sulla fine del capitalismo. Perfino la voce degli economisti, titolati a discutere le diagnosi, è ripudiata.

    Sappiamo tutti quale sia la giustificazione: quando una casa brucia, l'incendio va spento. Le analogie con le guerre e le catastrofi naturali sono giunte spontanee: l'emergenza era troppo grave per perdere tempo a discutere di alternative. Gli interventi inoltre erano «esorbitanti» anche per la loro dimensione: estranei alle orbite normali dei bilanci parlamentari. Le risorse mobilitate dai Governi dovevano intimidire i mercati, facevano capo ai contribuenti-elettori ma hanno finito per rafforzare il ruolo pubblico dei capi di governo, in un collasso dello Stato dentro al potere esecutivo.
    Ma possiamo davvero permetterci di rinunciare a discutere nel merito quello che sta avvenendo? No per alcune ragioni:

    1. Il principio delle decisioni d'autorità rischia di evolversi da metodo a sostanza della politica. Non sono in fondo le ricette che emergono dalla crisi - la statalizzazione delle banche, la protezione degli assetti proprietari dei campioni nazionali, la distribuzione di sussidi pubblici - una forma di concentrazione del potere, in una misura di cui non si aveva memoria da decenni? Ieri Sarkozy ha proposto la creazione di fondi sovrani nazionali, una soluzione molto meno accettabile di quella di Giulio Tremonti di un fondo "sovrano" europeo e che finirà per creare conflitti tra Paesi della Ue. «Ognuno torni davanti alla propria porta di casa» chiede il ministro delle Finanze tedesco e nel farlo rivela la contraddizione: nel momento in cui i Governi europei sentono la necessità di un coordinamento globale – una nuova Bretton Woods – riaffermano la logica della sovranità esclusiva, condannando al fallimento lo sforzo di governare la globalizzazione.
    2. L'affermazione di leadership raccoglie molto consenso quando le cose - per capacità o per fortuna - vanno bene e gli eventi della scorsa settimana ne sono testimonianza, benché se la crisi sarà riassorbita i mercati e la politica torneranno a disciplinarsi vicendevolmente rendendo inutile l'esercizio di autorità. Ma che cosa succede se l'allentamento delle procedure democratiche coinciderà con fasi infelici della società? I prossimi due anni saranno di recessione economica, renderanno una moltitudine di imprese e individui dipendenti dall'aiuto dello Stato. In Paesi come l'Italia è prevedibile che il debito pubblico torni ad aumentare. Tornerà la pressione dei mercati che finanziano il debito e la tentazione di isolarsene d'autorità. La contrapposizione tra interessi nazionali e vincoli esterni si farà più grave.
    3. Un problema della globalizzazione è di aver fallito in uno dei suoi aspetti più interessanti: l'espansione del benessere attraverso strumenti finanziari che consentivano anche a famiglie povere di diventare proprietarie della loro abitazione. Il problema della distribuzione del reddito – che presuppone meccanismi di decisione democratici a maggioranza – e l'obiettivo di una certa uguaglianza, sono decisivi nel garantire consenso all'apertura delle frontiere e d'ora in poi non potranno non essere affrontati da chi vuole discutere di mercati globali.
    Una politica di concentrazione di potere nelle mani degli Esecutivi mal tollera il laborioso processo di condivisione delle decisioni: l'arbitrio si scontra con regole comuni. Ma poiché quasi tutti i problemi che ci affliggono – dalle crisi finanziarie alle condizioni dell'ambiente, dalla recessione agli sviluppi demografici – non sono governabili su scala nazionale, la retorica autocratica rischia di distanziarsi dalla soluzione dei problemi e il meccanismo dell'emergenza finisce inevitabilmente per diventare uno stato permanente, aggravando il problema democratico. Ora che si affronta il tema di riscrivere le regole globali dell'economia, i temi della democrazia e dell'integrazione politica non dovrebbero rimanere ai margini.

    22 Ottobre 2008

    November 01

    Wall-E

       

    È incredibile, incredibile: Pixar mi stupisce ogni volta di più. Solo per citare gli ultimi: prima con un film critico nei confronti della società e della famiglia americana come "Gli incredibili", poi con un film adulto e di gusto "europeo" come "Ratatouille", infine con un gioiello fantascientifico e post apocalittico come "Wall-E".

    Mai come nel caso di questo lungometraggio si può parlare dell'esistenza di diversi livelli di lettura: c'è una storia appassionante, tenera e divertente per i bambini e per gli adulti in vena sentimentale, ma vi sono anche intelligenza e coraggio, poiché ci si avventura senza mezzi termini in una critica a tutto tondo dell'attuale società dei consumi: un film che mostra una Terra tra settecento anni per denunciare ciò che la Terra è adesso.

    In aggiunta a questo, che già basterebbe per rendere il film uno degli episodi più interessanti dell'attuale panorama cinematografico, troviamo delle vette tecniche straordinarie, così come straordinario è lo stile di narrazione per immagini: quasi non ci si accorge che la prima mezz'ora scorra senza che sia pronunciata una parola. Straordinaria la luce del film, con la caligine impietosa che offusca la vista e che contribuisce ad accrescere lo scenario di desolazione della Terra abbandonata ai suoi rifiuti e ai suoi neon pubblicitari (che dei rifiuti sono sicuramente stati una delle determinanti), mirabile la fotografia delle scene ambientate nello spazio aperto.

    Le citazioni abbondano, e ce n'è per tutti. Chiaramente, sono un di più, ma va da sé che uno ci si diverte... Al momento me ne sovvengono almeno un paio degne di nota [attenzione * spoiler*: selezionare il testo per poterlo leggere]

    quando Wall-E abbandona la Terra abbarbicato all'astronave e attraversa la cintura di rifiuti spaziali, va a sbattere per un attimo con la testa contro lo Sputnik , il primo satellite mai lanciato in orbita. E questo forse è qualcosa di più che una semplice citazione: il satellite sovietico è infatti il pioniere assoluto dell'immondizia spaziale che impietosa circonda il pianeta. Vale a dire che questa - evidentemente - non è mai stata asportata, neppure nei suoi più antichi esemplari.
    La seconda: "Odissea nello spazio" aleggia possente in tutta la seconda parte del film. Vi è però un momento il cui l'omaggio diventa scoperto, esplicito e inequivocabile: al momento della lotta con l'Intelligenza Artificiale, l'uomo *riconquista la posizione eretta* sulle note dell'Also sprach Zarathustra di Strauss, con un triplice richiamo al capolavoro visionario di Kubrick. Tanto era onesto e appassionato l'omaggio, tanto coinvolgente la sequenza in cui era inserito che su questa scena ho dovuto controllarmi per non alzarmi in piedi ad applaudire.

    Si ride, si piange, si riflette, ci si appassiona. Mio dio, a questo film la definizione di capolavoro va ancora stretta...