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November 08 - Se fossi un personaggio storico, chi saresti? - Bud Spencer, o Terence Hill...Una delle grandi sfide per i movimenti progressisti novecenteschi è stata quella legata all'alfabetizzazione delle masse. Nei testi di storia ho letto con commozione delle "biblioteche socialiste", piccoli allestimenti temporanei, generalmente minuscoli carrettini carichi di volumi che girovagavano per i borghi del centro e nord Italia all'inizio del secolo scorso prestando libri gratuitamente. Le grandi raccolte di libri erano nelle città, spesso rinchiuse negli oscuri penetrali dei palazzi signorili. Queste piccole realtà erano invece realizzate grazie al coraggio e alla passione di gente che spendeva il proprio tempo - e sovente il proprio denaro - per compiere una minutissima opera quotidiana, giorno per giorno, paese per paese, con l'altissimo fine di acculturare chi non aveva i soldi per acquistare libri. Non era opera compiuta con fini economici, ma a solo scopo di filantropia e di riscatto sociale degli umili. Mia madre ha potuto studiare solo fino alla quinta elementare; ricorda i suoi bei temi di scuola con un misto di dolcezza e risentimento. Rammenta con giusto orgoglio gli ottimi voti in "lingua italiana" e in "bella grafia", rievoca con rabbia quella maestra della bassa bergamasca che sessantacinque anni fa diceva a lei e ai suoi compagni di classe che non si dannassero l'anima più di tanto, ché tanto non avrebbero comunque proseguito gli studi, "non sarebbero andati avanti", in nessun senso. Lei avrebbe voluto fare la giornalista, oppure la modista. Dovette andare a lavorare come infermiera generica in un ospedale psichiatrico, lontano da casa, gestito da suore tiranniche che neanche in un romanzo di appendice. Un lavoro che detestava, ma l'unico che era disponibile al momento, peraltro grazie alla raccomandazione del prete del paese. Un amico mi narrava di sua nonna, domestica al servizio in casa di nobili, che gli diceva, parlando del suo primo voto, nel 1946: "A mi la ma piaseva quela roba lì dela demucrasìa, parché el me vodu al vareva instèss di quel di sciuri!" [A me piaceva quella roba lì, la democrazia, perché il mio voto aveva lo stesso valore di quello dei signori]. Queste sono state e sono tuttora le grandi sfide della democrazia. Ora si festeggiano i vent'anni dalla caduta del muro di Berlino. All'epoca avevo diciassette anni e fui il primo a gioirne. Ora, con la ricorrenza dell'anniversario, assisto con sconforto alla gara a prendere a calci il cadavere del comunismo e, con esso, di tutti i movimenti libertari otto e novecenteschi. Con vuoto esercizio di retorica ci si affanna a gridare al lupo, ma chi lo fa in realtà non si sta difendendo da un nemico geo-politico che non rappresenta più una minaccia strategica da almeno vent'anni, se non trenta. Sta negando il contenuto delle lotte che hanno visto come protagoniste tutte quelle persone che quelle battaglie le hanno combattute in nome di un'idea. Non fanno paura Stalin, Breznev, Honecker; fanno paura l'eguaglianza, il diritto, la mobilità sociale - e sopratutto la cultura, che del forziere delle libertà è la chiave preziosa. Negli anni che scioccamente e frettolosamente sono stati etichettati come "fine della Storia" (occhio alle maiuscole), in realtà, molte delle mie idee democratiche ed egualitarie sono state messe a dura prova: quello che non sono riusciti a fare Bava-Beccaris, l'OVRA, Mario Scelba, Henry Kissinger - distruggere le idee di riscatto sociale - sta riuscendo a causa della stupidità di questi anni, a causa dei contenuti e dell'esistenza stessa di idiozie mediatiche come il Grande
Fratello. Come sanno, o sperano, tutti coloro i quali hanno letto "Fahrenheit 451", se la cultura viene proibita state pur sicuri che essa fiorirà in clandestinità ancora più rigogliosa. Se però va fuori moda, non c'è movimento che la possa salvare. Vedere per credere il video messo in giro dalla Gialappa's in questi giorni che immortala gente che ha preso parte ai provini per la nefanda trasmissione televisiva. Se questi sono gli esclusi non oso immaginarmi chi hanno preso... Questa non è gente che è ignorante perché
non ha avuto la possibilità di studiare. Questi sono bestie orgogliose
e consapevoli della loro condizione, del tutto intenzionati a perpetuarla; gente che aspira a prendere parte ad una kermesse tutta mediatica in cui non è necessario saper fare alcunché, basta apparire per essere. E lo sconforto sale. Chissà cosa direbbero quelli delle biblioteche socialiste.
November 04 Il crocifisso o una questione di identitàScherza coi fanti, ma lascia stare i santi. In Italia non si può mai discutere garbatamente di questioni che in qualche modo toccano la religione. In particolare, negli ultimi anni, l'assenza di un referente unico per il dialogo con l'altra sponda del Tevere (leggi: Democrazia Cristiana) ha portato i nostri sempre più squallidi rappresentanti istituzionali a sgomitare tra loro per accorrere scodinzolanti a baciare la pantofola papale. La loro speranza (o illusione) è naturalmente quella di accalappiare una manciata di voti in più; la certezza è che questo ha portato la nostra già trista classe politica a essere la più conformista d'Europa. A cascata si sono adeguati i media - mai abbastanza servili - e, in ultima istanza, la gente comune. Così capita di ascoltare o leggere pareri alquanto curiosi, capriole argomentative del tipo: io non vado a messa ma il crocifisso è il simbolo delle mie tradizioni e va lasciato dove sta, in fondo non fa male a nessuno. Complimenti per la coerenza e per la profondità degli argomenti portati. Insomma si tratta di una "innocua tradizione" (cit. Bersani, ex comunista, segretario del principale partito di opposizione). Il governo presieduto dall'"utente finale" delle escort, siccome il papa gli fa le occhiatacce, tenta di recuperare punti e corre a difendere la morale pubblica (offesa da tangenti, baldracche e raccomandazioni) promettendo un pronto ricorso verso la sentenza di ieri della Corte Europea che, a ben guardare, è frutto di semplice buon senso e di una serie di passaggi logici ampiamente condivisibili (a mio modesto avviso). Vi si dice infatti: il crocifisso è il simbolo di una religione; il fatto che sia affisso in un edificio pubblico connota quello stesso edificio come appartenente ad una religione; chi vuole educare i suoi figli al di fuori dell'ambito di quella religione si sente limitato in questa sua libertà. Dov'è il problema in tutto questo, gente? La smettiamo di nasconderci dietro un dito? Quello che sino a qualche anno fa era considerato (giustamente) un simbolo che identificava senza mezzi termini una particolare religione è passato - con un incredibile paralogismo - a rappresentare l'intero patrimonio di culture e tradizioni italiane. Qualcuno si spinge alla finezza di affermare che la Costituzione della Repubblica Italiana ci identifica come un paese cattolico. Rileggetevi gli art. 7 e 8: non c'è nulla del genere. Si parla solo di parità tra tutte le religioni e del fatto che "lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani." Ho sempre ritenuto svilenti queste affermazioni identitarie fatte con il preciso intento di escludere qualcuno dal novero. La cultura e, se vogliamo, il genoma stesso degli italiani è "meticcio", e lo dico con la migliore accezione che questo termine possa rivestire. La nostra penisola è stata attraversata nei millenni, letteralmente da centinaia di migrazioni. Alcune pacifiche, la maggior parte no. Noi, ci piaccia o no, siamo figli di ciascuna di esse: figli di invasori, di razziatori, di conquistatori, di predoni. Eppure che meraviglia il calderone culturale nel quale sono cresciuti Dante, Petrarca, Machiavelli, Lorenzo il Magnifico, Michelangelo, Leonardo, Galileo, Beccaria, Verri, Lombroso, Peano, Marconi, Calvino, Montale. Personalmente ritengo che il crocifisso non mi rappresenti più di quanto non lo facciano tutti costoro, ma anche quelli che in qualche modo sono confluiti nel nostro pensiero, nella nostra filosofia, nella nostra letteratura, nella nostra scienza: Omero, Platone, Aristotele, Seneca, Avicenna, Maimonide, Giordano Bruno, Newton, Montesquieu, Voltaire, Darwin, Nietzsche, Freud, Planck, Einstein. Mi si dice: ognuno la pensi come vuole, ma nessuno comandi a casa nostra. Si arriva persino a criticare la cittadina italiana che ha avuto l'ardire di sollevare la questione dinnanzi alla Corte perché di origine finlandese, apostrofandola con inviti ad andare "a rompere le palle" a casa sua. Tutte cose lette e sentite, eh! non mi sto inventando niente! Allora mettiamola così: io la penso come voglio ed esigo di poter continuare a farlo. E l'unico presupposto affinché ciò mi sia permesso è la laicità dello stato. Intendiamoci sulle parole: ho scritto "laicità", non "ateismo" dello stato. Non voglio uno stato che neghi le religioni, ma uno stato che le consenta tutte. Allora è il caso di continuare a farsela qualche domanda, anziché tranciare il tutto con un "piantiamola qui e ognuno rimanga della sua idea". Ci poniamo con fare provocatorio la solita questione sul perché gli altri a casa nostra possono fare quello che noi non possiamo fare a casa loro? Se vi basta fare la domanda perché volete inveire contro qualcuno, allora finitela pure qui di leggere. Se siete interessati a una risposta, ne propongo una che a me pare lampante, ad altri non so. Se pensiamo di poterlo fare per il banale motivo che "ciascuno è padrone a casa propria" ci rinchiudiamo in una mentalità provinciale e, se me lo si consente, abbastanza meschina. A quel punto diventa un po' come fare il tifo per una squadra di calcio: la mia è la migliore perché è la mia, punto e basta; le altre affondino pure. Era rigore perché era rigore, arbitro venduto e cose così. Allora appendo nelle aule scolastiche il gagliardetto dell'Inter, sostengo che quella sia la tradizione, vi argomento che tutto sommato non nuoce a nessuno e poi vediamo cosa mi dite (soprattutto se siete gobbi o milanisti La differenza sostanziale della quale dovremmo invece essere ben consapevoli è che nella cultura occidentale c'è il germe della tolleranza. È contemplato che l' "altro" (qualunque "altro" esso sia) abbia il diritto di esistere e di praticare in libertà le proprie idee, fin quando esse non nuocciano alla mera esistenza del consesso civile in quanto tale. Ma insomma: se altrove esiste la legge del taglione, per sentirci migliori dovremmo applicarla anche noi? Intendiamoci: secondo me si tratta non solo di una visione tollerante, ma anche lungimirante proprio per la conservazione del consesso sociale esso medesimo, giusto perché evita di iniziare la sterile gara a chi è più bravo e, soprattutto, evita la chiusura in controsocietà o, in termini più correnti, previene la formazione di ghetti la qual cosa, come insegna la storia, è sempre il preludio di atti spiacevoli, da parte di chi ghettizza o da quella di chi è ghettizzato - se nel tempo diviene più forte e numeroso. La migrazione di popoli è un fenomeno ineludibile, è una costante della storia: non la si ferma con le leggi, né con le barriere, né con le cannonate. Noi siamo meno numerosi e più ricchi della media di chi si trasferisce qui. Ma lo siamo perché abbiamo, nel tempo, accumulato ricchezza sottratta alle nazioni di coloro i quali vengono a domandarcene una parte. È vero: così è caduto l'impero romano, ma il 23 agosto del 476 d.C. non è finito il mondo. La cultura, la civiltà, le persone, la religione si sono evolute, hanno dato frutti nuovi e diversi. L'islam ha prodotto i talebani e le torri gemelle, d'accordo, ma anche Avicenna, Averroè, Omar Khayyam, Al-Kwaritzmi, tanto per citare i primi nomi a caso che mi vengono in mente. Il cristianesimo, di cui il crocifisso è simbolo (è inutile nascondersi dietro un dito) ha prodotto Francesco d'Assisi, Giovanni Bosco, la cappella sistina e la messa in Requiem di Mozart, di cui è giusto andare orgogliosi, ma anche le Crociate, l'Inquisizione, la caccia alle streghe, il rogo di Giordano Bruno, la scomunica di Galileo, i milioni di indios sudamericani morti ammazzati nel XVI secolo, la deportazione dei Sassoni ad opera del "cristianissimo" Carlo Magno; tutti fatti che forse tendiamo a rimuovere, ma che dovremmo avere ben presenti. Chi valorizza le proprie radici fa bene. Chi difende la propria identità dovrebbe però interrogarsi su quale essa sia. La società italiana (o francese, o tedesca, o americana, o norvegese) è quella del 2009? O "quella vera" era quella del 1950? O del 1910? O del 1850? La realtà è che sono vere tutte queste risposte e non ne è vera nessuna: l'"identità" è un fenomeno dinamico, una realtà in movimento, in continuo divenire, che cambia ogni giorno e che è resa reale da tutti coloro i quali vi concorrono. Non la si può congelare in una sterile istantanea, perché questa sarebbe già vecchia e polverosa un istante dopo averla scattata, in quanto superata dagli eventi. No: non fa bene a nessuno fare a gara a chi è più bravo e chi più cattivo. Ma non fa bene neanche rimanere a guardare il proprio ombelico, perché la Storia avanza, e se ne rimane travolti. La storia non si giudica: semmai si comprende (o si tenta di farlo). E, ogni tanto, questa comprensione dovrebbe servirci a imparare qualcosa. |
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