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April 29 Lezione capitaleRiporto uno stralcio dall'editoriale odierno di Ezio Mauro. Da "La Repubblica" del 29.04.2008[...] È da qui, oggi, che deve partire Veltroni. Guardando in faccia questo problema grande come una casa, la sindrome minoritaria della sinistra. Con il vantaggio che Roma dimostra - sommando il fuoco amico su Rutelli e le astensioni - come con la sinistra radicale e il suo ideologismo suicida non si possano ipotizzare alleanze, se non per perdere. Ma nello stesso tempo, quel voto reclama una copertura politica dello spazio vuoto a sinistra: cominciando dalla pronuncia di quella parola, l'unica che il dizionario politico veltroniano ha evitato per tutta la campagna elettorale, e tuttavia l'unica che può mobilitare - coniugata con la modernità, con il cambiamento, con l'innovazione, con la capacità di parlare al centro - quella fetta di apolidi messi in libertà dal fallimento dell'Arcobaleno. Cittadini che esistono, che sono una forza potenziale di alternativa al berlusconismo, solo che qualcuno sappia convertire in politica spendibile il loro peso senza rappresentanza.
Veltroni ha incassato due sconfitte pesanti, e tuttavia ha varato un
vascello che può andare lontano, un partito della sinistra di governo,
che l'Italia non ha mai avuto. Eviti di negare la realtà, come talvolta
fa, usi le parole di chi sa di aver perso, ma sa anche dove vuole
andare. A cominciare dalla navigazione interna del partito. Un leader
ammaccato, depotenziato, frastornato e commissariato non serve a
nessuno, se non agli oligarchi. La discussione interna deve essere
all'altezza di un partito che è democratico davvero, vuole essere nuovo
e non può più accettare procedure d'altri tempi. Valuti Veltroni se non
è il caso di strappare di nuovo, per andare avanti, oppure rinunciare.
Ci sono sempre quei tre milioni e mezzo delle primarie, pronti a
contare nei momenti che contano. Se qualcuno si ricorda di loro. April 25 V2 DayL'Italia è un Paese fermo, paralizzato dalle sue lobby, dai suoi egoismi, dai litigi dei politici e dagli interessi di quei pochi (ma potenti) che vivono di rendita. Un Paese in cui pare che nessuno abbia il potere prendere delle decisioni ma tutti sembrano poter impedire che altri le prendano. Beppe Grillo ha l'indiscutibile merito di essere una voce fuori dal coro, critica ed intelligente, se pure negli ultimi anni ha interpretato maggiormente il ruolo di maȋtre a penser che di comico, con alcune preoccupanti tentazioni populistiche e inevitabili scivolamenti di stampo plebiscitario. Molti dei suoi ammiratori lo vedono come un profeta il cui verbo e operato non possano essere messi in discussione, e ciò spesso mi inquieta, come mi inquietano tutti i fenomeni di adesione di massa ad un pensiero, un'idea, un partito, un idolo. Oggi, 25 aprile, giorno che per molti (sempre meno in maniera sincera e sempre di più per mera convenienza) è la data in cui festeggiare la ritrovata libertà dal fascismo, Grillo lancia il V2 day. In questo giorno, che si riallaccia idealmente all'8 settembre 2007, in cui è stato dato l'assalto a quella dei politici, viene attaccata un'altra casta, quella dei giornalisti. Vengono dunque presentate tre raccolte di firme per altrettanti referendum: per abolire l'ordine dei giornalisti, per cancellare il finanziamento pubblico alla stampa e per abrogare il testo unico "Gasparri" sull'emittenza radiotelevisiva. Il primo referendum, già proposto anni fa, per inciso, e reso vano dal mancato raggiungimento del quorum, mi trova completamente d'accordo. L'ordine dei giornalisti è un'istituzione voluta dal fascismo per tenere sotto controllo l'informazione. Ma, dopo la caduta del regime, ci si è guardati bene dal cancellarlo: l'Ordine ha una sua cassa previdenziale a parte ed una serie di garanzie che incarnano - in peggio - la degenerazione corporativa del sindacalismo italiano. Tante e tali sono le guarentigie concesse a chi fa parte di questo circolo ristretto da renderlo una cittadella sempre meno espugnabile dai giovani e, soprattutto, da chi è privo di "paternità" politiche o professionali di un certo peso. Così, quelli che non sono raccomandati stazionano per anni fuori dalle mura di questa fortezza, lavorando come free lance senza contratti, senza garanzie, per il congruo compenso di dieci euro lordi per articolo (chiedete ai giornalisti della stampa locale!), trottando come galoppini per anni, facendo orari impossibili e sottoponendosi infine alla burla di un esame di stato per il quale è richiesto tutt'ora di saper dattilografare un pezzo (sì, proprio con la macchina per scrivere!). Ah, certo: l'Ordine dovrebbe sovrintendere alla deontologia professionale dei giornalisti: vista la visibile degenerazione di una categoria che, salvo rare, luminose eccezioni è totalmente prona ai potenti di turno, mi pare che questa vetusta istituzione abbia fallito anche nella sua missione etica. Se provaste a chiedere a qualunque giornalista cosa ne pensa della faccenda, otterreste (a me è capitato) solo risposte del tipo: "Ah, ma io vivrei benissimo anche senza l'Ordine", "l'Ordine non serve a niente", e via dicendo. Poi, chissà perché, non si arriva mai a proposte concrete di abolizione: chi ha conquistato l'ambita condizione si guarda bene dal permettere che questa venga rimessa in gioco. Il secondo referendum (abolizione del finanziamento pubblico alla stampa) è quello che mi lascia più perplesso, anche perché mi pare il più populista di tutti. I giornali prendono finanziamenti pubblici, ottenendo congrue somme dallo stato (molti di loro come organi di partiti che esistono solo in linea teorica). È un costo per la collettività e un modo per tenere sotto controllo la stampa, concedendo e lesinando a seconda delle convenienze del potere. Quindi, aboliamo i finanziamenti e i giornali si sostengano attraverso il libero mercato. Posta in questi termini la questione sembrerebbe semplice, invece a mio modestissimo parere i termini sono più complessi. Il mercato dell'editoria italiana, che ci piaccia o no, è quello che è, e certamente è stato modellato così anche a causa dell'esistenza delle leggi sul finanziamento pubblico. Ribaltarlo repentinamente non produrrebbe necessariamente effetti virtuosi. Diversamente da quanto accade ad esempio in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, dove la stampa ha un'articolazione ed una diffusione per noi inimmaginabili, i giornali italiani si mantengono per una congrua percentuale delle loro entrate, con la pubblicità, che solitamente costituisce la loro maggiore entrata; in seconda battuta, una fetta variabile dei loro introiti è costituita dai finanziamenti pubblici. E poi - ma solitamente solo al terzo posto di questa ideale classifica - vi sono i ricavi dalle vendite. Innanzitutto, se i finanziamenti scomparissero dall'oggi al domani, molte gloriose testate, che combattono le stesse battaglie di Grillo da molto tempo prima di lui, si troverebbero a chiudere e, nel disastrato panorama della stampa italiana contemporanea, perdere delle voci critiche non sarebbe necessariamente una buona prospettiva. Dei giornali che non si mantengono con le proprie forze potrebbero sopravvivere solo quelli che vengono alimentati da grandi capitali privati. Per essere chiari: sparirebbe "Il Manifesto" e rimarrebbe "Libero". A questo proposito faccio sempre un esempio che per me è illuminante: nel 1993, sulla scorta moralizzatrice del ciclone "Tangentopoli", venne abrogato il finanziamento pubblico ai partiti, vennero approvate una serie di leggi molto restrittive sulla possibilità che le formazioni politiche e i candidati ricevessero contributi elettorali. Di più. si parlava di inutilità dei partiti, li si descriveva come un inutile peso per la società. In questo panorama che pareva figlio di una sceneggiatura scritta a quattro mani da Savonarola e Robespierre, emerse l'unico potere che poteva emergere: quello di Silvio Berlusconi, che si presentava come impolitico (se non antipolitico) e, soprattutto, che i soldi ce li aveva già di suo, e li ha utilizzati per la repentina scalata a palazzo Chigi e ai vertici della politica italiana. Inoltre, senza finanziamenti, e proprio perché il mercato italiano è quello che è i giornali si libererebbero da un presunto "potere forte", quello politico, per cadere nelle mani di un altro potere più forte ancora, quello dei grandi inserzionisti, cioè del grande capitale. Anche qui un episodio: l'anno scorso "Il Sole-24Ore", un quotidiano tra i più seri in circolazione, anche se non propriamente il più rivoluzionario di tutti, pubblicò un reportage che esprimeva un giudizio negativo su alcuni aspetti dell'ultima collezione di Dolce & Gabbana i quali la presero con sportività, e pensarono bene di revocare alcuni importanti contratti pubblicitari con la testata. Ecco, il "Sole" ha le spalle larghe, e può anche permettersi di perdere un inserzionista così "pesante". Uno, però; forse due. Altri giornali non potrebbero permettersi di rinunciare neppure ai contratti pubblicitari più piccoli, diventando così letteralmente schiavi dei propri inserzionisti. I quali sono multinazionali dagli interessi sempre più ramificati e, spesso, ignoti ai più. E, a quel punto, quale obiettività potremmo aspettarci da un giornale nell'analisi, ad esempio, della sicurezza di una vettura, quando la FIAT è magari il più importante cliente delle pagine pubblicitarie? Ma Montezemolo, azionista di riferimento della casa torinese, possiede (assieme a Diego Della Valle) ampie quote anche della Frau (pelletteria e arredamento): come accoglierebbe un servizio negativo sui suoi divani? Che valore potremmo dare allora all'articolo sulla bontà di un alimento o sull'efficacia di un prodotto per l'igiene? Meditiamo anche su questo... Il terzo referendum proposto da Grillo si lega direttamente con quanto ho appena scritto. Lo firmerò e, nel caso, voterò volentieri. È la proposta di abolizione del Testo Unico sull'editoria radiotelevisiva, la cosiddetta "Legge Gasparri", uno dei testi di legge della storia italiana più scandalosamente asserviti ad un interesse privato: quello di Silvio Berlusconi. Inutile ora tornare su quello che già tutti sanno: Craxi, le tre reti televisive, il conflitto di interessi che la sinistra non ha saputo/voluto affrontare, il diritto di Europa 7 ad occupare le frequenze di Rete4, che ci è anche costato una condanna dell'Unione Europea, eccetera eccetera. Sono pronto a scommettere che, anche qualora si raccogliessero le cinquecentomila firme necessarie al suo varo, il referendum verrebbe bocciato dalla Corte Costituzionale: non si può infatti abrogare un intero testo unico, giacché il campo normativo rimarrebbe completamente sguarnito. E, anche qualora la consulta desse il via libera, troppo grande sarebbe la forza propagandistica di Berlusconi, che farebbe facilmente naufragare questo referendum presentandolo come un attentato alla libertà di stampa (cioè esattamente il contrario di quello che è). Chi ha memoria rammenterà che così già fece dieci anni fa nel caso di altre consultazioni simili, mobilitando per l'occasione tutta la sua pattuglia di fedelissimi: Vianello, Mike Bongiorno... I devoti ascari, nel corso delle loro trasmissioni, capitavano chissà come, quasi per caso, sull'argomento facendo pubblicità alla causa del Padrone. Interloquendo lo spettatore con tono mesto si domandavano: "Che ne sarà di noi se passa questo referendum? Non potremo più lobotomizzarvi quotidianamente dal teleschermo..." Chi si ricorda? Poscritto. Una piccola appendice: la maggior parte delle idee e delle informazioni che ho tentato di riassumere qui sopra scaturisce principalmente dalla lettura di due testi, che suggerisco caldamente a chiunque fosse interessato ad approfondire il fenomeno della progressiva degenerazione della stampa italiana. Si tratta di:
April 20 Ripartiamo da quiRipartire da qui. Dal risultato del Partito Democratico, un partito che ne riuniva due e che – per la prima volta nella storia delle elezioni italiane – ha raccolto un risultato maggiore alla somma dei voti precedentemente ottenuti dai partiti che lo componevano. Siamo sinceri: pochi nello schieramento di centro sinistra pensavano che si sarebbe potuto vincere davvero: dei sondaggi troppo compiacenti ci avevano ingolositi e poi, certo, era doveroso crederci. Semplicemente, l'ipoteca del governo uscente era troppo pesante. A mio modesto avviso il problema non era neppure tanto nei risultati della politica governativa, quanto nell'immagine percepita dal cittadino medio, che era la rappresentazione di una coalizione disomogenea e rissosa, di un'azione costantemente ridotta al compromesso tra le sue troppo diverse componenti, tutte troppo egoiste, tutte troppo particolariste, orientate alla loro propria visibilità mediatica e politica anziché alla reale soluzione dei problemi del Paese. Il governo è caduto al centro, mercé le disavventure giudiziarie di un Mastella qualsiasi, uno che non passerà certo alla storia come uno statista. È caduto al centro ma è stato logorato da sinistra. Da un'azione estenuante di disturbo, di puntualizzazione, di distinguo, dalla continua apposizione di puntini sulle “i” da parte dei vari Giordano, Pecoraro Scanio, Diliberto, Turigliatto, Ferrando, e persino Bertinotti, che non ha mai saputo decidersi a scegliere un ruolo, tra il brillante rappresentante istituzionale, girovago mondano in aereo di stato, ed il rivoluzionario di professione, pronto ad infiammare fabbriche e centri sociali con la sua rivoluzione in salsa di “erre” blasé. L'improbabile armata Brancaleone che è stata il governo Prodi è dunque implosa, crollando su se stessa (senza neppure raggiungere il feudo di Aurocastro), lasciando all'Innominato e Innominabile per l'ennesima volta il ruolo di salvatore della patria e alla Lega (chi l'avrebbe mai detto?), quello di nuovo partito della classe operaia. Quest'ultima affermazione è il leitmotiv che negli ultimi giorni abbiamo ascoltato così tante volte da farcelo apparire scontato – a posteriori – e quasi banale, ormai assodato. In realtà, a voler ben vedere, è il capitolo più inaspettato e, al tempo stesso, il più doloroso per la sinistra. Abbiamo scoperto che non è che gli operai non esistano più, semplicemente hanno un altro volto e c'è chi parla loro con voce diversa. Il Pdci ha subito interpretato la sconfitta elettorale con
lucidità, concludendo che questa è occorsa perché
dal simbolo elettorale erano spariti la falce e il martello. Rifondazione non ha trovato di meglio che convocare un comitato centrale di rabbia e resa dei conti, in cui è prevalsa la linea più conservatrice. A luglio è convocato il soviet supremo, pardon, il congresso in cui si scontreranno le linee della "costituente comunista" contro quelle della "sinistra unita e plurale", col guaio che nessuno ha ancora capito che cosa significhino queste locuzioni. Il fatto è
che questo modo di fare politica, questo genere di analisi, sono fuori
dal tempo, fermi ad un patrimonio mitico di cui la sinistra
estrema è prigioniera e nel quale continua tuttavia a specchiarsi autoproclamandosi coerente, ma senza fermarsi a riflettere su ciò che dice.
Se si ascoltassero scoprirebbero che parlano lo stesso linguaggio di
quarant'anni fa, quello della contrapposizione tra capitale e lavoro,
quello del marxismo applicato ad una concezione fordista
“evoluzionista”, in base al quale, come si leggeva sulla "Repubblica" di questa settimana “la piccola impresa è
solo l'impresa da piccola e non un soggetto della modernità,
che opera nei luoghi del cambiamento, produce beni immateriali come
informazione, servizi, finanza, conoscenza: leve di nuove figure
professionali, nuovi saperi, nuovi diritti, nuove domande.” Quindi, la piattaforma programmatica dell'estrema parlava, incredibilmente, di “scala mobile”, “padroni” e altre amenità seppellite dal tempo e superate dalla globalizzazione. Scordando, o ignorando, che il tessuto del nord, e soprattutto del nordest, è composto da piccole imprese che non hanno nessuna mira e nessun desiderio di diventare grandi, i cui “padroni” sono spesso ex operai fortemente compresi dell'etica del lavoro, e poco disposti a sentirsi equiparare all'Agnelli, il “gran nemico” degli anni Settanta. Di più: a fronte di questo pianeta fatto della sua etica, a volte egoista e xenofoba, a volte semplicemente operosa e desiderosa di includere chiunque si acconci a queste condizioni, si sono contrapposte le immagini di un sud inefficiente e sprecone, troppo spesso gratificato di contributi a pioggia, dissipati nella noncuranza generale. Nel mio lavoro, che da anni mi porta ad
essere a contatto con la pubblica amministrazione, in questi anni ho
avuto modo di vedere sin troppi esempi in questo senso. Tanto per
citarne uno: i bandi di finanziamento per progetti legati alla
riduzione dei rifiuti ultimamente sono costruiti in maniera tale che
i fondi vadano alle realtà territoriali con le situazioni più
disastrate, a quelle con le minori percentuali di raccolta
differenziata. Per certi versi ciò è comprensibile: lo scopo delle istituzioni eroganti è quello di garantire a tutti di raggiungere lo stesso livello di servizi e di condizioni strutturali. Inoltre, a
parità di investimento è più facile passare
dallo zero al venti per cento di raccolta differenziata in qualche
realtà della Campania piuttosto che dal cinquantacinque al sessanta in un piccolo comune lombardo. Ma per altri versi resta la sensazione
che venga premiato chi sinora non si è impegnato per nulla e,
in secondo luogo, il monitoraggio sui risultati di questi
finanziamenti spesso è carente, tant'è vero – come è
sotto gli occhi di tutti – che la situazione di emergenza in alcune
zone si trascina da decenni. E il sospetto viene che questa venga
mantenuta immutata al solo scopo di continuare ad incassare i contributi... Il Partito Democratico ha compiuto un'interessante operazione di affrancamento dalla politica come l'abbiamo vissuta sinora, almeno in questi ultimi quindici anni, commettendo – just my five cents – davvero pochi errori in fase di campagna elettorale: hanno mutato il linguaggio politico e propagandistico, abbandonato l'attacco e la critica acrimoniosa nei confronti dell'avversario, hanno parlato costantemente di programmi e di azioni concrete, hanno candidato una serie di personalità significative e rappresentative dei vari settori della società. Nelle città, mediamente più sensibili al dato comunicativo e mediatico in genere, il messaggio ha attecchito: resta da costruire il rapporto con il paese profondo, quello dei piccoli centri, di tanta parte del nord, dei professionisti e della piccola e media impresa, e non è impresa da poco. Spero che la barra del timone resti questa, senza concessioni passatiste né passaggi ad improbabili e sempre pasticciate “direzioni collegiali”. Da qualche tempo mi sono scoperto democratico élitista, o forse lo sono sempre stato: il confronto e la partecipazione vanno benissimo, ma alla fine chi è delegato a farlo deve decidere, e deve prendere decisioni di alto profilo. La maturità della base e della gente in genere deve essere quella di accettare decisioni all'apparenza impopolari. La capacità del vertice deve essere quella di costruirle in maniera convincente, spiegarle e di lasciare intravvedere delle prospettive almeno di medio periodo. Ancora una volta, forse ingenuamente, mi ripeto: Si può fare! April 06 Se scende a valle la montagna degli indecisiCopioincollo un bell'editoriale di Eugenio Scalfari, da "La Repubblica" di oggi, 6 aprile. di EUGENIO SCALFARI TRENT'ANNI fa scrissi, avendo Guido Carli come interlocutore, un libro dal titolo "Intervista sul capitalismo", che sarà ripresentato dalla Luiss il 21 aprile prossimo. E' passato molto tempo da allora, e molte cose sono profondamente cambiate ma i pensieri e i giudizi di Carli sono a tal punto anteveggenti che quelle pagine sembrano scritte oggi, la loro attualità è stupefacente. Cito una di quelle previsioni perché racchiude in una sola frase lo spirito di tutta l'intervista; si riferisce al Trattato di fondazione della Comunità europea firmato a Roma nel 1957, vent'anni prima di quando il libro venne alla luce. "Non fu un errore entrare nel gruppo dei fondatori della nuova Europa, era indispensabile, se ne fossimo rimasti fuori oggi l'Italia sarebbe regredita a livello d'un paese africano. Ma fu invece un grave errore pensare che potevamo stare in Europa senza cambiare i nostri comportamenti sia nell'economia sia nella politica. Un grave errore del quale misuriamo oggi i nefasti effetti; fu commesso da tutta la classe dirigente del Paese, dagli imprenditori, dai politici, dai sindacalisti, dai professionisti, dai docenti. Lo Stato, gli Enti locali, le imprese pubbliche e private, il mercato, rimasero quali erano con le stesse leggi, le stesse regole, la stessa arretratezza, la stessa arcaica visione. Inadatti all'Europa, accettammo di misurarci con i paesi più evoluti del nostro continente senza fare nulla per metterci alla loro altezza. Fidammo soltanto nelle svalutazioni della lira e nell'evasione fiscale. Partecipare alla gara in quelle condizioni era impossibile". Così Guido Carli nel 1977. L'ultima e più clamorosa conferma l'abbiamo avuta in questi giorni dalla crisi dell'Alitalia, un'altra altrettanto clamorosa è venuta dalla crisi dei rifiuti in Campania, il Paese mezzo secolo dopo il Trattato di Roma e sette anni dopo la nascita della moneta unica europea è ancora inadeguato. La sua classe dirigente vive ancora aggrappata ai "totem" del nazionalismo economico, dell'assistenzialismo, dello scambio di favori tra affari e politica, delle arciconfraternite del potere e del diritto di veto in mano alle corporazioni e alle "lobbies". * * * Qual è stato l'ultimo e tragico errore commesso dai sindacati durante la trattativa con Air France per il salvataggio dell'Alitalia? Puntare sull'ingresso nella Compagnia di Fintecna, una società pubblica posseduta dal Tesoro, nella speranza che essa fosse in grado di pilotare Air France e rendere indolore il cambiamento di proprietà. Qual è stato l'errore altrettanto tragico commesso da Berlusconi, da Formigoni e da Bertinotti? Puntare su una fantomatica cordata patriottica che, a carico dello Stato, mantenesse la Compagnia di bandiera con i soldi delle banche (cioè dei risparmiatori) e dei contribuenti. Politici di destra, politici della sinistra radicale, sindacalisti, lobbisti padani, non si rassegnavano alla realtà di una società arrivata alla soglia del fallimento dopo aver dissipato 15 miliardi di euro con un miliardo e mezzo di debiti, il capitale azzerato, la cassa vuota e perdite di 400 milioni l'anno. Così Air France ha abbandonato il tavolo del negoziato. La Borsa francese che temeva i rischi dell'operazione Alitalia ha premiato il titolo Air France dopo l'abbandono. Buona parte dei dipendenti di Alitalia protestano ora contro i sindacati. Questi a loro volta chiedono a Spinetta di tornare al tavolo del negoziato e si dicono pronti a ritirare le loro improvvide proposte. Il ministro Padoa Schioppa avvisa che per chiudere - sempre che i francesi tornino a Roma - ci sono solo pochi giorni e comunque prima delle elezioni. Sapremo domani se Spinetta tornerà a negoziare. C'è ancora chi sostiene che il governo ha lasciato "nudi" i sindacati. Lo dice Berlusconi, lo dice Bertinotti, lo dicono Bonanni della Cisl ed Epifani della Cgil. Ancora non hanno capito che cosa è il mercato e quali sono gli standard europei. Ancora non hanno capito che Alitalia è finanziariamente ed economicamente un rottame e che Air France era e resta l'ultima sponda sulla quale si poteva approdare. Speriamo che lo si possa ancora fare ma speriamo soprattutto che questa durissima lezione serva a qualcosa. * * * Intanto la campagna elettorale si avvicina al termine, entriamo oggi nell'ultima settimana prima del voto. Si sa dagli ultimi sondaggi prima del divieto di diffusione che la partita decisiva si gioca sugli indecisi. Per la Camera si tratta degli indecisi di tutta Italia, per il Senato quelli soprattutto della Liguria, delle Marche, del Lazio, della Calabria, della Puglia, dell'Abruzzo. Il fatto più significativo rilevato dai sondaggi è che la maggior parte degli indecisi è formato da ex elettori dell'Ulivo delusi dalla coalizione che vinse di stretta misura nel maggio di due anni fa. Le ragioni di questa delusione sono note e in buona parte condivisibili. Molti di loro sognavano una maggioranza capace di dire e di fare "cose di sinistra". Molti altri speravano e sognavano una maggioranza ed un governo efficienti, capaci di modernizzare la pubblica amministrazione, le istituzioni e lo Stato. Difficile dire (i sondaggi non lo rilevano) quale di questi due modi di sentire abbia maggior peso quantitativo tra i delusi. Probabilmente il secondo, quello dei modernizzatori, cioè dei riformisti, ma anche gli altri vanno considerati con attenzione. Dicono i sondaggi, con un margine di errore che va sempre tenuto ben presente, che il complesso degli indecisi sia da valutare attorno al 10 per cento dei presumibili votanti. Dicono anche che il 45 per cento di quel dieci sia orientato a votare Veltroni. E dicono infine che se quel 45 diventasse il 13 aprile il 60, alla Camera si potrebbe pareggiare, i due maggiori partiti si troverebbero spalla a spalla e uno dei due otterrebbe la vittoria con uno scarto minimo di voti. Se poi il Partito democratico convogliasse su di sé il 75 per cento degli indecisi la vittoria alla Camera diventerebbe una quasi certa probabilità. Il Senato è una roulette e come tale va considerato, ma indubbiamente se alla Camera i risultati fossero quelli più favorevoli al Pd anche al Senato ci sarebbe vittoria. Queste previsioni sono molto aleatorie. E' invece cosa certa che la partita si decide nei prossimi sette giorni. Se la montagna degli indecisi smotterà a valle tutto può accadere. * * * Da parecchie settimane Silvio Berlusconi parla di possibili brogli elettorali ed è ancora tornato a parlarne ieri con un appello (improprio) al Capo dello Stato prendendo a pretesto un preteso errore nella redazione delle schede elettorali. Questo continuo allarme contro i brogli (che già costituì il tema delle proteste berlusconiane dopo la sconfitta del 2006) è un segnale evidente di debolezza e timore di sconfitta in una gara che era data sicuramente per vinta dal centrodestra con uno scarto iniziale in suo favore del 20 per cento Nel testa a testa tra le due parti e in particolare tra i due leader sta emergendo un dato di fatto di giorno in giorno più evidente: Berlusconi sa di vecchio. Non si tratta dell'anagrafe, che pure ha un suo peso in un'Europa nella quale i leader appartengono tutti alla generazione dei quaranta-cinquantenni. Ma si tratta della stucchevole ripetitività degli slogan, delle parole d'ordine, dei lazzi, delle gaffe. Quelle sulle casalinghe, quelle sui cardinali, sulle precarie, sugli omosessuali, sull'Alitalia, sulle tasse da evadere se sono troppo alte e tante altre ancora al ritmo di almeno un paio al giorno. E si tratta anche del personale politico. Non c'è un solo nome nuovo e rappresentativo nelle liste berlusconiane se si eccettua una dozzina di ex veline e vallette che ringiovaniscono e ingraziosiscono la media. Il tutto sa di vecchio, anche di vecchiume. Perfino Fini, intruppato e quasi scomparso in quella compagnia, dimostra più anni mentali di quanti ne ha. Ha fatto un salto all'indietro, a prima della curetta di Fiuggi che già sembra antidiluviana. Secondo me la gente se ne accorge. (6 aprile 2008) |
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