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    May 22

    Tremonti

    Un sempreverde... Per ridere un po' in un momento in cui da ridere c'è poco o niente... In lacrime

      

    May 19

    Dedicato

    Dedicato a tutti i gufi...

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    ...ai Grandi di ogni tempo...

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    ... e a tutti i rosiconi, ché più rosicano più ci fanno godere!! A bocca aperta A bocca aperta A bocca aperta

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    ... (ci avete rotto le scatole tutti quanti per quindici anni, nevvero?)
    May 15

    Barnard, Report, la RAI e la censura

    Ospito un importante intervento di Paolo Barnard, ex giornalista di "Report", che in questi giorni sta trovando cittadinanza in forum, mailing list e blog.

    CENSURA 'LEGALE'
    di Paolo Barnard
    email: dpbarnard[at]libero.it

    Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. È la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'.

    Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.

    Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

    Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

    L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003. Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte. Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

    Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi (2).
    La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi. All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.

    La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4) E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.**(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva (5), dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giustificabile l'operato della RAI in questi casi).

    Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E
    non solo: lavorano compatti contro di me. La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

    Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. È un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: "La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio,
    nda) nei confronti della RAI medesima".(6)

    Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità.

    Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in
    nulla."(7)

    Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è
    interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)

    Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste 'coraggiose'. Questa non è una mia
    mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

    Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.

    Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli 'editti bulgari', i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

    Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

    Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.

    Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che
    rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.

    Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

    Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.

    In ultimo. È assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me.

    Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

    Grazie di avermi letto.

    Paolo Barnard

    Note:
    1. Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
    2. Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
    3. Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: "...alle nostre spalle non c'è un'azienda che ci tuteli dalle cause civili". Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell'Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
    4. Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G. N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: "Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l'Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...".
    5. Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: "Lei in qualità di avente diritto... esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria".
    6. Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
    7. Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
    8. Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: "la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richiestedi cui alle note del 30/6/2005...". (si veda nota 4)
    May 10

    Un 8 per mille democratico. Firma e diffondi l’appello

    Da anni il mio otto per mille va alla chiesa Valdese, l'unica che ne garantisce un utilizzo laico, aperto, paritario e trasparente e, soprattutto, che non ne fa uso per il mantenimento delle proprie istituzioni religiose.

    Come tutti gli anni rinnovo l'appello a dare un consenso informato: moltissimi infatti ignorano che, nel caso non si scelga di firmare per nessuna istituzione religiosa, il proprio otto per mille viene ripartito non in parti uguali ma in maniera proporzionale alle scelte effettuate dagli altri italiani. Questo significa dare quasi sicuramente almeno l'80% della somma alla chiesa cattolica.

    Allo Stato, neanche parlarne: negli anni passati buona parte dell'otto per mille è stata utilizzata per far fronte a buchi ed esigenze di bilancio. Non oso neppure immaginare l'utilizzo nefando che ne potrà essere fatto quest'anno, che il padrone di casa è quello che è...

    Chi vuole approfondire trova
    qui una pagina ben informata sul tema e, come di consueto, segnalo la scheda presente sul sito dell'UAAR, molto completa, con materiali, tabelle e anche un video. Trovate tutto cliccando sul banner qui sotto.


    Invito tutti a leggere e sottoscrivere l'appello lanciato da alcuni intellettuali (Umberto Eco, Margherita Hack, Bernardo Bertolucci,...) sotto l'ombrello della rivista "Micromega". Lo trovate cliccando su questo link.


    Dall'album Flickr di Molly Bezz

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    May 08

    Post scemo

    Basta. Oggi sono a casa con l'influenza, ho la febbre, la tosse, il mal di testa, sono scocciato (avrò le mestruazioni?).

    Tento vanamente di accedere al sito del mio conto corrente on line, ma quei cazzoni della Banca Intesa San Paolo han voluto fare le cose in grande, hanno creato quello che si suppone essere il più grande gruppo bancario italiano, quindi non potevano mica lasciarmi la mia vecchia utenza, eh no: mi hanno chiuso il vecchio utente, me ne hanno aperto un altro, mi hanno piazzato in mano uno schifo di portachiavi fatto in Cina, che genera dei codici numerici a capocchia, sostenendo che si tratta del più avanzato ritrovato in fatto di sicurezza informatica. Sarà... Per essere avanzato, è avanzato... Probabilmente avanzato dal mercatino degli Obèj obèj dell'anno scorso.

    Sta di fatto che al mio nuovo, splendido, sicurissimo, strafico conto on line non posso accedere da quando me l'hanno aperto, cioè da dieci giorni fa. In filiale nessuno sa niente, al numero verde dell'assistenza non mi risponde nessuno e il sistema - dopo avermi garantito una simpatica mezz'ora di attesa al ritmo di "Ci scusiamo per l'attesa... La trasferiremo al primo operatore disponibile... Ci scusiamo per l'attesa. Banca Intesa San Paolo vi dà il benvenuto... Ci scusiamo per l'attesa..." - mi scarica bellamente oppure, in alternativa, mi rispondono, ma sono dei poveracci disperati e chiedono pietà perché non ci capiscono niente, e in fondo li capisco: non è mica colpa loro, anzi... Certo, va detto che questi sono i giorni in cui Intesa e San Paolo stanno definitivamente unificando le loro procedure, ma a me, in fondo, che me ne frega? Li pago - e anche parecchio - per tenermi i miei soldi, e qualche pretesa in fondo, vista l'esosità della controparte, posso anche averla... Fosse successo un tale casino alla pubblica amministrazione, sarebbe scoppiato uno scandalo.

    Intanto però il mal di testa prosegue, il nervoso sale. Mia madre guarda in televisione Emilio Fede che conduce una lunga, equilibrata, diretta sul governo Berlusconi IV che giura al Quirinale, e non è che sia il miglior toccasana per il mio umore. No, non mi va di scrivere un articolo polemico per il mio blog. Anzi, sento montare improvvisamente un urgente bisogno di scemenza. Butto a nastro nell'I-pod una compilation di canzoncine facili facili... mi risuona nelle orecchie per un po' un evergreen degli Abba, "Fernando". Forte, però, eh? Chi se la ricorda se la starà sicuramente canticchiando: "There was something in the air that night/ The stars were bright, Fernando / They were shining there for you and me/For liberty, Fernandoooo..." (in realtà, poi, si trattava di una canzone dal testo abbastanza tragico ed impegnato, ma tant'è, con quella musica...).

    Ho deciso di fare un post scemo, mettendoci le mie autocaricature fatte nei vari siti internet che propongono questo imperdibile servizio. E, per soprammercato, ce ne ho aggiunta una fatta da me. Et de hoc satis, per oggi basta così: ho sottomano il dvd con lo spettacolo teatrale delle "Memorie di Adriano" di Albertazzi, ma no: alla fine credo che mi vedrò la semifinale di coppa Italia su Rai Tre...

    Da Faceyourmanga:

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    Da Simpsonizeme.com
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    Da Miieditor.com
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    Questa invece l'ho disegnata io. Naturalmente, ho la tendenza a idealizzarmi un po'... Sorriso
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    May 04

    Caccia agli evasori, la «via italiana» alla trasparenza

    Uno dei pochi commenti sensati che ho letto in questi giorni sull'intricata vicenda dei redditi on-line viene dal sempre lucido, ironico ed intelligente Beppe Severgnini, alla cui voce rimetto volentieri di rappresentare anche il mio parere, meglio di quanto potrei mai fare io. I sottolineati e i grassetti sono miei.

    Dal "Corriere" del 4 maggio.


    Oltre il «voyeurismo fiscale»

    Caccia agli evasori, la «via italiana» alla trasparenza

    di Beppe Severgnini

    Mai una volta che scegliamo la strada normale. La via italiana verso la convivenza civile è piena di buche, salti, scossoni, scontri, frenate e ripartenze. La nostra è una democrazia- rally, e la vicenda dei «redditi in Rete» ne è la prova. Non l'unica, né l'ultima. La più recente.

    La retromarcia dell'Agenzia delle entrate, bacchettata dal Garante della privacy e indagata dalla procura di Roma, è tardiva: gli elenchi sono stati scaricati e adesso girano allegramente sulla Rete attraverso siti di condivisione, detti «p2p» («peer to peer», «da pari a pari»). È facile immaginare sviluppi della faccenda: aspettiamoci elenchi, per città o per professioni. Chi vorrà, saprà.

    È solo «voyeurismo fiscale», o c'è dell'altro? La diffusione di quei dati è certamente irrituale, un altro modo per dire: discutibile. E, infatti, stiamo discutendo. Non perché «così si aiuta la criminalità organizzata », un argomento debole, che curiosamente accomuna Beppe Grillo, comico benestante, e Roberto Speciale, ex comandante della Guardia di finanza, ora parlamentare Pdl. I criminali, in certe parti d'Italia, guardano ai patrimoni reali, non ai redditi dichiarati.

    Il motivo di perplessità è un altro. Molti cittadini considerano il reddito un «dato riservato», come un'informazione sanitaria o sessuale. Da anni i redditi vengono pubblicati dai giornali di provincia, nel silenzio del Garante e per la goduria dei provinciali. Ma questo non conta, apparentemente. Ora c'è Internet, che rende facile la consultazione. Quindi, stop! Fra trasparenza e riservatezza, tanti italiani scelgono la riservatezza. Molti di loro vanno capiti: perché un modesto 730 dev'essere di dominio pubblico? Anche gli uffici del personale sono irritati: il gioco del «divide et impera», basato sul segreto retributivo, diventa complicato. Ma più di tutti sono scocciati quelli che portano a casa 300 e dichiarano 40. Sono loro l'oggetto della curiosità e dell'indignazione: le migliaia di professionisti che dichiarano poco più della segretaria, non qualche dozzina di calciatori. È la stramba via italiana alla normalità, che passa attraverso le eccezioni. Per ripulire il calcio e la Banca d'Italia, s'è resa necessaria l'indiscutibile barbarie delle intercettazioni. Per arrivare alla decenza fiscale, dobbiamo passare attraverso l'indecenza dei dati in Rete?

    Altra via non si vede. Non sono i controlli e le punizioni che spingono uno scandinavo, uno scozzese o un californiano a pagare le tasse. È la pressione sociale. La vergogna d'essere considerato — dai parenti, dai consoci al Lions Club, dagli amici del figlio — un evasore. Uno che costringe un altro a pagare di più. Uno che fornisce al fisco la giustificazione per alzare le aliquote, complicare le norme, aumentare i controlli. Uno che ti sorride, ma ti frega.

    Chi s'arrabbia per la pubblicazione dei redditi va capito. Ma prima di regalargli la vostra solidarietà, chiedetegli — privatamente, s'intende — quanto dichiara, quante case ha in giro e che auto tiene in garage. La privacy è importante, ma è altrettanto importante rompere un'imbarazzante tradizione: l'Italia è l'unica, tra le grandi democrazie, dove l'evasione è epidemica. Forse per questo negli Usa e in Gran Bretagna nessuno s'è mai sognato di mettere i redditi in Rete. Forse per questo ogni sondaggio (compreso quello di Corriere.it) dice la stessa cosa: la maggioranza, probabilmente a malincuore, è a favore della pubblicazione dei redditi. Tutti guardoni? Non credo.