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May 26 Anvedi er sindico!Come è noto a chi viaggia spesso e ha molti contatti all'estero, gli italiani passano per essere invadenti e cafoni. Oltremodo rumorosi, anche laddove è sconveniente e poco o per nulla rispettosi delle regole; pronti a infrangere qualsiasi prescrizione, sia essa la cortese richiesta di limitare i decibel prodotti, o la elementare consuetudine che impone di mantenere ordinatamente il proprio posto in coda, sino alla palese violazione di prescrizioni di legge, come il divieto di fumare o la proibizione di accedere, transitare o stazionare in qualche luogo. Riusciamo a dimostrare queste nostre doti in particolar modo quando facciamo uso di due oggetti: l'automobile e il cellulare. Con quest'ultimo riusciamo a strepitare a un volume tale che ci permetterebbe di essere uditi a chilometri di distanza anche senza la mediazione dell'infernale aggeggio, a dare fastidio ai vicini di posto in treno o al ristorante (dove l'ultimo modello, corredato della più fastidiosa suoneria possibile, fa sempre bella mostra di sé sul tavolo, a fianco del tovagliolo). Soprattutto, riusciamo a fare attendere, alle volte in maniera esasperante, chi ci sta aspettando di persona. Da quant'è che non riuscite a fare una serata a chiacchierare con gli amici senza che a un certo punto qualcuno si fermi e dica: "Scusa un attimo"? Attimi che durano quarti d'ora e che fanno inesorabilmente perdere il filo di qualunque discorso, che uccidono l'atmosfera di qualunque serata. Personalmente è un atteggiamento che detesto e, quando mi trovo in compagnia di amici o a casa di altre persone ho cura di spegnerlo, al limite silenziando la suoneria se proprio aspetto comunicazioni (veramente) importanti, ma si tratta di eventi rari. In Germania non hanno ancora scordato la pesante scortesia di cui si è macchiato il nostro primo ministro che, sceso dall'auto di rappresentanza mentre parlava al telefono (con Noemi?), ha ostentatamente passeggiato per alcuni minuti in lungo e in largo per terminare la telefonata, facendo attendere un'imbarazzatissima cancelliera Merkel che lo aspettava con occhi strabuzzati al termine del tappeto rosso. Per inciso, Berlusconi raccontò di aver trattato un importante affare diplomatico col governo turco per conto della Nato, su mandato di Obama. In quei giorni ero in Francia: la stampa transalpina (e parlo persino di Nice Matin, senza scomodare Le Monde) ha tranquillamente affermato che questa giustificazione era con tutta probabilità falsa, perché il problema in questione ha dovuto essere risolto da una visita di Obama in persona l'indomani. Nel caso avessimo dei dubbi sulla cafoneria dei nostri connazionali, portiamo qui l'esempio del sindaco di Roma, Gianni Alemanno. La capitale è stata infatti insignita di un'importante onorificenza israeliana, il premio "Dan David", già assegnato alla città di Roma nel 2004. In quell'occasione Veltroni, allora a capo dell'amministrazione cittadina, non si era recato a ritirarlo di persona - ed era per questo stato profondamente criticato dal centro destra. Meglio sarebbe stato che neppure Alemanno ci andasse, perché, di fronte ad un parterre composto dalle massime autorità dello stato ebraico, Alemanno ha ben pensato di farsi attendere per circa tre minuti, destando l'imbarazzo della platea e la sarcastica ironia dei presenti sul palco. Qualcuno riferisce che il sindaco era intento in una conversazione al cellulare. Il tutto è eternato per i posteri dalla registrazione ufficiale della cerimonia, visibile qui. May 22 L'amore stupisce![]() Ascanio Celestini è uno dei più talentuosi attori/autori di teatro dell'ultima generazione. Nella sua poliedrica attività ha anche dato vita ad un cd musicale, un album geniale, "Parole sante", del 2007. Chi lo ascolterà lo troverà indubbiamente tributario di Gaber, per il sarcasmo amaro, di De André, per la profonda poesia e l'umanità dei protagonisti, di Bertoli, per la rabbia e l'indignazione, e di tanti altri ancora. L'uso sapiente della fisarmonica o gli arrangiamenti minimalisti possono rimandare a una certa chanson d'Oltralpe. La verità è che, pur con questi referenti illustri cui non nega delle ascendenze, Celestini dà vita ad un'opera decisamente originale; un'opera alla Celestini: dove c'è tutto il suo gusto dell'affabulazione linguistica, le sue storie di povera gente, le sue riflessioni quasi da borgataro, in realtà dotate della profondità e dell'analisi di un grande artista. L'amore stupisce. L'amore no non è possibile May 17 Le parole malefiche di MouSiamo noi... siamo noi... i campioni dell'Italia siamo noi... Le parole malefiche di Mou di Fabrizio Bocca da "La Repubblica" del 17.05.2009 [...] Ogni tifoso ha in mano una bandiera, un cartello o un pezzo di stoffa con quella scritta. L'anatema di Mourinho è un qualcosa che sta tra il fulmine di Giove, la profezia di Nostradamus e le pozioni di Maga Magò. Due parole destinate a rimanere scolpite nella storia del calcio anche di più del quarto scudetto consecutivo dell'Inter. Una scomunica lanciata su Milan, Juventus e anche Roma, che a quei tempi si pensava fosse ancora squadra di rango. Era il 4 marzo: un Mourinho furioso decretò con due oltre due mesi di anticipo il fallimento e la condanna senza pietà delle sue grandi rivali che non facevano altro che parlare degli "aiutini" all'Inter o di lui come "comunicatore" e non grande allenatore. Offesa da lavare in maniera pubblica con la più famosa ormai delle avvelenate del pallone. Tanto per dire, il monologo trapattoniano di Strunz è rimasto fine a se stesso, spettacolare, ma senza conseguenze. Lo "Zeru Tituli" di Mourinho è stato come il sale dei romani su Cartagine distrutta o l'erba bruciata al passaggio di Attila. Devastante. E adesso ognuno lo ripete, lo urla come la peggiore delle infamie. Ormai lo scudetto è conquistato, l'anatema ha colpito. Nessuna delle rivali è riuscita per davvero a vincere qualcosa, l'Inter del furioso Mourinho invece sì. Così imparate a prendere in giro. "Zeru Tituli" ha letteralmente distrutto le avversarie che mai più si sono riprese, mai più sono riuscite nella sostanza ad avvicinare veramente l'Inter. "Zeru tituli" ha seminato la discordia interna nel nemico, spaccato le squadre, avvelenato tutte le sorgenti di bel gioco, portato carestia e sconfitte, destabilizzato e messo in disgrazia i leader (Ancelotti, Ranieri e Spalletti, di cui forse non se ne salverà nemmeno uno), fatto crescere gramigna e contestazioni nei loro stadi. Al Milan, alla Juve e alla Roma si litiga, non c'è un futuro sicuro, da marzo è bufera nera. Si dovrà cambiare tutto. Allo stadio di San Siro i tifosi nerazzurri celebreranno stasera con grande soddisfazione non solo lo scudetto ma anche, con un enorme striscione, quell'uscita ormai celeberrima di Mourinho: festa per lo scudetto dell'Inter e festa doppia per lo scorno immane delle rivali di sempre. Sì così c'è più gusto, la perfidia nel pallone raggiunge il massimo. Nel calcio moderno di oggi c'è ancora spazio evidentemente per augurare ogni bene a se stessi e il massimo della sfiga a chi vuol mettersi in mezzo. Fino a ieri il massimo dell'anatema era "peste lo colga" di Amedeo Nazzari, ma da oggi "zeru tituli" del perfido Mourinho rade al suolo qualsiasi speranza. È una pena dantesca: chi ne è colpito, non ha più speranza, è finito. E ogni interista, nella notte milanese, lo sventola al mondo perché si sappia bene. May 10 BertinotteUn editoriale del sempre più indispensabile Marco Travaglio, dal suo blog "Voglio scendere". Fausto Bertinotti, già segretario della Federazione operai tessili, già segretario della Cgil Piemonte, per 2 anni presidente della Camera e tuttora presidente della Fondazione Camera dei Deputati, già segretario di Rifondazione Comunista per 13 anni, già deputato per quattro legislature, già ospite dello yacht di Vittorio Cecchi Gori per le vacanze estive a Salina con Valeria Marini (con la quale la sua signora Lella ha rivelato di scambiarsi le mutande), già primatista mondiale delle ospitate a Porta a Porta nel salotto dell’amico Bruno, già ospite fisso del salotto della signora Maria Angiolillo, già protagonista della caduta del governo Prodi I (in nome della leggendaria battaglia sulle 35 ore) e coprotagonista della caduta del Prodi II, dunque due volte corresponsabile e del ritorno di Al Tappone a Palazzo Chigi, omaggiato dal Cainano con diversi orologi del Milan e molti complimenti per le squisite maniere, già protagonista della disfatta della sinistra ridotta ai minimi storici alle ultime elezioni (memorabile la conferenza stampa-funerale convocata all’Hard Rock Cafè di Via Veneto in Roma, affollatissimo di operai delle presse), già teorizzatore dell’abolizione della proprietà privata, già seguace dello psicoguru Massimo Fagioli, già titolare del quarto più alto reddito di Montecitorio con 213.195 euro nel 2006, ha scritto che Romano Prodi – cioè l’unico esponente del centrosinistra che sia riuscito a battere Berlusconi due volte su due, nonostante Bertinotti - è «uno spregiudicato uomo di potere», simbolo dello «smacco complessivo del centrosinistra». Prodi. May 09 Va in onda lo statista pop Un editoriale del sempre brillante Massimo Gramellini, da "La Stampa" del 6 maggio 2009 Ormai siamo berlusconizzati a tutto. Perciò, quando lo abbiamo visto affacciarsi alla Nazione dai divani di «Porta a porta» per parlare di un fatto privato come il suo divorzio, sapevamo già che nulla avrebbe potuto stupirci. Nemmeno un tentativo disperato di riconciliazione affidato alla chitarra del maestro Apicella o, al contrario, la firma in diretta di un mandato fiduciario alla sua divorzista Ippolita Ghedini, sorella del Niccolò che lo difende nelle cause penali (quell’uomo è così metodico che ha addestrato un Ghedini per ogni rogna). Invece il Presidente Addolorato, come da sua ultima raffigurazione, ci ha spiazzati ancora una volta, recitando semplicemente se stesso e cioè il primo statista pop che abbia mai calcato il palcoscenico della Storia. Persino quel simpatico mangiatore di arachidi di Bill Clinton, quando dovette andare in tv a parlare dei fattacci propri, indossò una faccia contrita e atteggiamenti d’eccezione, cercando frasi memorabili che per sua fortuna non trovò. Berlusconi riesce a parlare del terremoto, della moglie e del Milan allo stesso modo, nella stessa sera e a volte nella stessa frase, come se tutto fosse la stessa cosa, perché per lui lo è. Come lo è per milioni di italiani che anche quando non lo amano, lo capiscono, dal momento che Berlusconi, tranne che per il reddito, è identico a loro. Gli stranieri, basta vedere la Cnn, non riescono a comprendere la nostra mancanza di indignazione. Ma uno può indignarsi dello specchio? Questo è il Paese dove un qualsiasi piccolo imprenditore conclude un affare di miliardi con una mail e intanto scambia via sms una barzelletta sconcia con un amico, mentre al telefono ordina un mazzo di fiori per il compleanno dell’amante. Alto e basso, serietà e cazzeggio, cinismo e lacrima. In contemporanea. Questa è la bassa grandezza d’Italia e chi la vorrebbe diversa rischia di ritrovarsi all’opposizione di se stesso. In tv Berlusconi si è dipinto per l’italiano medio che è. Un padre troppo impegnato sul lavoro, ma che non si è mai dimenticato delle feste di compleanno dei figli, anzi, le ha «sostenute finanziariamente». Un marito distratto, ma capace di romanticismi occasionali e altamente spettacolari, come quando si travestì da nobile berbero per consegnare un gioiello alla «signora». La quale ora non vuole più saperne di lui solo perché si è fidata dei giornali di sinistra, i quali lo hanno dipinto come un depravato seduttore di minorenni, quando invece le cose sono andate così: Silvio era al Salone del Mobile di Milano, ma è dovuto scappare in anticipo per l’imbarazzo che gli procuravano i cori «Grande grande grande» dei fan. Atterrato a Napoli un’ora prima del previsto, ha ingannato l’attesa andando a farsi scattare quattro foto alla festa di compleanno della figlia di un amico. Se adesso la moglie non gli chiede scusa per aver dubitato della sua probità, lui cosa può farci, se non continuare a volerle «un mare di bene»? In un mondo così meraviglioso e rassicurante c’è poco spazio per l’autocritica. E quando, nel passaggio più rivelatore della serata, Ferruccio De Bortoli, a nome della borghesia lombarda che fu, gli fa notare che un capo del governo non dovrebbe andare a feste di nozze e compleanni, il Premier del Popolo risponde: «Se non andassi ai matrimoni, rinuncerei a essere me stesso. Io parlo con i camerieri, i tassisti, i commessi. Ho un grandissimo rispetto per le persone umili». Applausi in sala e chissà quanti a casa. Questo divorzio minaccia di essere un altro terremoto: nel senso che, invece di togliergli voti, gliene porterà. |
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