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June 28 Non facciam niente, non facciam niente...Certo, dobbiamo riconoscerlo: a scuola ce l'han fatto odiare, al pari di Dante. Alessandro Manzoni ha popolato le nostre notti da ginnasiali con gli incubi di improbabili "compitini a sorpresa" (giuro) in cui la nostra insegnante ci domandava di sineddochi e metonimie, ci tartassava con il vero e il verosimile, ci angariava con la pietas manzoniana, con quella insopportabile beghina di Lucia Mondella, col vaso di coccio tra i vasi di ferro, ci domandava cosa pensassimo di Donna Prassede (chi?!), ci abbuffava col giansenismo e con l'illuminismo, mentre noi, in ultima istanza, avremmo assai preferito che il Nostro nel noto fiume toscano ci fosse annegato anziché sciacquarci i panni.
Mentre Dante conosce un inatteso revival grazie alla divulgazione di Benigni (e comunque aveva avuto grandi gratificazioni anche con le letture televisive di Gassmann), Manzoni è ancora fuori moda. Eppure, come spesso accade, càpita di ritrovarsi a pensare ad una pagina intravista tanti anni fa - e magari studiata con l'unico pensiero dell'interrogazione - una pagina, dicevo, che offre spunti inattesi. Uno degli aspetti meno celebrati nella truce proposizione scolastica è in effetti l'ironia di Manzoni, che è un autore che spesso gioca divertito con i suoi personaggi, capace di vergare pagine spassose al pari di quelle tragiche, ficcante e moderno nel dileggiare gli eterni meccanismi del potere, dell'opportunismo, della meschinità umana. A questo proposito mi piace ricordare le poche pagine in cui sale al proscenio la figura del dottor Azzecca-garbugli, scalcinato leguleio, persona mediocre ma figura tutt'altro che improbabile. Le battute del suo dialogo con Lorenzo Tramaglino o, come dicevan tutti, Renzo, sono degne della miglior commedia dell'arte. Parla scandendo le parole, con gesti e tono plateali di chi è uso a gettar fumo negli occhi all'interlocutore; occupa la scena con una fisicità quasi teatrale, caccia le mani "in quel caos di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio", non si perita di usare paroloni per fare colpo. Mutatis mutandis (soprattutto l'ambientazione lecchese), poteva essere un'interpretazione degna del miglior Totò. Rimando al capitolo III dei "Promessi sposi" per godersi il vivace scambio di battute, denso di equivoci, spropositi ed esagerazioni, tra l'avvocato, meschino servo dei potenti e dei prepotenti, e Renzo. Mi limito qui a riportare un passo del monologo tenuto da Azzecca-garbugli. Un passo che ha in sé tutto il sapore dell'attualissima figura manzoniana, e che potrebbe essere indistintamente riferita a molti dei figuri - potenti, prepotenti e impuniti - che popolano l'attuale scena del nostro Paese. - Non facciam niente, - rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. - Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch'io v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch'io sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l'affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli... Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l'umore dell'amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d'attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell'orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c'è rimedio anche per quelle. D'ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr'occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito. June 23 L'Italietta dei luoghi comuni![]() L'Italietta di Donadoni si è squagliata contro la Spagna mostrando ciò che di peggio può produrre il nostro calcio: catenaccio confuso e contropiede inesistente. In questi anni abbiamo visto la Nazionale giocare in molti modi, catenacciara con Maldini Senior e Trapattoni; fortunata con Lippi nell'ottavo mondiale contro l'Australia o quando il calendario di Germania 2006 ha detto Ucraina, squadra rivelazione già abbondantemente appagata del fatto di stare lì; brillante, bellissima nella semifinale contro la Germania e nel primo tempo contro la Francia, stoica, resistente nel resto della partita di Berlino. Intendiamoci: il nostro calcio ha visto partite splendide e vittorie sontuose arrivate da catenaccio e contropiede, che non escludono necessariamente la qualità (devo citare l'Inter di Herrera, il Milan di Rocco, la Juve di Trapattoni, l'Italia di Bearzot, o ci siamo capiti?). Quello di ieri sera è stata la versione "confusa" del catenaccio, che per assurdo è parso fosse stato architettato per confermare tutti i luoghi comuni che la stampa e i tifosi spagnoli hanno sul nostro modo di interpretare il fútbal. Si è tirato a campare recuperando in maniera affannata sui fuoriclasse in maglia rossa sperando che l'arbitro non fosse troppo attento (c'era un rigore chiarissimo per fallo di Ambrosini su Villa al 13' del 1° tempo) e augurandosi che gli spagnoli non aggiustassero troppo la mira. E sperando di fotterli ai rigori. Perché noi siamo più furbi e ce la caviamo sempre, no? È vero: abbiamo avuto un paio di occasioni clamorose. Se il tiro di Camoranesi non fosse stato intercettato con un piede da Casillas ora forse saremmo qui a cantare le "magnifiche sorti e progressive" che hanno condotto con sapienza una squadretta in semifinale. Ma non è andata così: abbiamo una squadra che non ha segnato un gol su azione in quattro partite, delle punte che - spiace dirlo, perché Toni e Del Piero mi stanno simpatici - non hanno fatto nulla di ciò per cui erano lì, un supposto salvatore della patria (Cassano) che non solo non ha salvato un bel niente, ma ha fatto semplicemente numero in campo, tentando ostinatamente qualche incursione sulla fascia sinistra dove era troppo solo e i difensori iberici troppo attenti. E non è che il bilancio delle partite precedenti sia poi così positivo. Mi spiace anche dover criticare Donadoni che è un uomo raro nel nostro calcio: silenzioso, lavoratore, con un atteggiamento di costante understatement che lo rende così diverso da tanti altri tromboni, magari anche meno meritevoli, che affollano la scena dell'Italia pallonara. Però il fatto è che molte convocazioni erano oggettivamente sbagliate: "oggettivamente" col senno di poi, chiaro, però mancava qualche giocatore in ogni reparto, quelli che c'erano faticavano a trovare la forma e la collocazione in campo (Perrotta, Ambrosini, Aquilani, Zambrotta). Non era e non poteva essere del tutto colpa di Donadoni se alcuni dei migliori giocatori del campionato non hanno raggiunto l'adeguata condizione atletica e/o mentale (Del Piero, per certi versi anche De Rossi e Di Natale), ma era evidente che il CT faticava a trovare la (s)quadra e continuava a cambiare modulo e formazione, lasciando egualmente sempre una certa idea di incompiutezza. Soprattutto, l'errore peggiore (perché l'ultimo è sempre il peggiore) è stato quello di temere la stampa italiana più degli avversari, mettendo in campo contro la Spagna una formazione troppo cauta e caratterizzata dall'evidentissima paura di perdere, una formazione peraltro che rinnegava il buon lavoro compiuto negli ultimi due anni dallo stesso ct. Amen così. Resta solo da aggiungere la considerazione che siamo un Paese che mi preoccupa sempre più: nella "civilissima" Milano, nella "mia" Milano, che si prepara ad ospitare un evento internazionale come l'Expo 2015, accogliendo gente da ogni dove (ma nel frattempo scacciando quelli che sono già qui, come i rom e i 'clandestini'), a Milano è accaduto che un gruppo di tifosi spagnoli che - giustamente - esultava davanti al maxischermo di piazza del Duomo sia stato aggredito dagli italiani che li circondavano [1]. Non da tutti, d'accordo, ma non stiamo parlando di provocatori che fossero volutamente andati ad istigare una reazione, né di ultrà in assetto da sommossa: stiamo parlando di gente che era dove doveva essere (davanti ad un maxischermo) e faceva quel che doveva fare (esultare per i gol). Il fatto che noi si abbia qualcosa da recriminare o della rabbia arretrata che non riusciamo più a smaltire nemmeno col calcio, non sono affari degli spagnoli. E sul rapporto tra Italia e Spagna, chiudo e lascio la parola al bell'editoriale di Aldo Cazzullo apparso sul Corriere di oggi [2]. [1] La Repubblica - Milano, aggrediti tifosi spagnoli [2] Il Corriere della Sera - La profezia di Zapatero La profezia di Zapatero Italia superata anche nel calcio di Aldo Cazzullo E così ci hanno superati pure nel calcio. Sul campo gli italiani battevano gli spagnoli per diritto divino dai tempi di Zamora e Alfonso XIII. Nel frattempo loro ci hanno sopravanzati in quasi tutto il resto. A Vienna, per dire, l'Italia schierava ‘Gnazio La Russa, la Spagna re Juan Carlos (per quanto oggettivamente ridimensionato dall'intervista in italo-spagnolo concessa ad Amedeo Goria). Unica consolazione: Zapatero sarà pure un leader giovane e dinamico, ma di calcio sa poco. Non soltanto — a differenza di Berlusconi, e analogamente a politici minori tipo Churchill e de Gaulle — non ha vinto cinque Coppe dei Campioni; ha pure pronosticato una partita scoppiettante («Vinciamo noi 3-2!»). A Zapatero queste cose piacciono: prima delle elezioni del marzo scorso, aveva affidato al direttore del Mundo un foglietto con il numero — 172 — dei seggi che il suo Partito socialista avrebbe conquistato. Furono solo 3 di meno: comunque, vittoria. Anche stavolta ha vinto lui. Ma al termine di un match senza reti. Ha fatto miglior figura il nostro premier, per una volta prudente e silenzioso. Per giunta siamo — o crediamo di essere — molto amici, quasi parenti. Zapatero e Berlusconi appartengono a due generazioni e due famiglie politiche lontane, ma il rapporto personale è ottimo. Si stanno simpatici. Alla vigilia del 13 aprile, il premier spagnolo mandò un video augurale a Walter Veltroni (Zapatero dice Ualter); ma il giorno dopo fu il primo tra gli stranieri a congratularsi con Berlusconi. I due simpatizzarono fin da quando, nel maggio 2004, il Cavaliere volle abbracciare l'ospite non solo metaforicamente, smarcandosi da Fini che ne aveva criticato il programma laicista: «Tra me e José Luis le posizioni sono identiche». Non era proprio così, ma sei mesi dopo lo riabbracciò in pubblico, stavolta a Cuenca: «Io e José Luis siamo due guapos », fu la risposta agli applausi della folla. Qualche recente dissapore, italiani e spagnoli l'hanno avuto anche fuori dal calcio. C'era ancora Prodi quando Zapatero annunciò il sorpasso di Madrid nel pil pro capite, e il Professore contestò: «Non è vero, in media restano più ricchi gli italiani ». La ministra Bibiana «Bibi» Aido, appoggiata dalla vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega, parlò di razzismo italiano dopo i roghi nei campi rom e la stretta sulla sicurezza del nuovo governo. Schermaglie. Per il resto, italiani e spagnoli si sono inventati una fratellanza che nella storia non è mai esistita. Anzi, i due popoli si sono detestati e combattuti per secoli, e persino quando si allearono come a Lepanto gli screzi furono tali che il patto venne subito infranto (scrive Arrigo Petacco nel minuzioso libro dedicato alla battaglia che fino all'assedio di Famagosta e già qualche mese dopo la Serenissima si trovava meglio con i turchi di Selim II, la cui favorita e madre dell'erede al trono era per altro veneziana). L'equivoco nasce forse dalla percezione distorta che l'Italia ha della Spagna, e viceversa. Se gli spagnoli, e non solo, pensano l'Italia come un'immensa Napoli, con il sole la pizza il mandolino gli spaghetti e tutto, noi pensiamo la Spagna come una grande Andalusia. La Spagna verde, atlantica, zitta, diffidente, ci è estranea; sono posti dove non si va in vacanza e che non si vedono in tv. In realtà, spagnoli e italiani sono molto diversi. Ad esempio un'antica diceria popolare iberica, radicata nei secoli del declino e delle guerre civili, racconta che la Spagna sia nata sotto una cattiva stella. In Italia avevamo inventato invece la leggenda dello stellone (ridimensionata pure quella dai rigori di ieri). Per il resto, le parti si sono invertite. Come informano le statistiche, gli spagnoli sono il popolo più ottimista d'Europa, e noi il più pessimista. Gli spagnoli ci sono diventati simpatici qualche decennio fa, quando abbiamo scoperto che erano più poveri e più disorganizzati. Nel frattempo il sistema di Madrid, uscito da una dittatura autarchica, si è rivelato capace di batterci. In due generazioni, gli spagnoli hanno creato imprese in grado di comprare o contendere quote delle società italiane che gestiscono i telefoni e le autostrade, nel Paese con la massima concentrazione di telefonini e di auto al mondo. Così Telefónica è entrata in Telecom, e Abertis è stata fermata dalla politica sulla soglia della fusione con Autostrade. La Spagna è di gran moda, considerata un punto di riferimento per la gioia di vivere, la concordia tra le parti sociali, la flessibilità del lavoro, il progresso dei diritti civili. La società spagnola pare un modello di dinamismo sia ai progressisti («Viva Zapatero! ») sia ai restauratori, ai sostenitori del matrimonio omosessuale come ai difensori della famiglia tradizionale, agli amanti della movida e dei film di Almodovar come ai neocatecumenali seguaci del santo chitarrista Kiko Arguello e ai ciellini che dopo la morte di Giussani si sono affidati allo spagnolo Carron. È la derrota di cui parla Panucci, che a Madrid ha trovato casa e moglie (già lasciata però). Eppure da qualche mese la crisi finanziaria e immobiliare morde i primati della Spagna. La partita, quella vera, non è certo finita stasera; forse è appena cominciata. June 22 Il prezzo della rotturaLa solita implacabile, lucida analisi di Sergio Romano, dal Corriere di oggi, 22.06.2008 Il prezzo della rottura di Sergio Romano
L’insistenza con cui si parla della necessità di un dialogo fra maggioranza e opposizione è soltanto un altro sintomo del malessere della democrazia italiana. Quando David Cameron, leader dei conservatori britannici, prende la parola ai Comuni, è duro, sferzante e, nella migliore delle ipotesi, ferocemente ironico. Quando Oskar Lafontaine parla del governo Merkel, non misura parole e giudizi. Quando i socialisti francesi parlano di Nicolas Sarkozy, i toni sono aspri e taglienti. Nei buoni sistemi democratici, le opposizioni non hanno l’obbligo di dialogare. Debbono attaccare il governo, demolirne i programmi e, quando ne condividono gli obiettivi, dimostrare che il risultato può essere raggiunto con altri mezzi più idonei allo scopo. Ciò che davvero serve in democrazia non è il dialogo (parola di cui si è fatto in questi mesi un uso stucchevolmente retorico), ma un altro fattore, questo sì assolutamente indispensabile. Occorre che maggioranza e opposizione si riconoscano rispettivamente legittime e che nessuno dei due leader neghi all’altro il titolo di rappresentare politicamente e moralmente la parte del Paese che gli ha dato fiducia. Negli ultimi 15 anni è accaduto il contrario. La sinistra ha considerato Berlusconi un’inaccettabile anomalia, un cattivo scherzo della storia nazionale, un pregiudicato in attesa di giudizio, una reincarnazione light del fascismo. E Berlusconi l’ha ripagata di questi giudizi definendola semplicemente e sprezzantemente «comunista». Più recentemente è parso che il clima potesse cambiare. Dopo essersi liberati di alcuni dei loro più ingombranti alleati e avere fatto un buon uso di una pessima legge elettorale, Berlusconi e Veltroni sembravano disposti a considerarsi semplicemente avversari, divisi dalle loro rispettive ambizioni ma uniti dall’appartenenza allo stesso sistema nazionale. Non mi aspettavo che avrebbero «dialogato». Speravo tuttavia che avrebbero capito la necessità di aprire insieme una strada su cui nessuna maggioranza dovrebbe avventurarsi da sola: quella delle riforme istituzionali e di una migliore legge elettorale. Sono bastate poche settimane perché il tempo girasse nuovamente al peggio. Ne conosciamo le ragioni. Berlusconi non è ancora uscito dal tunnel del suo percorso giudiziario e crede lecito usare il potere per assicurarsi l’immunità. Qualcuno continua a pensare che esista una via giudiziaria alla soluzione dei problemi italiani. E Veltroni è circondato da persone che vorrebbero fargli pagare la sconfitta. Insomma, Berlusconi, perché è forte, crede di non avere bisogno di nessuno; e Veltroni, perché è debole, rischia di non poter fare a meno dei molti che cercano di trascinarlo all’indietro nella strategia di un’alleanza antiberlusconiana pilotata dalla sinistra giustizialista, massimalista e «girotondina». È uno spettacolo già visto, che la grande maggioranza del Paese non ha alcuna voglia di rivedere. Mi chiedo se i politici dei due campi si siano resi conto dell’effetto che questa «guerra civile fredda» sta producendo sulla società. Gli italiani si lasciano apparentemente convincere dall’uno o dall’altro dei due campi, ma dopo avere votato per la destra o per la sinistra provano per entrambe gli stessi sentimenti di sfiducia e disprezzo. Una democrazia in cui gli elettori detestano gli eletti: ecco ciò che l’Italia corre il rischio di diventare. June 17 Motori tricoloriA gennaio dell’anno scorso la gloriosa Fiesta verde che mi ha accompagnato nei precedenti quattordici anni ha deciso, sacrosantamente, di tirare le cuoia e di garantirsi un’agiata pensione sotto forma di lamiera pressata (che ingrato, eh?). Fatti due conti e qualche confronto mi sono bellamente adagiato sul concessionario della Fiat che ho proprio davanti a casa. Ho attraversato la strada e mi sono comprato una bellissima Punto rossa metallizzata milledue benzina, con gli accessori indispensabili: autoradio e aria condizionata. - Ah, hai preso la Grande Punto? Il gioco di parole non è neppure tanto sottile, ma l'ho dovuto ripetere a tutti quelli che me l'hanno chiesto… - Allora Ivano, sei contento della tua macchina nuova? Questo dialogo degno di Ionesco si svolto realmente poco più di un anno fra tra me e il mio avvocato preferito, che nell’occasione fruiva del primo passaggio sulla mia Punto, fresca di concessionario. - Hai visto che tiro che ha il nuovo motore della BMW? Di solito i dispensatori di queste sacrosante verità sono così concentrati su se stessi e su quello che stanno dicendo che non si curano granché dell’occhio spento e del patente disinteresse dell’interlocutore. Anche perché non riescono a concettualizzare che un uomo - inteso come rappresentante del sesso maschile - possa non essere interessato dai dettagli del cambio sequenziale o dello stabilizzatore di frenata. Delle macchine io so che hanno quattro ruote, un serbatoio che talora va dolorosamente riempito e la ruota di scorta. Per quanto riguarda quest’ultima posso affermare fieramente che sono stato in grado di sostituire uno pneumatico forato per ben due volte: questa cosa mi riempie di orgoglio ma, soprattutto, mi permette di circolare avendo la discreta probabilità di riuscire a ritornare a casa anche nel caso si verifichi questo fastidioso contrattempo. Per il resto, nebbia: infatti non so nemmeno se realmente le Alfa abbiano il motore troppo spinto, e continua a non calarmene granché. E no, non sentivo il bisogno della Grande Punto, né di quella Grandissima, né della supemega Porsche o della Mercedes modello Minchiatosta, né di nessun’altra vettura con una cilindrata abnorme, un motore spinto o prestazioni clamorose: nessuna voglia di accodarmi alla torma di lobotomizzati a quattro ruote che già infestano il nostro paese. Gli sparuti lettori di queste righe e i miei amici sanno che non amo granché i miei compatrioti: gli italiani, che sono cafoni, maleducati, furbastri e arraffoni al volante dànno il peggio di sé - il loro comportamento quando si trovano al volante è una delle cose che me li fa detestare maggiormente. Oh, sì... detesto i furbacchioni che, con fare cameratesco, segnalano lampeggiando coi fari la presenza della polizia lungo una strada. Mi spiace; forse, se fossi un criminale con del denaro rubato o degli stupefacenti nel bagagliaio apprezzerei di più, ma così non mi riesce proprio. Detesto con tutto il cuore quegli arroganti SUV che infestano le nostre strade, pilotati da buzzurri arricchiti o da mignotte ingioiellate che, non sapendoli guidare, li posteggiano nei modi più assurdi ma sempre, comunque, fastidiosi; inquinano, scaldano, consumano come un carro armato (lo stesso carro armato che contemporaneamente è andato a recuperare il carburante facendo la guerra in Iraq), investono i ciclisti, provocano incidenti mortali rimanendo sempre illesi. Le mignotte coi SUV porterebbero - se potessero - i figlioletti fin dentro all'aula delle scuole private, fermandosi nel mezzo della strada per scaricare l'infante il più vicino possibile alla meta e scordandosi troppo spesso che i bambini hanno le gambine loro, e talora potrebbe non essere una cattiva idea fargliele usare. Peraltro, quando si tratta di bambini, gli italici genitori a quattro ruote toccano vertici sublimi di idiozia: quante volte càpita di vedere pargoli che si aggirano indisturbati nell'abitacolo, magari sul sedile posteriore ma affacciati tra i due anteriori, pronti a finire dritti nel lunotto anteriore alla prima frenata brusca. Per non parlare di quelli che fumano in macchina... Jannacci blues... Quelli che lasciano la macchina accendendo le quattro frecce Quelli che poi vanno a metterci i fiori... Oh yeah... oh yeah...! |
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