Heimdall's profileBifrostPhotosBlogLists Tools Help

Blog


    June 25

    Berlusconi Moroboshi

    Menzione da oscar per chi ha realizzato questo videoclip


     
    June 19

    Animali e fisarmoniche

    Riporto un intervento dal blog di Carlo Vulpio www.carlovulpio.it

    (18 giugno 2009)

    Voglio difendere i Romeni, i Rom, la Romania.

    Voglio difenderli tutti, anche quei due che un giorno a Bologna mi hanno fregato il cellulare sotto gli occhi con una destrezza e un’eleganza fuori dal comune.

    Voglio difendere tutto ciò che è romeno, nel calcio, nella musica, nella cultura e nella leggende. Steaua e Dinamo Bucuresti, Bucovina e Università di Craiova, Dracula e la Transilvania.

    Voglio difenderli tutti senza distinzioni, dopo che ho visto come il 26 maggio scorso, a Napoli, otto italiani camorristi a bordo di quattro moto hanno ammazzato “per sbaglio” il suonatore di fisarmonica Petru Birladeanu.

    Birladeanu era di Iasi, città romena al confine con la Moldova. Padre di due figli, Birladeanu è morto come un cane, sotto gli occhi della moglie Mirela. E’ stato colpito a una gamba e al petto da due proiettili e si è trascinato, insieme con la sua fisarmonica, fin sotto i tornelli della stazione Cumana. Qui, è crollato e si è spento. Senza che nessuno di tutti quei napoletani, cioè italiani, “brava gente” avesse anche soltanto tentato di aiutarlo.

    Ecco cosa stiamo diventando. Animali.

    Aiutare l’altro in difficoltà sembra essere un principio che non ci appartiene più.

    I migranti africani in mezzo al Mediterraneo, con donne incinte e bambini allo stremo? “Respingeteli”, dicono Maroni e Fassino. E gli altri si accodano. Mentre l’Italia si azzuffa con quell’altra grande potenza che è Malta su chi deve soccorrere i naufraghi.

    E la Legge del Mare? E le antiche consuetudini internazionali della navigazione, che impongono di aiutare chiunque si trovi in pericolo di vita, anche se fosse un criminale? Per non parlare del diritto d’asilo previsto dalla nostra Costituzione…

    I Romeni, i Rom e la Romania? Per carità! Quelli sono venuti qui a milioni. Ci stanno invadendo. E stanno portando qui soltanto delinquenza (questa, poi: a noi che siamo in vetta alle classifiche internazionali per l’export di questo prodotto).

    Si fa finta di non sapere che dal 2007 la Romania, i Rom e i Romeni fanno parte a pieno titolo dell’Unione europea, eppure si continua a disprezzarli (sempre dopo i negri però, e stando attenti a risparmiare le badanti, perché quelle son brave e ci servono, a noi che i vecchi li rottamiamo fuori e dentro agli ospizi).

    Animali, ecco cosa stiamo diventando. In nome della “sicurezza”, che pure è un concetto ben più vasto del miserabile slogan di ordine pubblico a cui è stata ridotta. La sicurezza, del portafoglio contro il borseggio e della propria incolumità contro le aggressioni, è un diritto sacrosanto. Ma non lo sono altrettanto la sicurezza sul lavoro, la sicurezza dell’ambiente, la sicurezza nella tutela della salute? Perché questa dannata sicurezza dev’essere legata soltanto all’ordine pubblico? E perché un immigrato dev’essere inchiodato al concetto di “clandestino”, e il “clandestino” perseguito come un reo per il fatto stesso di essere immigrato irregolare?

    Stiamo tornando indietro negli anni. Forse nei secoli.

    Ve la ricordate quella improbabile santa Maria Goretti che era Irene Pivetti, l’ex presidente (leghista) della Camera dei deputati? Era il 1997 e gli albanesi, un giorno sì e uno no, sbarcavano sulle nostre coste. Lei si lasciò scappare un “Buttateli a mare” e finì che la corvetta militare italiana Sibilla, involontariamente, nel tentativo di dissuadere i profughi, fece colare a picco una vecchia motovedetta albanese con 120 persone a bordo. Morirono tutti e molti di loro sono ancora in fondo al mare.

    Se sei a Milano e cadi per terra, si diceva scherzando fino a non molti anni fa, nessuno si ferma ad aiutarti per rispetto della tua privacy. Ma se la stessa cosa ti succede a Napoli, si fermano tutti. A costo di farti morire soffocato per eccesso di soccorso. Balle. A Napoli con Birladeanu sono stati freddi e indifferenti, eppure la moglie urlava e si disperava.

    Paura? Diffidenza? Discutiamone un’altra volta, per favore.

    Adesso, e con urgenza, bisogna capire perché a Milano un tale Matteo Salvini abbia potuto chiedere, senza essere travolto da un moto di sdegno collettivo, che sul metrò vengano previsti posti riservati ai milanesi. Proprio così, ai “milanesi”. Devono essersi mantenute “pure” da ogni contaminazione, le donne della sua stirpe, se questo Salvini sa individuare i “milanesi”. Chissà come li riconosce. Dall’odore? Dalla erre moscia? Dal fatto che mangiano il panetùn anche a Pasqua e comprano tutti i giorni il Curierùn?

    Adesso, e con urgenza, bisogna chiedersi cos’è questa roba delle ronde previste dal “pacchetto sicurezza” proposto dal governo. E bisogna bloccare sul nascere le ronde nere, “nazionaliste”, le ronde verdi, “leghiste”, e tutte le altre che dovessero sorgere, con le loro divise, i loro stemmi e la loro follia xenofoba e razzista.

    Birladeanu è morto nell’indifferenza generale, ma sembra che nessuno abbia voglia voglia di chiedersi come mai sia potuto accadere un fatto del genere. Molti, invece, quelli che hanno detto che se Birladeanu se ne stava a casa sua… Già. Cosa credeva di trovare in Italia, quel mite suonatore di fisarmonica? Non lo sapeva che Napoli è meno sicura di Bucarest? Ecco, appunto, la sicurezza…

    June 11

    Deriva italiana e questione morale - Ovvero le intuizioni di Enrico Berlinguer

    Detesto Berlusconi. Ma non per le sciocchezze che sostiene lui, la demonizzazione dell'avversario, l'odio antropologico della sinistra. Stronzate. A parte che anche lui detesta me, perché mi ostino a non ridere alle sue barzellette giurassiche o cerco di non farlo di fronte alla emiparesi che il botulino ha imposto alla sua ghigna. A parte che sono anni che è lui che demonizza me chiamandomi "nipotino di Stalin", "illiberale", "antidemocratico", "coglione" e cose così.

    Lo detesto a ragion veduta perché è lì, in cima al vertice della piramide sociale italiana, a mostrare col suo esempio che è lecito tutto ciò che da sempre mi fa orrore. È lecito imbrogliare, mentire, truffare, spergiurare. Berlusconi è quello che con aria indifferente si piazza di fianco a te in coda e poi ti frega il posto; è quello che ti posteggia il SUV in doppia fila con le quattro frecce impedendoti di uscire dal parcheggio e offendendosi se nel frattempo hai osato suonare il clacson; è quello che ti chiede il contributo per i bambini dell'Africa e poi se lo spende in donnine e champagne; è quello che ti domanda in prestito cento euro e la settimana dopo passa sull'altro marciapiede quando ti intravvede per evitare che tu glieli richieda; è quello che sul treno o al cinema occupa il posto di fianco a sé con la giacca per non avere nessuno seduto accanto, anche se tu rimani in piedi, è quello che si tuffa in area di rigore per fregare l'arbitro; è quello che passa nel senso vietato se vede che non ci sono i vigili nei dintorni; è il compagno di classe delle scuole elementari che ti tira i capelli e, quando ti giri per mollargli un ceffone, lui chiama la maestra e in castigo ci finisci tu; è quello che parla a voce alta al telefonino al ristorante e in ospedale; è il migliore amico che ti tromba la moglie e la figlia, meglio se minorenne.

    Con l'abuso della sua posizione dominante, con la sua sistematica impunità fatta fatta di prescrizioni, di leggi che depenalizzano i propri reati, di giudici, avvocati e giornalisti corrotti quando erano in vendita e combattuti con ferocia quando non lo erano, Berlusconi è il peggior educatore del nostro paese, dove ognuno già di per sé si ritiene - individualmente - più furbo di tutti gli altri. E no, non gli darei i miei figli da educare.

    La politica dovrebbe avere in primo luogo un ruolo etico, educativo, responsabilizzatore. Come sa chiunque abbia uno straccio di infarinatura in materia didattica, la via migliore per educare è l'esempio. Da sempre provo rabbia e indignazione per coloro i quali rispondono alle mie obiezioni sulla scarsa coerenza di alcuni esponenti del mondo cattolico (dai preti pedofili ai moralisti divorziati) propinandomi il più trito dei luoghi comuni in materia: "Fate quello che dico ma non quello che faccio". Certo, come no? Provate a dire ad un bambino di non mettersi le dita nel naso proprio mentre siete intenti ad esplorare in profondità le vostre cavità nasali. Vi stupireste che di lì a poco si desse anche lui a questa pratica inelegante?

    Se davvero si desidera che altri seguano una condotta non si può fare a meno di essere i primi a proporla. Diversamente si tratta di falsità e ipocrisie di comodo.

    Berlusconi dovrebbe essere combattuto con l'etica. Invece nei suoi avversari politici è sempre mancata la volontà seria di un affondo. Berlusconi in fondo serve ai leader di questa sciagurata generazione di dirigenti della sinistra. È servito a D'Alema nel 1996, quando il líder Máximo, per non essere secondo a Prodi nello schieramento di centrosinistra, volle una commissione bicamerale tutta per sé, e si rivolse a Berlusconi per esserne legittimato. La soluzione del conflitto di interessi poteva ben passare in secondo piano rispetto all'esigenza dell'allora segretario del PDS di diventare il nuovo padre della Costituzione. E via così. Tutti i dirigenti, giù giù sino a Veltroni edizione 2008, come sponda per le proprie manovre interne, hanno avuto bisogno di individuare Berlusconi come interlocutore privilegiato.

    Dell'etica chi se ne frega.

    Ora, nel pantheon del PD compaiono tutta una serie di illustri figuri, scomparsi, come Craxi, o morti viventi, come tanta parte di quella dirigenza che non ha avuto cura di null'altro in questi anni se non di fare terra bruciata attorno a sé, per poi stupirsi ad ogni sconfitta elettorale e lanciarsi in giaculatorie sulla necessità di rinnovare la linea politica, di parlare il linguaggio della ggente, dei ggiovani e via così.

    A mio modestissimo avviso il compito della politica dovrebbe essere un altro: non quello di inseguire gli istinti più bassi dettati dalla pancia, che portano all'egoismo, alla paura del diverso, al desiderio di sopraffazione. L'azione politica non deve, non può essere fatta coi sondaggi. L'unico sondaggio lecito e opportuno è il voto, che non a caso è stato previsto una volta ogni cinque anni, non tre volte a settimana. Anche se il presupposto di un voto libero è il libero formarsi di un'opinione pubblica libera, il che a sua volta dipende dall'esistenza di un'informazione libera e indipendente.

    Il compito della politica dovrebbe essere quello di insegnare l'etica. È faticoso, certo, ma è anche uno dei pochi sistemi, se non l'unico, per distinguersi dagli altri. Nella galleria dei ritratti del PD, invece, sembra non esserci più Enrico Berlinguer. Forse in troppi hanno creduto alla propaganda che, negli ultimi anni, ha infierito sul cadavere del comunismo prendendolo a calci anche se da tempo non respirava più. E si è proposta l'equazione tra comunismo e Unione Sovietica, come se l'uno fosse l'altra e viceversa. Ma quella propaganda non aveva più nessun interesse a difendersi da una minaccia, l'URSS, che non esisteva più (ora esiste al massimo una Russia antidemocratica, ma quella è nostra amica e allora non vale). La propaganda aveva interesse a cancellare quello che è stato il comunismo nel nostro paese i salari, i diritti dei lavoratori, il potere d'acquisto, la libertà di stampa. I vertici del partito prendevano soldi da est? Con tutta probabilità sì, ma ciò non smuove una virgola dell'etica e della passione che avevano milioni di persone che quei soldi non li maneggiavano - e nemmeno li vedevano.

    Enrico Berlinguer si è trovato a gestire un importante passaggio generazionale del suo partito, strappandolo dall'obbedienza a Mosca per portarlo verso il cosiddetto Eurocomunismo. Senza di lui probabilmente il secondo più grande partito comunista del mondo dopo quello dell'URSS, sarebbe imploso come quello francese, ridotto al lumicino e, con lui, sarebbe andata persa quella tradizione di donne e uomini, di lotte e di speranze.

    Quella che propongo qui di séguito è un'intervista rilasciata da Berlinguer a Eugenio Scàlfari, allora direttore di "Repubblica", nel luglio 1981. Nella parte in cui intravvede la deriva del PSI ha una lucidissima (e profetica) intuizione. Per il resto, per la chiarezza dell'analisi, la potenza delle idee e la precisione del ritratto che fa della società italiana, sembra rilasciata oggi. Anzi, se fosse stata rilasciata oggi da uno qualsiasi dei vertici del PD mi sarei detto: "Che grande orgoglio del passato, che visione potente del futuro: finalmente il PD ha un grande leader!".

    "In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi."

    Da rileggere e ponderare. Oggi ricorre il ventincinquesimo anniversario della sua scomparsa: io, che comunista non sono e non sono mai stato, mi limito a dire: "Grazie, Enrico".


    I partiti sono macchine di potere

    intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scàlfari (La Repubblica del 28/07/1981)

    La passione è finita?

    Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

    Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

    È quello che io penso.

    Per quale motivo?

    I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

    Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

    E secondo lei non corrisponde alla situazione?

    Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

    La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ‘74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

    Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

    In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

    Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?

    Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

    Veniamo alla seconda diversità.

    Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

    Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

    Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

    Non voi soltanto.

    È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

    Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

    Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

    Dunque, siete un partito socialista serio…

    …nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo..

    Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

    No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

    Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?

    Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

    Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

    La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

    Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

    Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

    Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…

    Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

    E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

    Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.   

                    

    June 09

    Di questo si vive, e di tanto altro ancora...

    A mio modesto avviso uno dei testi più semplici e più belli di uno dei nostri artisti più sensibili. Era il 1990: ci torturavano le palle con "Notti magiche", mentre Ivano, più sommessamente, usciva con questo capolavoro, l'album (omonimo della canzone) che consiglio a tutti per iniziare a conoscere questo straordinario poeta.

    Si vive di lenta costruzione, ed è dannatamente vero.



    DISCANTO

    Ivano Fossati (1990)


    Di acqua e di respiro

    di passi sparsi

    di bocconi di vento

    di lentezza

    di incerto movimento

    di precise parole si vive

    di grande teatro

    di oscure canzoni

    di pronte guittezze si va avanti

    di come fare

    di come dire

    di come fare a capire

    di alti

    di bassi

    battiti del cuore

    fasi della luna

    e ritmi della terra

    di intelligenza

    di intermittenza

    si vive di danze

    di ballo sociale

    di una promessa

    di un faccia differente

    di mediocri incontri

    di bellezze

    di profumi ardenti

    di accidenti

    rotolando si gira, si balla

    si vive, si fa festa

    quella, questa

    si picchia forte col piede

    nella danza

    e si sbaglia il passo

    si vive di fortune raccontate

    e di viaggiare

    e si cammina stanchi

    è di lavoro

    è opposizione

    è corruzione

    si vive di lenta costruzione

    e di tempo che ci inchioda

    e di diavoli al culo

    di fianchi smorti

    di fuochi desiderati

    si vive di pane

    di speranza di bere

    un vino buono per l'estate

    rotolando si vive

    di discorsi leggeri

    cori

    di maschere notturne

    canto e discanto

    e giù divieti

    e oli sulla pelle

    e sorrisi di fantasmi

    e fantasmi fotografati

    e giù campane annuncianti

    si vive di sguardi fermi

    di risposte folgoranti

    di lettere partite

    che aspettiamo in cima al mistero

    di essere così soli.

    Di questo si vive

    e di tant'altro ancora

    che inseguiamo come i cani

    respirando dal naso

    per finire invece

    ancora sorridenti, ancora abbaianti

    di un dolore a caso.


      

    June 07

    Un uomo solo al telecomando

    di MARCO TRAVAGLIO

    da "El País" del 06/06/2009

    Silvio Berlusconi ha annunciato nel programma "Matrix", trasmesso dall'emittente di sua proprietà Canale5, condotto da un suo dipendente: "Nei prossimi giorni farò un'azione mediatica per mostrare alla stampa straniera la vera situazione in Italia... La stampa americana ha fece bene a fare una campagna contro Bill Clinton: lui aveva mentito. Io no. Contro di me sono state dette solo calunnie e falsità".

    Il guaio è che Berlusconi, come diceva Indro Montanelli, il più grande giornalista che lo conosceva bene, "è un bugiardo sincero: crede alle bugie che racconta". Ma questa volta ha fatto male i suoi conti, perché nell'ultimo mese ha mentito ripetutamente non solo alla stampa e alla tv italiane, ma anche a quelle straniere. Che, diversamente dalla gran parte di quelle italiane, non sono di sua proprietà. Dunque non sono abituate a prendere per buone le sue bugie. Per questo il Cavaliere è tanto nervoso: nelle ultime settimane la realtà che lo insegue da trent'anni minacciando il suo mondo virtuale, il suo Truman Show, gli si è pericolosamente avvicinata. E molte delle bugie su cui aveva edificato il suo successo imprenditoriale e politico sono andate in frantumi.

    L'inizio della frana è iniziato con la sentenza di condanna in primo grado a 4 anni e 6 mesi dell'avvocato inglese David Mills, giudicato dal Tribunale di Milano colpevole di essersi fatto corrompere da Berlusconi con 600 mila dollari in cambio delle sue false testimonianze in due processi a carico del Cavaliere alla fine degli anni 90: quello per le tangenti pagate alla Guardia di Finanza che ispezionava alcune aziende del gruppo Berlusconi e quello per i fondi neri accumulati sulle società off-shore (64 in tutto, secondo la società di revisione Kpmg) create dallo stesso Mills, dislocate nei paradisi fiscali, occultate nei bilanci del gruppo e utilizzate per varie operazioni illecite.

    Quella sentenza, che non ha potuto condannare Berlusconi come corruttore di Mills perché lo stesso Cavaliere ha sospeso i suoi processi per legge, è una "summa" della sua carriera imprenditoriale. E smentisce platealmente la sua immagine di self made man, di grande tycoon che si è "fatto da sé". In realtà -secondo i giudici- Berlusconi pagò il silenzio di Mills per nascondere le illegalità con cui era diventato il padrone dell'editoria e della tv commerciale negli anni 80.

    Tramite le società off-shore del comparto occulto All Iberian infatti, secondo i giudici, il Cavaliere pagò 23 miliardi all'allora premier socialista Bettino Craxi, autore di varie leggi su misura per legittimare il monopolio incostituzionale berlusconiano sulle tv private; finanziò prestanomi per controllare occultamente i pacchetti azionari di una pay tv italiana (Telepiù) e un'emittente spagnola (Telecinco) aggirando le leggi antitrust; versò svariati miliardi in nero al suo avvocato Cesare Previti, che li usava anche per corrompere giudici (compreso il giudice Vittorio Metta, autore di una sentenza comprata che nel 1990 sottrasse la Mondadori, il primo gruppo editoriale italiano, al suo legittimo proprietario, Carlo De Benedetti, per girarlo a Berlusconi);e così via.

    Se Mills avesse detto tutta la verità, Berlusconi avrebbe rischiato una pesante condanna nel processo Guardia di Finanza, che si chiuse invece con la condanna dei manager berlusconiani Salvatore Sciascia (per corruzione) e Massimo Maria Berruti (per favoreggiamento), ma con l'assoluzione del Cavaliere per "insufficienza di prove". Sciascia e Berruti, oggi, sono deputati nel partito di Berlusconi.

    Non bastasse la sentenza Mills, ecco le inquietanti dichiarazioni di un'altra persona che il Cavaliere lo conosce bene, avendo vissuto con lui per ben 29 anni: la sua seconda moglie Veronica Lario, che ha annunciato il divorzio perché il marito-premier "frequenta minorenni" e "non sta bene".

    L'equilibrio mentale e le frequentazioni di un capo di governo sono fatti pubblici, non "gossip" come il Cavaliere e i suoi dipendenti sparsi nelle tv e nei giornali hanno tentato di qualificarli.

    Tantopiù se il protagonista ha sempre mescolato la sua vita privata e quella pubblica per accreditarsi come marito esemplare con una famiglia modello, distribuendo addirittura fotoromanzi patinati ai suoi elettori. Tantopiù se è solito recarsi in udienza dal Papa, baciargli devotamente l'anello e proclamarsi "difensore della famiglia tradizionale di santa Romana Chiesa". Professioni che mal si conciliano con le fotografie che lo ritraggono nella sua villa in Sardegna in compagnia di ragazze allegre e senza veli, per giunta aviotrasportate su aerei di Stato a spese dei contribuenti.

    Lo stesso Berlusconi ha scelto di rispondere pubblicamente alle accuse della moglie, prima su Rai1, poi a France2, infine alla Cnn. Lì ha fabbricato varie versioni dei suoi rapporti con una ragazza napoletana, Noemi Letizia, che lo chiama "papi" e al cui 18° compleanno lui stesso ha preso parte a fine aprile. Ha raccontato di essere amico del padre della ragazza, Elio Letizia, messo comunale, perché "era l'autista di Craxi". Falso: Letizia non è mai stato l'autista di Craxi. Ha raccontato di aver "visto Noemi tre o quattro volte, sempre in presenza dei genitori". Falso: Noemi era con lui senza i genitori nel novembre scorso, a una cena ufficiale a Roma; ed era di nuovo con lui fra Natale e Capodanno, senza i genitori ma con un'amica, anch'essa minorenne, a Villa Certosa in Sardegna. Ha raccontato di aver conosciuto papà Letizia "oltre dieci anni fa", cioè intorno al 1997-98 e Noemi "durante una sfilata di moda": ma nel 1997-98 la ragazza aveva 6 o 7 anni e, per quanto precoce, difficilmente si esibiva in sfilate di moda.

    Oltretutto Elio Letizia fa risalire l'amicizia al 2001, cioè a 8 anni fa, mentre l'ex fidanzato della ragazza giura che il Cavaliere non conosceva Elio, ma telefonò direttamente a Noemi per la prima volta nell'ottobre-novembre 2008, dopo averla vista in un book fotografico in abiti succinti. Resta da capire perché Berlusconi e Letizia non si decidano a dire la verità e, dunque, quale segreto nascondano.

    Intanto si sgonfiano l'una dopo l'altra tutte le altre balle che hanno contribuito a consolidare il consenso berlusconiano. L'incauta promessa dell'immediata ricostruzione ("entro settembre") della città dell'Aquila devastata dal terremoto si sbriciola contro la scarsità di denaro pubblico a disposizione e suscita le ire dei terremotati, rinchiusi nelle tendopoli sotto il caldo torrido. E l'idea di trasferire il G8 all'Aquila rischia di trasformarsi in un boomerang, con scene di protesta in mondovisione.

    Anche la brillante soluzione dell'emergenza-rifiuti a Napoli si sta rivelando un bluff: i rifiuti sono accumulati, tali e quali, senz'alcun trattamento, in alcune discariche ormai esaurite, mentre il famoso inceneritore di Acerra (che non potrebbe comunque bruciare tutto), inaugurato in pompa magna nel mese di marzo, non è ancora funzionante. Intanto la magistratura indaga sui responsabili governativi dello smaltimento rifiuti per truffa allo Stato.

    Le promesse di maggior sicurezza contro la criminalità sbattono contro la triste realtà del paese dell'impunità. Gli sbarchi dei clandestini dall'Africa, da quando Berlusconi è tornato al potere, sono triplicati. Il governo ha fatto ricorso a brutali respingimenti in alto mare, scontrandosi con l'Onu e col mondo cattolico.

    Qualche giorno fa, la questura di Roma ha tentato di nascondere due stupri avvenuti in poche ore nella Capitale (ora governata dal centrodestra): solo quando i giornalisti, informati da fonti ufficiose, han cominciato a tempestare la questura, hanno avuto finalmente conferma dei due fattacci, con 40 ore di ritardo.

    Intanto Berlusconi, che aveva annunciato per metà giugno una visita alla Casa Bianca su invito di Barack Obama, fingeva di "rinviare" la spedizione: in realtà non c'era alcun invito.

    Stessa tecnica menzognera è stata adottata per la cessione del campione brasiliano del Milan, Kakà, al Real Madrid: tutti ne parlano da settimane, ma il Cavaliere (padrone del Milan) preferisce prendere tempo, per annunciare la notizia solo dopo le elezioni, temendo la reazione degli elettori milanisti.

    Se i contraccolpi delle balle sgonfiate non si faranno sentire già alle elezioni europee, è solo perché l'informazione - salvo rare eccezioni - è saldamente nelle mani di Berlusconi. "Un uomo solo al telecomando" lo definiva Enzo Biagi, altro grande giornalista.

    Negli ultimi giorni il premier ha imperversato sui teleschermi con decine di monologhi negli studi di emittenti pubbliche e private, violando le regole della par condicio, perlopiù intervistato da suoi dipendenti genuflessi.

    Uno di questi, nel programma Mattino Cinque (su Canale5), l'ha addirittura ringraziato "per aver accettato di farsi intervistare". Poi gli ha servito alcuni assist facili facili: "Perché la attaccano sul privato e la demonizzano?", "perché il Times la attacca?", "ci spieghi che cos'ha fatto il suo governo". Il conduttore di Porta a Porta, su Rai1, in due ore di finta intervista senza domande, gli ha domandato mellifluo: "Presidente, perché secondo lei la sua vicenda privata ha influenzato in modo così anomalo la campagna elettorale?".

    Poi ha trasmesso un servizio sulla sua visita a Bari, un bagno di folla "quasi imbarazzante, il miglior antidoto ai veleni della politica", con un "indice di popolarità oltre il 70%" che consente al premier di "buttarsi alle spalle le vicende personale e tuffarsi tra la gente, deciso a non mollare". La direttrice dei servizi parlamentari della Rai, cioè del servizio pubblico, Giuliana Del Bufalo, al termine di un'intervista al premier, l'ha avvertito: "Ci resta un minuto, non c'è più tempo per altre domande". E Berlusconi: "Posso sfruttarlo io?". E la giornalista: "Si figuri, lei è il padrone di casa...".