| Heimdall's profileBifrostPhotosBlogLists | Help |
|
July 30 Cazzari e bauscia, ovvero quando la commedia all'italiana faceva ridere davveroRaccontare significa capire: non vi è racconto senza comprensione e raramente vi è comprensione senza racconto, cioè senza desiderio di condividere ciò che si è compreso. La pittura, la poesia, la letteratura, sono tutti modi di raccontare. E il cinema. Anche il cinema è grande quando sa raccontare, perché significa che ha capito, ha compreso, ha compenetrato qualcosa e lo riporta, lo racconta, lo condivide. Il cinema italiano ha conosciuto più di una grande stagione. C'è stata l'epoca autarchica dei "telefoni bianchi", che facevano sognare l'Italia del ventennio, povera e frugale; c'è stato il neorealismo: disperata, bellissima fotografia di un paese che stava dolorosamente uscendo dalla crisalide e diventando adulto, dopo quattro lustri di sopore fascista e l'improvviso risveglio della guerra. Sono state epoche grandi, perché il cinema, parlando con una molteplicità di stili e di voci ha capito, e narrato. Ma l'epoca che io preferisco è il grande decennio (o poco più, dal 1960 al 1970) della commedia all'italiana. Quella che faceva ridere davvero, però. Ridere con la pancia, certo - quello è sempre necessario - ma anche col cervello, sine cachinno, come suggeriva Seneca. Erano gli anni del celebrato boom, e il nostro paese si scopriva ricco. Venivano accantonati il mondo rurale, la parsimonia contadina, la frugalità dei tempi di razionamento, ma anche la fatica della ricostruzione e i duri scontri politici dell'immediato dopoguerra. L'Italia scopriva una maggiore redistribuzione del reddito e, con essa, il disimpegno - la contestazione era di là da venire - e si affacciavano alla ribalta i primi miti borghesi: le vacanze, le automobili, gli accessori di lusso. Passare dai primi diritti acquisiti - il lavoro, la casa, le ferie pagate, i servizi - agli status symbol fu un passo breve. Gli oscuri oggetti del desiderio, un tempo appannaggio esclusivo del bel mondo dei ricchi e dei nobili, parevano a portata di mano di tutti. Luoghi esotici, abiti lussuosi dal taglio sartoriale, orologi dai meccanismi perfetti e dal disegno elegante, uscivano d'improvviso dalle luccicanti immagini delle cronache mondane: qualche cambiale, un po' di straordinari, ma vuoi mettere la Millecento? Il cinema, il grande cinema di quegli anni vide e capì, e nacque la commedia italiana di quegli anni: acuta, sarcastica, feroce. Gli anni Sessanta erano quelli della Grande Inter, dalla formazione che s'imparava a memoria, che suonava come una filastrocca: "Sarti Burgnich Facchetti (fiato) Tagnin Guarneri Picchi (fiato) Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso". Che nomi! Anche il cinema italiano di quegli anni era grande, era campione del mondo, come l'Inter. E aveva nomi altrettanto gloriosi: Risi, Gassmann, De Sica (quello vero!), Volonté, Monicelli, Totò, Age e Scarpelli, E.M. Salerno, Vanzina (quello vero!), Germi, Loren, Lizzani, Mastroianni. Se il neorealismo aveva cantato un'Italia povera, gli anni Sessanta cantavano le gesta di un'Italia arricchita, parvenu. In ultima istanza, cafona, chiassosa, pretenziosa e arrogante. Dino Risi, il maestro Dino Risi, scomparso da poco, è stato - a mio modesto avviso - il più intelligente e acuto osservatore di questo cambiamento e ne ha saputo raccontare le vicende in straordinarie pellicole dal sapore dolceamaro. "I mostri" è il vero e proprio manifesto di quest'epoca e di questa nazione. In brevi sketches offre al ludibrio - e senza alcuna pietà - i difetti di un popolo intero. Castigat ridendo mores: magistrale il primo episodio, "Educazione sentimentale", in cui Ugo Tognazzi è un padre che insegna al figlio una serie di meschinità, furberie e viltà e alcuni anni dopo sarà - naturalmente - il primo a cadere vittima del giovane, ormai divenuto un delinquente. La metafora di una generazione e di un Paese. Altro magistrale affresco dell'Italia del boom è "Il sorpasso", straordinaria prova mattatoriale di Gassmann e amaro ritratto di un popolo che già si stordiva nel nulla di balere e lungomari, di auto di lusso e vestiti alla moda per non affogare nel vuoto e nella noia. Un film di Risi meno noto (ma anch'esso grande successo all'epoca) è "Straziami ma di baci saziami", del 1968, con Nino Manfredi, stralunato Romeo dall'accento marchigiano, e un sempre ottimo Ugo Tognazzi, che dà un'altra grande prova attoriale recitando il ruolo di un muto e affidandosi, quindi, unicamente alla postura e alla gestualità. Mi piace proporre ai pochi amici con cui condivido le riflessioni e i pensieri di questo blog un brano di questa divertente pellicola. A Milano li chiamano "bauscia", a Roma, se non erro, "cazzari". Recentemente, sulla scorta di un noto personaggio radiofonico, qualcuno in Brianza e dintorni li chiama "ranzani". Stiamo parlando degli arricchiti, dei "parvenu", di quella middle class che in qualche modo, onestamente, disonestamente o, più spesso, trovando un passabile compromesso tra questi due estremi, ha fatto i soldi. Spesso si tratta di professionisti, piccoli imprenditori, talora la loro figura è meno identificata, trattandosi di faccendieri, intermediatori, commerciali, rappresentanti, prestanome. Insomma: parliamo di una fitta schiera di gente, di furbetti del quartierino che, arrivati ai piani alti, tentano di darsi un tono e si levano le dita dal naso. Anche se qualche volta ci ricascano. L'ingegnere di questa sequenza, in particolare, si atteggia a fine sommelier, ma c'è un ma. Quante volte, confessiamolo, abbiamo assistito ad una scena di questo genere augurandoci che terminasse così? Ma questo solo per permettere alla specie umana di continuare la propria esistenza mantenendo un minimo di dignità.
July 20 Calma olimpicaTra pochi giorni iniziano i giochi della XXIX Olimpiade moderna, che saranno ospitati dalla Cina, dando così il benvenuto ufficiale e definitivo all'ex "Impero di mezzo" nel novero dei paesi che contano. Il mondo è immerso in una straordinaria e surreale "calma olimpica": i grandi temi politici, che tanta eco avevano avuto nei giorni dell'assegnazione dei giochi e, più di recente, del percorso della fiaccola olimpica, sembrano scomparsi dall'agenda politica e mediatica internazionale. Senza volere fare troppo i maestri, giacché qualche magagna in casa ce l'ha anche l'occidente, è però assodato che in Cina vi sono notoriamente dei problemi che, prima di spalancarle le porte, andavano affrontati in maniera più organica: mette conto ricordare quantomeno quello dei diritti umani e quello dell'occupazione militare del Tibet. Stando ai vari rapporti di Amnesty International, di Reporters sans frontières e di altri organismi indipendenti, la limitazione dei diritti umani in Cina è ancora drammatica. La costrizione della libertà di opinione è altissima: si trovano in carcere (ufficialmente), accusate di reati ideologici, almeno ottanta persone, tra cui numerosi giornalisti e i cosiddetti "cyberdissidenti", coloro i quali hanno usato le tecnologie informatiche per opporsi al giogo della censura; il controllo del governo sui siti internet (complici alcuni dei grandi provider e dei motori di ricerca occidentali) è infatti capillare e asfissiante. Le emittenti radiofoniche e televisive internazionali sono controllate ed eventualmente bloccate e perseguite. Il numero delle esecuzioni capitali è notoriamente il più alto al mondo. Non si conoscono nemmeno i dati precisi, poiché poco o nulla trapela dal muro di silenzio opposto dalle fonti ufficiali, cui contribuisce un'omertosa complicità dei paesi occidentali che nella Cina vedono un importante e appetitoso partner commerciale. Vi è poi la drammatica questione tibetana: dal 1950 la Cina opprime il Tibet, regione che non le apparteneva storicamente e che è stata presa manu militari. Da allora il Tibet è soggetto, oltre che ad una ferrea occupazione, ad un'odiosa, atroce e sistematica pratica di pulizia etnica: il governo centrale infatti promuove e foraggia il trasferimento di cittadini di etnia cinese in Tibet, in maniera tale che, nel corso di quasi sessant'anni la popolazione tibetana si trova ridotta a contare meno della metà dei residenti effettivi nella regione. Nei film, nei libri, nei discorsi pubblici, siamo tutti bravi a condannare questa condotta barbarica quando praticata da nazisti o stalinisti, un po' meno quando si tratta di cinesi (o turchi, preziosi alleati della Nato, quindi intoccabili, responsabili di almeno un paio di genocidi negli ultimi cento anni). La meschinità degli interlocutori occidentali li ha portati infatti a guardarsi tra di loro in cagnesco, attendendo che qualcuno facesse la mossa elegante di ritirarsi dalla concione per applaudirlo pubblicamente e poi avvantaggiarsene nascostamente. Probabilmente pensare ad un boicottaggio di massa delle Olimpiadi sarebbe stato pretendere troppo: queste erano cose che si facevano soltanto quando gli eventi da sabotare erano organizzati dai comunisti, brutti, sporchi e cattivi (anche se, da qualche parte, mi pare di avere letto che anche il governo della Cina è espressione di un partito comunista). È vero però che dalla comunità internazionale si poteva pretendere qualcosa di più che una semplice tirata di orecchie ai vertici cinesi dicendo loro: "Birichini... non fatelo più", e l'occasione per farlo, tutti assieme e con una tempistica ben definita, poteva essere il periodo di avvicinamento alle Olimpiadi. Si sarebbero potute porre con forza sul tappeto tutte le questioni aperte: quando, nel 2001 il Comitato Olimpico, all'atto dell'assegnazione, dichiarò "Affidando a Pechino la responsabilità dell'organizzazione dei Giochi olimpici, contribuiremo allo sviluppo dei diritti umani nel Paese", si sarebbe potuta fissare una tabella di marcia, con delle tappe intermedie nel corso delle quali verificare il progressivo miglioramento della situazione. Ma non è stato fatto praticamente nulla. Tutti i paesi che normalmente tuonano contro gli "stati canaglia", che fanno la voce grossa con la Corea e con l'Iran, non si sono peritati di tacere nei confronti della Cina. Non si può chiaramente scatenare un conflitto con quella che ormai è una vera e propria superpotenza, ma l'occasione dei giochi poteva essere un ottimo strumento di pressione, pacifica ma forte e sistematica. In ultimo, si è persa finanche l'occasione di salvare le apparenze boicottando simbolicamente la cerimonia di apertura. Tra quelli che parevano intenzionati in un primo momento a comportarsi in questa maniera vi era il presidente francese Sarkozy, che però, alla fine, ha annunciato la sua presenza ipocritamente dichiarando che "non si possono boicottare 1,2 miliardi di cinesi". Essendo mancata la risposta politica, come spesso accade, la voce della coscienza ha trovato dei portabandiera nei movimenti artistici ed intellettuali. Recentemente il Théâtre du Soleil, storico gruppo teatrale d'oltralpe, ha realizzato, in collaborazione con Reporters sans Frontières e alcuni dissidenti cinesi e tibetani, una serie di video per sensibilizzare politici, atleti e gente comune ai problemi di Tibet e diritti umani. Ariane Mnouchkine, fondatrice del Théâtre du Soleil, ha dichiarato, in risposta all'osservazione di Sarkozy: "Questa è disonestà intellettuale: il boicottaggio non sarebbe stato al popolo, ma ai dirigenti cinesi. Che sui diritti umani hanno fatto mille promesse, senza mai rispettarne alcuna".
Di seguito propongo i tre video, caricati dallo stesso TdS su YouTube. Il primo è un video dedicato a tutti gli spettatori dei giochi, il secondo agli atleti ("Non è ancora troppo tardi per capire e per scegliere") e il terzo è chiaramente destinato ai politici in generale e alla coppia presidenziale francese in particolare.
July 16 Il dittatorePeriodicamente sento il bisogno di riprendere dallo scaffale alcuni degli ispirati gioielli letterari che hanno popolato le mie letture di tanti e tantissimi anni fa. Tra i titoli che ritornano ci sono spesso "I cinque libri" di Gianni Rodari. Rodari è stato un geniale visionario: come un impressionista, sapeva rendere le sfumature dell'animo con pochi ed ispirati tratti di pennello. Come i grandi, sapeva parlare di grandi cose con piglio ispirato e leggerezza. La mia edizione Einaudi, impreziosita dai superbi pastelli di Munari, completa l'opera. Per tutto il tempo in cui ho scritto il post sui "motori tricolori" e talora, quando salgo sulla mia macchina e ne leggo il nome sul portellone posteriore, "Punto", inizia a ronzarmi in testa questa filastrocca, recentemente musicata dai Mercanti di Liquore con evidente riferimento a qualcuno che ricorda molto da vicino il bizzoso ed arrogante protagonista... Il Dittatore Un punto piccoletto, Le parole protestarono: Tutto solo a mezza pagina Da "Filastrocche in cielo e in terra" (1960) July 11 Io so' io...In questi giorni di lodo, rispolveriamo pure un vecchio sempreverde di Giuseppe Gioacchino Belli. Sarà anche qualunquismo... Li soprani der monno vecchio, sonetto 361 - 21 gennaio 1832 C'era una vorta un Re che dar Palazzo mannò fora a li popoli st'editto: "Io sò io, e voi nun zete un cazzo, sori vassalli buggiaroni, e zitto. Io fo dritto lo storto e storto er dritto: pòzzo vé nneve a tutti a un tant'er mazzo: io, si ve fo impiccà, nun ve strapazzo, ché la vita e la robba io ve l'affitto. Chi abbita a sto monno senza er titolo o de Papa, o de Re, o d'Imperatore, quello nun pò avé mai voce in capitolo". Co st'editto annò er boja pe curiero, interroganno tutti in zur tenore; e arisposeno tutti: "È vero, è vero" ![]() July 08 Non è detto che sia tardi se non guardi che ora èPrima del temporale Ci sarò, prima del temporale July 01 "Magnaccia"Il dito e la luna. Un noto aforisma sostiene che quando il dito indica la luna lo sciocco guarda il dito. L'attenzione della gente infatti è spesso sviata da cose minori, in quanto più vicine, tralasciando di considerare i problemi sostanziali e ben maggiori che stanno sullo sfondo. Così è avvenuto in questi giorni per la grottesca vicenda delle telefonate intercorse alcuni mesi fa (e pubblicate in settimana dall'Espresso) tra la persona che è l'attuale presidente del consiglio italiano, Berlusconi, ed alcuni personaggi in vista del mondo dello spettacolo. Non so se il contenuto delle telefonate sia rilevante ai fini penali: stabilirlo è compito della magistratura. Sicuramente è rilevante ai fini etici, aspetto che un politico non dovrebbe mai ignorare e sul quale l'opinione pubblica dovrebbe sempre mostrare il massimo dell'intransigenza. In questa pantomima silviesca le azioni sconvenienti ai fini etici sono almeno due. Da un lato vi è il tentativo di piazzare delle signorine di bella presenza in qualche posticino remunerativo della televisione pubblica. La televisione pubblica è, appunto, pagata da tutti gli italiani indistintamente attraverso la gabella del canone, odiosa ma egualitaria. È curioso - naturalmente è solo un modo di dire - che a spingere per questo bieco uso della RAI sia la persona che possiede l'altra metà dell'etere e che, volendo, potrebbe usarsi le sue, di reti televisive, per piazzarci i raccomandati. Anche se, a ben pensarci, forse l'ha già fatto... Basta vedere la parata di cognomi in forza ai TG Mediaset per rendersene conto, e questi sono solo i casi più ragguardevoli e visibili. La raccomandazione, se fosse il caso di specificarlo è una pratica decisamente diffusa ma particolarmente odiosa, poiché mira ad aggirare qualsiasi selezione compiuta in base al merito, ché altrimenti, se merito e capacità vi fossero realmente, non se ne vedrebbe la necessità. Se serve specificarlo, un Paese dove il merito si è perso nelle brume è un Paese destinato alla deriva, ad una progressiva, inevitabile, decadenza. Ma soprattutto, l'aspetto che dovrebbe valere la condanna unanime della nazione, e che invece passa sotto silenzio, è che tutto questo balletto avveniva con l'esplicito fine di ingraziarsi un certo numero di senatori dell'allora maggioranza di centrosinistra. I senatori che Silvio cercava di circuire erano dunque i patrocinatori di queste signorine. Scopo dell'azione era quello di determinare una caduta del governo Prodi (che poi è caduto benissimo per i fatti suoi, senza bisogno di senatori e di veline varie: è bastato un mastella qualsiasi). Naturalmente questa manovra sarebbe avvenuta in barba al voto degli elettori, che per Sua Silvità è sacro e viene brandito di fronte a stampa, giudici ed avversari solo quando è in gioco la stabilità della sua augusta poltrona. Di passaggio mi domando anche se, a fronte di un'eventuale caduta del governo cagionata da questo alambiccare nascosto, si sarebbe parlato di "ribaltone" oppure ci si sarebbe inventati la storia della "salvezza della nazione", o di chissà quale altra lepidezza. Ora, di fronte a questo sconcio, la stampa italiana, asservita o meno, compiacente o meno, non ha trovato di meglio che scandalizzarsi per l'"ennesima violazione della privacy" accaduta con la pubblicazione delle conversazioni o per l'epiteto che Di Pietro ha rivolto al premier. Il dito e la luna, come si diceva. Ma su questo aspetto preferisco rinviare al bell'editoriale pubblicato da Paolo Flores d'Arcais sul sito di MicrOmega. Il direttore della rivista si produce in una condivisibile reprimenda al "Corriere della Sera", reprimenda tranquillamente estendibile alla gran parte della stampa italiana. Gli cedo la parola perché riassume ed esprime meglio di quanto avrei potuto fare io lo sdegno e le perplessità nei confronti di questa vicenda ai limiti del grottesco... “Il Corriere della Sera”, ovvero due pesi e due misure di Paolo Flores d'Arcais Il Corriere della Sera spara in prima pagina un titolo a cinque colonne: "Berlusconi, l'insulto di Di Pietro". Sottotitolo, la frase incriminata in virgolettato: "Il premier fa un lavoro più da magnaccia che da statista". Occhiello: Il Pdl contro il leader Idv: linguaggio da osteria, agiremo in giudizio. Alla frase di Di Pietro è dedicato l'intera seconda pagina. Ma il giorno prima i leader che avevano fatto dichiarazioni a proposito dell'affare politici/veline erano stati due: Di Pietro e Bossi. Quest'ultimo aveva detto: "meglio noi del centro-destra che andiamo con le donne, che quelli del centro-sinistra che vanno con i culattoni". Il Corriere dedica a questo "commento" del capo leghista un riquadrato quasi francobollo, dieci righe dieci, su una colonna, con il titolo manipolato, poichè fra virgolette - il che impone di riportare la frase alla lettera - viene scritto in modo edulcorato "gay" anzichè "culattoni". Eppure, la frase di Bossi era un crocevia di insulti: alla sinistra e ai gay (ed era anche falsa: purtroppo nelle telefonate di raccomandazioni etero indecenti non c'era solo la destra), mentre la frase di Di Pietro, nella sua integrità ("le intercettazioni che vogliono limitare ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista") aveva le caratteristiche di una proposizione descrittiva e niente altro. Un magnaccia è infatti colui che si fa mediatore, in vista di un vantaggio, di episodi di prostituzione, caratterizzati dallo scambio di favori sessuali in cambio di denaro o altra utilità. Proprio quanto alcune delle intercettazioni lasciano intendere. Eppure, Il Corriere della Sera monta lo scandalo-Di Pietro e minimizza a colore locale il vero insulto, quello di Bossi. Alla faccia del giornalismo imparziale (imparzialità un tempo umiliata a equidistanza, oggi neppure quella). Del resto, l'editoriale che affianca la "notizia del giorno" si occupa dei rapporti giustizia-politica, per la penna di Ernesto Galli della Loggia. Il problema, manco a dirlo, è lo strapotere dei magistrati. Sfugge a Galli della Loggia (e ad Ostellino, e a Panebianco) che negli Stati Uniti un Presidente (Nixon) è stato costretto alle dimissioni per aver coperto attività di spioni che ai Pio Pompa tanto amati da Berlusconi non avevano nulla da insegnare, mentre con mesi di intercettazioni legali (quelle che Berlusconi vuole ora abolire) i magistrati americani hanno fatto una retata di top manager che ha messo in ginocchio la borsa di New York. Al Corriere, insomma, insieme all'imparzialità latita anche la logica. |
|
|