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    August 22

    Cronache birmane

    Cronache Birmane di Guy Delisle

    Guy Delisle è un cartoonist canadese trapiantato in Francia: da anni realizza serie televisive a disegni animati. Poiché molte delle lavorazioni (soprattutto le "intercalazioni") sono ormai affidate a studi di animazione dell'estremo oriente, dove la manodopera costa meno, vi è la necessita da parte della produzione di supervisionare il lavoro degli animatori locali. Questo lavoro lo ha portato negli anni ad effettuare trasferte lavorative, ciascuna della durata alcuni mesi, in diverse contrade, di cui ha potuto incontrare persone ed usanze con una frequentazione più approfondita di quella del semplice turista.

    Due sue opere sono già giunte in Italia con buon successo di vendite e di critica: "Pyongyang", allucinante viaggio nel caricaturale regime della Corea del Nord, un reportage dalla rara forza narrativa e, in ultima istanza, politica, e "Shenzen", uno straordinario lost in translation ambientato nella Cina del boom economico, con la sua voglia di crescere e le sue contraddizioni, equamente suddivise tra recenti e millenarie. Ora, presso l'editore Fusi orari che già aveva pubblicato le altre, esce "Cronache Birmane" (268 pagine, 18,50 €), terzo diario di viaggio a fumetti, che si pone nel solco di un'ideale continuità narrativa e stilistica con le altre e neppure con questo terzo volume questo geniale fumettista mi ha deluso.

    Delisle ha l'intelligenza e la profondità dei grandi narratori di viaggi e di paesi. Del suo modo di raccontare, apprezzo soprattutto l'estrema onestà intellettuale, che lo porta ad interpretare - talora in maniera divertita, tralaltra provocatoria - il ruolo del politically incorrect. E, vista l'ipocrita melassa che il giornalismo nostrano oramai pare non saperci più risparmiare, questa è una vera e propria benedizione. Poiché lo stile adottato in questi veri e propri reportages è la narrazione in prima persona, Delisle gioca divertito ad interpretare il visitatore occidentale, un po' spaesato, qualche volta ignorante, pronto senza remore a etichettare rapidamente persone, cose ed usanze che non garbano al suo retroterra culturale o al suo gusto personale. Geniale, ad esempio, in quest'epoca - troppo spesso ipocritamente - filo animalista, vederlo esclamare, indirizzato a dei cani randagi che lo inseguivano mentre andava in bicicletta: "Cani di merda!" (non fate smorfie: lo avremmo detto tutti, e lui non si preoccupa minimamente di giustificarsi).

    Secondo la mia sommessa opinione, è proprio questo il valore aggiunto della sua narrazione: nessun cedimento all'esotismo, che potrebbe portare a privilegiare le bellezze naturali o architettoniche dei paesi visitati, come nei tanti, troppi, programmi tv e reportage giornalistici "di approfondimento", che in realtà si risolvono in banali marchette per le agenzie turistiche, ma un normale cittadino occidentale che, di stranezza in stranezza, impara a parlare con la gente, trova le proprie simpatie ed antipatie ma, soprattutto, "empatie". Se uno nasce tondo non muore quadrato: Delisle quindi è un occidentale che parla agli occidentali, senza fingere di essere diventato per magia un cittadino birmano (o cinese, o coreano); sa benissimo che lui, come tutti noi, vive come delle curiosità o come dei fastidi passeggeri quelli che probabilmente per la popolazione locale sono rispettivamente piccoli e grandi drammi. È colpito dal fatto che una serie di curiosi oggetti penzolino dalle finestre, prima di rendersi conto del fatto che questa cosa significa black out continui e, di conseguenza, l'impossibilità di usare frigoriferi e, talora, aria condizionata.

    Come in "Pyongyang" pare stigmatizzare l'atteggiamento dei cittadini locali che hanno paura di parlare della dittatura - perché è questo il primo approccio che chiunque di noi avrebbe davanti ad atteggiamenti del genere: "Possibile che non si rendano conto?". Salvo poi, con il tempo, arrivare a pensare che il problema non è nemmeno che "si rendano conto" o no, ma che molte cose vengono semplicemente vissute in una prospettiva diversa, e che le priorità degli altri non necessariamente collimano con le nostre. Vedere per credere le pagine legate alla meditazione nel tempio buddista, per esempio.

    Insomma la sua "scorrettezza politica" si dimostra l'unico, vero modo per avvicinarsi un poco ai propri interlocutori anziché prediligere un asettico rispetto "per tutti i luoghi e per tutte le culture", un formalismo di facciata che lascia ciascuno nella condizione in cui lo si è trovato e che, in ultima istanza, impedisce qualsiasi forma di comunicazione.