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October 02 Il carrozzone ItaliaRenato Brunetta, neoministro della funzione pubblica, nel consueto vuoto di notizie determinato dalla stagione estiva e in mancanza del delitto dell'estate, ha dilagato sugli italici (asserviti) mezzi di comunicazione. Brunetta ha annunciato con parole tonanti di voler fare piazza pulita dei fannulloni della pubblica amministrazione (di seguito "p.a."). E bravo. Chi si può opporre ad un piano del genere? Chi potrebbe levarsi e dire: "Non è vero, nella p.a. non vi sono sprechi"? Ben venga: una riduzione degli sperperi è auspicabile; la valorizzazione del merito utile come l'aria che respiriamo. E su questo, senza ironia, sono d'accordissimo anch'io, a partire dai tempi della coraggiosa riforma operata dall'allora ministro Bassanini. Fossi nei panni dei rappresentanti sindacali della p.a. sarei prontissimo a sedermi a un tavolo per discutere nel merito l'applicabilità della proposta. Il problema non sono certo gli obiettivi da raggiungere, che sono chiari a Brunetta probabilmente quanto lo erano a quasi tutti i precedenti ministri della funzione pubblica. È il modo. E quindi via: primo provvedimento: a chi si ammala decurtiamo in maniera proporzionale parte dello stipendio per i primi dieci giorni di malattia. Alla faccia di cento anni di diritti dei lavoratori. Alla faccia dell'eguaglianza tra cittadini. Via: secondo provvedimento: l'orario di reperibilità in caso di visita fiscale va dalle otto alle venti, con un'ora di pausa pranzo a mezzodì, incluse le festività. Questa non si chiama reperibilità: si chiamano arresti domiciliari. A quando l'obbligo di firma in commissariato? Via, terzo provvedimento: nella p.a. un nuovo assunto solo ogni dieci pensionati. Traduzione: nella p.a. ci sono il decuplo delle persone effettivamente necessarie. ![]() Un sostenitore del ministro Brunetta ha anche aperto una pagina a lui dedicata su Facebook pubblicando la stessa foto (ritoccata) di almeno quindici anni fa che compare nel sito del ministro, ritratto in cui Brunetta assomiglia un po' al Big Jim della pubblicità che c'era in ultima pagina del "Topolino" di quando ero piccolo. Coerente col piglio populista del politico supportato, alla voce "Attività" si trova scritto, letteralmente: "Attivo da sempre nelle battaglie riformiste. Colui che smantellerà il Carrozzone Italia!!!!" Con quattro punti esclamativi. È divertente (inquietante?) leggere i messaggi lasciati dagli utenti nella bacheca del ministro: serve effettivamente ad avere il polso al paese. Così avviene di leggere messaggi curiosi, come quello dell'utente GianMaria Bazan, che riporto integralmente (errori di battitura compresi): "Caro Ministro. Sono un suo fan sfegatato. Ma sulla cosa dei chirurghi e andato fuori le righe. Purtroppo, non e cosi facile valutare le prestazione di un chirurgo. Mio padre ha svolto con successo la professione per più di 40 ann (ora e quasi in pensione) ed ha salvato migliai di vite operando con successo in molti casi delle situazione che sembravano disperate. Naturalmente aveva un tasso di mortalità legegrment superiore ai suoi collechi un po meno bravi che non avevano le caapacita/ la volntà di intervenire in situazioni cosi drammatiche. Continui a ben operare contro gli sprchi ed i privileggi del settore pubblico. Un consiglio pero, non assuma gli attegiamenti populistici alla Di Pietro. Saluti. Un suo ammiratore sfegatato." E bravo GianMaria: forza ministro, metta in atto tutte le sue riforme tranne questa, che guarda caso tocca da vicino me o un mio parente prossimo. Naturalmente la motivazione c'è, ed appare anche sensata e condivisibile. Allora, caro GianMaria, e tutti gli altri "fan sfegatati" del ministro, non vi può balzare in mente che di motivazioni buone ce ne siano anche altre, anche altrove solo che voi non le conoscete per il semplice fatto che non ci avete mai pensato? Ancora: l'utente Marco Morelli si lancia in una richiesta audace: "Ministro, li vogliamo sciogliere questi sindacati per favore??? Non ne posso piu'." Meno male che ha chiesto per favore. Quando verranno a randellarci ci chiederanno cortesemente di scoprirci il capo, promettendoci di non farci troppo male. Ma ora, tornando a ragionare nel merito del problema, mi chiedo: che senso ha continuare a rivolgersi in maniera indistinta a tutta la p.a., includendo in un unico calderone ciò che funziona e ciò che non funziona? Le eccellenze e gli abissi? Le virtù e gli sprechi? Senza entrare in dettagli troppo tecnici vorrei riportare un paio di semplici dati: a prescindere dalle considerazioni sul livello qualitativo, presso la regione Sicilia prestano servizio circa 5.000 dirigenti a fronte di 6.000 dirigenti per tutta la p.a. centrale. In regione Veneto vi sono 48,5 dipendenti pubblici ogni mille abitanti residenti, in Lombardia 43,9 ; nel Lazio e nella Val d'Aosta ce ne sono 76,2: quasi il doppio1. Se calcoliamo l'incidenza dei dipendenti pubblici sul totale dei lavoratori occupati, in Lombardia siamo al 10,63%, in Calabria al 25,77%2. In entrambi i casi significa che la p.a. Lombarda soddisfa le stesse esigenze, svolge gli stessi compiti di quella del Lazio, della Val d'Aosta o della Calabria facendo conto su circa la metà del personale di queste regioni. Se ora si ordina alla p.a., indistintamente, di ridurre i propri ranghi, la Calabria, la Sicilia e la Valle d'Aosta avranno ampi margini di "dimagrimento". Le regioni Lombardia e Veneto probabilmente avranno qualche difficoltà in più a svolgere le loro funzioni, visto che già lavorano con un organico ridotto (e, a parere di molti, funzionano meglio). "Non c'è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali tra disuguali". Don Milani pensava ad altro, ma questo suo noto detto si adatta bene anche al nostro caso. Tirando le somme, vengono in evidenza almeno due considerazioni: una sui mezzi ed una sui fini (reali). Per quanto riguarda i primi, anche il buon Brunetta appare adeguarsi alla strategia comune al resto di questo governo che consiste nel puntare molto sul cosiddetto "effetto annuncio" ("Spariti i rifiuti da Napoli!"; "Obbligatorio il grembiule a scuola!"; "Multe a clienti e prostitute!"3). Sparate roboanti, stampa e giornalisti che applaudono compiacenti, qualche provvedimento palliativo e basta così. Perché non si vuole arrivare allo scontro frontale, perché non si vogliono incomodare clientele politiche a cui fa del tutto comodo che la situazione rimanga tale. Ma, per quanto concerne le reali finalità da raggiungere, siamo proprio sicuri che si avrà la coerenza di andare a toccare la regione Sicilia, importante serbatoio di voti berlusconiani e feudo del fedele alleato Raffaele Lombardo? Non credo. Al massimo, si potrà sempre provare a delegittimare un po' l'amministrazione pubblica nel suo complesso, sottraendo al contempo del personale anche laddove questo serve davvero o è ben impiegato. Così facendo si creeranno le condizioni perché la maggior parte dei servizi gestiti dalla p.a. venga esternalizzata, avendo cura che finisca nelle mani giuste. E chissà che l'obiettivo finale non sia proprio questo. Chiudo cedendo la parola a mio fratello, che mi ha segnalato l'esistenza della pagina di Brunetta su Faccialibro e che ha ben pensato di lasciare sulla bacheca del ministro un commento geniale. Questo: Ho deciso di diventare un supporter del ministro Brunetta perché è sempre
meglio spronare chi si è accorto di avere capito come funziona il
sistema Italia. Lodo la sagace intelligenza del Ministro il suo
acume, la sua intraprendenza e la sua strategia. Ma, senza avere la pretesa di intromettermi nel metodico lavoro di "smantellamento del carrozzone Italia", mi permetto di ricordargli un antico adagio: dato che il mondo è sempre stato in mano ai furbi, tutta questa sagacia, non è che possa creargli un conflitto di interessi? Spero che le innovazioni arrivino e siano congrue alle esigenze, poiché le modifiche sono più che necessarie. Ma noi chiediamo EQUITÀ, Signor Ministro, non piazza pulita. Una piazza pulita non può far altro che accogliere un altro carrozzone di un altro circo, con altri pagliacci e buffoni pronti a dare spettacolo. E se così dev'essere, spero che i nuovi buffoni siano meno tristi dei vecchi. Marcello Postilla: La cosa un po' inquietante - ma, se vogliamo, in linea con tutto il resto - è che il commento riportato sopra, il cui tono, linguaggio e contenuto tutti possono valutare, è stato cancellato dopo un giorno dal moderatore del gruppo, il Sig. Alessandro De Chirico (se volete sapere chi è, leggete qui, ma tenete pronti i fazzoletti perché la pagina è vagamente deamicisiana). Non essendo un intervento volgare, stupido o minaccioso dobbiamo dunque concludere che questo gruppo esiste solo per ospitare i commenti di torme di esaltati che scrivono "10, 100, 1000 Brunetta!". Anche le vignette che prendono in giro la sua statura vanno bene al Grande Moralizzatore: del resto hanno un po' il senso liberatorio dei lazzi del buffone di corte che, essendo l'unico a poter dileggiare il re faceva credere anche agli altri che la cosa fosse permessa; oppure come le grida di scherno che i legionari veterani potevano indirizzare a Giulio Cesare durante la cerimonia del "trionfo", che avevano finalità apotropaiche e beneauguranti. Ma le critiche, quelle fatte nel merito, quelle non vanno bene? Ma non si era deciso di aprirsi alla valutazione? Il valutatore non vuole forse essere valutato? E poi, nella pagina di presentazione, non c'è forse scritto: "Orientamento politico: liberale"? A casa mia i "liberali" erano un'altra cosa... Qualche tempo fa avevo sentito qualche autorevole esponente del centrodestra (Tremonti) prodursi in una citazione particolarmente originale: "Non sono d'accordo con quello che dici ma mi batterò perché tu possa esprimerlo". Ma lì si parlava del papa che, poveretto, non aveva potuto/voluto parlare all'università La Sapienza e quindi, privo com'è di tribune da cui esprimere il suo pensiero, andava difeso. Non è esattamente il modello di "dialogo" che ho in mente. Questa gente mi fa paura. --- Note 1 Dati 2005, in : G.Tr. "Per funzionare lo Stato sborsa il doppio dei comuni", Il Sole-24Ore del 10.03.2008 2 Dati della Ragioneria generale dello Stato riferiti al 2005. Rielaborazioni a cura di Italiannetwork.it e M. Marcantoni e V. Veneziano, "Primo rapporto sulla dirigenza nelle regioni e nelle province autonome", Franco Angeli editore, 2007. 3 Sull'argomento vi invito a leggere questo illuminante intervento di Marco Travaglio. September 24 Prima venneroRitorno brevemente sulle riflessioni proposte qualche giorno fa in seguito all'omicidio di Abdul. Se il nostro paese e i suoi cittadini vogliono mantenere uno straccio di umanità, di dignità, evitando di affidare le proprie aspirazioni unicamente alla nazionale di calcio, cerchiamo di ricordarci che quando vengono calpestati i diritti degli altri, vengono calpestati anche i nostri. Non brillo certo per originalità, ma mi piace egualmente riportare il testo di una poesia molto nota, opera del pastore luterano Martin Niemöller (e non, come molti pensano, di Bertolt Brecht). Prima vennero... Quando i nazisti vennero per i comunisti, Quando rinchiusero i socialdemocratici, Quando vennero per i sindacalisti, Quando vennero per gli ebrei, Quando vennero per me, (1976) September 19 ...però i biscotti li aveva rubati...![]()
L'omicidio è maturato nella drammatica temperie culturale dei nostri giorni e di questo paese, sempre più meschino, sempre più pericolosamente egoista, sempre più ripiegato su sé stesso, sempre meno disposto a riflettere e a mettere in discussione i propri sciatti luoghi comuni.
In occasione degli interrogatori i due esercenti - e i loro avvocati - hanno esibito una faccia di bronzo da Guinness dei primati: [Dal sito del Corriere] «Non siamo razzisti», hanno spiegato. La precisazione dei legali: «Credevano che i giovani avessero rubato l'incasso che era sul bancone del bar». E già: capita anche a me di tirare fuori l'incasso della giornata, lasciarlo sul bancone e poi uscire a farmi un giro, a fumarmi una sigaretta mentre qualcuno mi gira per il negozio. Come sarebbe a dire: «Non c'è stato odio razziale», eh? E cosa cazzo è che arma la mano di uno che insegue un ragazzo nero di diciannove anni, sospettato di aver sottratto qualche biscotto in un bar e lo spinge - lo legittima! - a massacrarlo di legnate? Fosse successo a ruoli invertiti (due neri che massacrano a bastonate un bianco) saremmo sommersi da titoli sull'"emergenza sicurezza". In compenso, nei servizi televisivi delle emittenti locali si è assistito al consueto, squallido, giro di interviste all'uomo della strada. Sento qualcuno commentare: "...però i biscotti li aveva rubati...". La proporzionalità della pena rispetto al reato non è neanche più un'opinione. Tremila anni di storia del diritto occidentale buttati nel cesso: Hammurabi al confronto era un illuminista del livello di Cesare Beccaria.
La stessa stampa, servile, indolente, pronta ad assecondare il dissestato senso comune, si sente sempre in dovere di precisare che è stato ucciso un cittadino "di colore ma con cittadinanza italiana". Come se un cittadino italiano dovesse essere automaticamente bianco, o come se si dovesse in qualche modo giustificare il fatto che il sacro diritto della cittadinanza è stato in qualche modo, chissà come, concesso a un "negro". A gente che magari sta a Broccolino o Buenos Aires da quattro generazioni sì - perché magari votano fascista - ai negri no. Oppure chissà, se non avesse avuto la cittadinanza italiana probabilmente ce ne sarebbe anche fregato niente, no? Spazzatura da ributtare a mare... Intanto si legge che a Roma dodici rom sono stati arrestati per spaccio di droga. Ok. Mi piacerebbe sapere quanti rom oggi invece non hanno proprio combinato un accidenti di niente e non sono stati arrestati, non hanno spacciato droga. E magari hanno mandato anche i figli a scuola. Perché succede anche questo. Al contrario mi piacerebbe sapere se oggi sono stati arrestati italiani per possesso, spaccio, traffico di stupefacenti. Non ho dati certi, ma a spanne secondo me sono di più.
Ho sentito due persone anziane discorrere tra loro al bar, facendo un discorso già sentito mille volte: uno diceva all'altro che in coda al supermercato davanti a lui c'era uno zingaro. "Coi denti d'oro, un rotolo di banconote in tasca e il Mercedes posteggiato fuori". Ok. Gli accessori d'oro in vista, dagli anelli alle capsule dentarie, sono uno dei modi in cui in alcune delle culture e delle tradizioni rom si evidenzia il proprio status di benestante, anche ostentando, anche barando, perché no? Forse che loro non possono farlo? Mi piacerebbe sapere perché non godono delle stesse attenzioni i tamarri che acquistano il SUV o il Rolex, o gli sfigati che fanno il mutuo per andare in vacanza alle Maldive. Barano anche loro; ostentano anche loro. E magari si sono arricchiti evadendo le tasse, scaricando rifiuti abusivi, non pagando i propri dipendenti, dichiarando fallimento. Questi no? Questi non ci dànno fastidio? Quando la finiremo di classificare i delitti in base alla nazionalità di chi li ha commessi? Un luogo comune è sempre falso, anche quando dice il vero: è falsa, ingannevole la trita riproposizione di pensieri altrui, senza che vi sia stato un preventivo filtro da parte nostra, con la nostra cultura, la nostra personalità, la nostra sensibilità, e non è solo un pessimo sintomo di pigrizia intellettuale. È anche estremamante pericoloso, perché ci fa bere tutto ciò che ci viene proposto dalla propaganda. E quando siamo convinti della radicale diversità, della pericolosità dell'altro, nella migliore delle ipotesi ce ne freghiamo perché calpestano i suoi diritti. Nella peggiore delle ipotesi siamo noi stessi a calpestarglieli: impauriti, paranoici, ma anche legittimati. È la paranoica retorica della "sicurezza" che arma le nostre mani di assassini. Forse ce lo scordiamo ma, con la Germania nazista e il Sudafrica dell'apartheid, siamo uno dei pochi paesi al mondo che nel corso del XX secolo hanno approvato un pacchetto di leggi razziali. Di leggi che discriminavano un gruppo di esseri umani in ragione della loro appartenenza ad un gruppo etnico, sociale, religioso. Esagero?
Quel tempo non tornerà più? Ragioniamoci su: in alcune province è stato istituito il commissario speciale per i rom; significa che - per la prima volta dal 1938 - è stato emanato un provvedimento che distingue i suoi destinatari in ragione dell'appartenenza etnica, non in ragione, ad esempio, del fatto di aver commesso o non commesso un reato, un abuso, un delitto. Si parla sempre più insistitamente di prendere le impronte digitali ai bambini rom. La propaganda ce lo presenta ancora come un atto di doverosa cautela nei confronti di una popolazione che altrimenti non saprebbe badare a sé stessa, non manderebbe i figli a scuola. Cfr. questo articolo del Corriere. Se qualcuno ha studi storici alle spalle, si ricorderà che l'espansione coloniale europea nel Sette e Ottocento è avvenuta con la giustificazione del fatto che era dovere dell'Europa - più avanzata - portare il "gravoso fardello" della civilizzazione agli altri popoli (adesso in realtà diciamo di "esportare democrazia", ma il senso non si discosta di molto). Ma io ho anche una critica più immediata, che denuncia senza remissione il populismo di questo modo di operare del nostro governo e dei nostri sindaci. Se è vero che il provvedimento è destinato a salvaguardare la scolarità dei bimbi rom, dove sono i soldi per i progetti di inserimento? Dove quelli per le strutture, le scuole, gli insegnanti? Dove sono quei soldi nel bilancio dello Stato, Onorevole Dottore Cav. Berlusconi, dove sono nel bilancio del Comune di Roma, Illustrissimo Sig. Sindaco di Roma Dott. Ing. Alemanno? Fatemi vedere le variazioni di bilancio, mostratemi le delibere di Giunta, le ordinanze sindacali, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri con cui si stanziano i fondi per raggiungere questi obiettivi così nobilmente e altamente strombazzati! Fatemeli vedere, altrimenti saprò - e sapranno i miei pochi lettori - che state mentendo, che il vostro scopo nell'umiliare questa gente prendendo loro le impronte non è la loro scolarizzazione, ma la semplice soddisfazione del meschino desiderio di "sicurezza" dei Vostri elettori! Suggerisco di dare un'occhiata a questo sito, per chi avesse voglia di approfondire alcune delle tematiche che ho sollevato e per chi sentisse il bisogno di avere qualche argomento da contrapporre ai conversatori da bar, con un'avvertenza che viene da Marx (Groucho): "Non discutete mai con un idiota. La gente potrebbe non notare la differenza!" September 04 È quel che èÈ quel che è È assurdo da “Es ist was es ist”, 1983 – Sentita a “Con parole mie” del 18 giugno 2008. August 22 Cronache birmane
Guy Delisle è un cartoonist canadese trapiantato in Francia: da anni realizza serie televisive a disegni animati. Poiché molte delle lavorazioni (soprattutto le "intercalazioni") sono ormai affidate a studi di animazione dell'estremo oriente, dove la manodopera costa meno, vi è la necessita da parte della produzione di supervisionare il lavoro degli animatori locali. Questo lavoro lo ha portato negli anni ad effettuare trasferte lavorative, ciascuna della durata alcuni mesi, in diverse contrade, di cui ha potuto incontrare persone ed usanze con una frequentazione più approfondita di quella del semplice turista. Due sue opere sono già giunte in
Italia con buon successo di vendite e di critica: "Pyongyang",
allucinante viaggio nel caricaturale regime della Corea del Nord, un reportage dalla rara forza narrativa e, in ultima istanza, politica, e
"Shenzen", uno straordinario lost in translation ambientato nella Cina
del boom economico, con la sua voglia di crescere e le sue
contraddizioni, equamente suddivise tra recenti e millenarie. Ora, presso l'editore Fusi orari che già aveva pubblicato le altre, esce "Cronache Birmane" (268 pagine, 18,50 €), terzo diario di viaggio a fumetti, che si pone nel solco di un'ideale continuità narrativa e stilistica con le altre e neppure con questo terzo volume questo geniale fumettista mi ha deluso. Delisle ha l'intelligenza e la profondità dei grandi narratori di viaggi e di paesi. Del suo modo di raccontare, apprezzo soprattutto l'estrema onestà intellettuale, che lo porta ad interpretare - talora in maniera divertita, tralaltra provocatoria - il ruolo del politically incorrect. E, vista l'ipocrita melassa che il giornalismo nostrano oramai pare non saperci più risparmiare, questa è una vera e propria benedizione. Poiché lo stile adottato in questi veri e propri reportages è la narrazione in prima persona, Delisle gioca divertito ad interpretare il visitatore occidentale, un po' spaesato, qualche volta ignorante, pronto senza remore a etichettare rapidamente persone, cose ed usanze che non garbano al suo retroterra culturale o al suo gusto personale. Geniale, ad esempio, in quest'epoca - troppo spesso ipocritamente - filo animalista, vederlo esclamare, indirizzato a dei cani randagi che lo inseguivano mentre andava in bicicletta: "Cani di merda!" (non fate smorfie: lo avremmo detto tutti, e lui non si preoccupa minimamente di giustificarsi). Secondo la mia sommessa
opinione, è proprio questo il valore aggiunto della sua narrazione:
nessun cedimento all'esotismo, che potrebbe portare a privilegiare le
bellezze naturali o architettoniche dei paesi visitati, come nei tanti,
troppi, programmi tv e reportage giornalistici "di approfondimento",
che in realtà si risolvono in banali marchette per le agenzie
turistiche, ma un normale cittadino occidentale che, di stranezza in
stranezza, impara a parlare con la gente, trova le proprie simpatie ed
antipatie ma, soprattutto, "empatie". Se uno nasce tondo non muore
quadrato: Delisle quindi è un occidentale che parla agli occidentali,
senza fingere di essere diventato per magia un cittadino birmano (o
cinese, o coreano); sa benissimo che lui, come tutti noi, vive come
delle curiosità o come dei fastidi passeggeri quelli che probabilmente
per la popolazione locale sono rispettivamente piccoli e grandi drammi.
È colpito dal fatto che una serie di curiosi oggetti penzolino dalle
finestre, prima di rendersi conto del fatto che questa cosa significa
black out continui e, di conseguenza, l'impossibilità di usare
frigoriferi e, talora, aria condizionata. Come in "Pyongyang" pare stigmatizzare l'atteggiamento dei cittadini locali che hanno paura di parlare della dittatura - perché è questo il primo approccio che chiunque di noi avrebbe davanti ad atteggiamenti del genere: "Possibile che non si rendano conto?". Salvo poi, con il tempo, arrivare a pensare che il problema non è nemmeno che "si rendano conto" o no, ma che molte cose vengono semplicemente vissute in una prospettiva diversa, e che le priorità degli altri non necessariamente collimano con le nostre. Vedere per credere le pagine legate alla meditazione nel tempio buddista, per esempio. Insomma la sua "scorrettezza politica" si dimostra l'unico, vero modo per avvicinarsi un poco ai propri interlocutori anziché prediligere un asettico rispetto "per tutti i luoghi e per tutte le culture", un formalismo di facciata che lascia ciascuno nella condizione in cui lo si è trovato e che, in ultima istanza, impedisce qualsiasi forma di comunicazione. July 30 Cazzari e bauscia, ovvero quando la commedia all'italiana faceva ridere davveroRaccontare significa capire: non vi è racconto senza comprensione e raramente vi è comprensione senza racconto, cioè senza desiderio di condividere ciò che si è compreso. La pittura, la poesia, la letteratura, sono tutti modi di raccontare. E il cinema. Anche il cinema è grande quando sa raccontare, perché significa che ha capito, ha compreso, ha compenetrato qualcosa e lo riporta, lo racconta, lo condivide. Il cinema italiano ha conosciuto più di una grande stagione. C'è stata l'epoca autarchica dei "telefoni bianchi", che facevano sognare l'Italia del ventennio, povera e frugale; c'è stato il neorealismo: disperata, bellissima fotografia di un paese che stava dolorosamente uscendo dalla crisalide e diventando adulto, dopo quattro lustri di sopore fascista e l'improvviso risveglio della guerra. Sono state epoche grandi, perché il cinema, parlando con una molteplicità di stili e di voci ha capito, e narrato. Ma l'epoca che io preferisco è il grande decennio (o poco più, dal 1960 al 1970) della commedia all'italiana. Quella che faceva ridere davvero, però. Ridere con la pancia, certo - quello è sempre necessario - ma anche col cervello, sine cachinno, come suggeriva Seneca. Erano gli anni del celebrato boom, e il nostro paese si scopriva ricco. Venivano accantonati il mondo rurale, la parsimonia contadina, la frugalità dei tempi di razionamento, ma anche la fatica della ricostruzione e i duri scontri politici dell'immediato dopoguerra. L'Italia scopriva una maggiore redistribuzione del reddito e, con essa, il disimpegno; si affacciavano alla ribalta i primi miti borghesi: le vacanze, le automobili, gli accessori di lusso. Passare dai primi diritti acquisiti - il lavoro, la casa, le ferie pagate, i servizi - agli status symbol fu un passo breve. Gli oscuri oggetti del desiderio, un tempo appannaggio esclusivo del bel mondo dei ricchi e dei nobili, parevano a portata di mano di tutti. Luoghi esotici, abiti lussuosi dal taglio sartoriale, orologi dai meccanismi perfetti e dal disegno elegante, uscivano d'improvviso dalle luccicanti immagini delle cronache mondane: qualche cambiale, un po' di straordinari, ma vuoi mettere la Millecento? Il cinema, il grande cinema di quegli anni vide e capì, e nacque la commedia italiana di quegli anni: acuta, sarcastica, feroce. Gli anni Sessanta erano quelli della Grande Inter, dalla formazione che s'imparava a memoria, che suonava come una filastrocca: "Sarti Burgnich Facchetti (fiato) Tagnin Guarneri Picchi (fiato) Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso". Che nomi! Anche il cinema italiano di quegli anni era grande, era campione del mondo, come l'Inter. E aveva nomi altrettanto gloriosi: Risi, Gassmann, De Sica (quello vero!), Volonté, Monicelli, Totò, Age e Scarpelli, E.M. Salerno, Vanzina (quello vero!), Germi, Loren, Lizzani, Mastroianni. Se il neorealismo aveva cantato un'Italia povera, gli anni Sessanta cantavano le gesta di un'Italia arricchita, parvenu. In ultima istanza, cafona, chiassosa, pretenziosa e arrogante. Dino Risi, il maestro Dino Risi, scomparso da poco, è stato - a mio modesto avviso - il più intelligente e acuto osservatore di questo cambiamento e ne ha saputo raccontare le vicende in straordinarie pellicole dal sapore dolceamaro. "I mostri" è il la vero e proprio manifesto di quest'epoca e di questa nazione. In brevi sketches offre al ludibrio - e senza alcuna pietà - i difetti di un popolo intero. Castigat ridendo mores: magistrale il primo episodio, "Educazione sentimentale", in cui Ugo Tognazzi è un padre che insegna al figlio una serie di meschinità, furberie e viltà e alcuni anni dopo sarà - naturalmente - il primo a cadere vittima del giovane, ormai divenuto un delinquente. La metafora di una generazione e di un Paese. Altro magistrale affresco dell'Italia del boom è "Il sorpasso", straordinaria prova mattatoriale di Gassmann e amaro ritratto di un popolo che già si stordiva nel nulla di balere e lungomari, di auto di lusso e vestiti alla moda per non affogare nel vuoto e nella noia. Un film di Risi meno noto (ma anch'esso grande successo all'epoca) è "Straziami ma di baci saziami", del 1968, con Nino Manfredi, stralunato Romeo dall'accento marchigiano, e un sempre ottimo Ugo Tognazzi, che dà un'altra grande prova attoriale recitando il ruolo di un muto e affidandosi, quindi, unicamente alla postura e alla gestualità. Mi piace proporre ai pochi amici con cui condivido le riflessioni e i pensieri di questo blog un brano di questa divertente pellicola. A Milano li chiamano "bauscia", a Roma, se non erro, "cazzari". Recentemente, sulla scorta di un noto personaggio radiofonico, qualcuno in Brianza e dintorni li chiama "ranzani". Stiamo parlando degli arricchiti, dei "parvenu", di quella middle class che in qualche modo, onestamente, disonestamente o, più spesso, trovando un passabile compromesso tra questi due estremi, ha fatto i soldi. Spesso si tratta di professionisti, piccoli imprenditori, talora la loro figura è meno identificata, trattandosi di faccendieri, intermediatori, commerciali, rappresentanti, prestanome. Insomma: parliamo di una fitta schiera di gente, di furbetti del quartierino che, arrivati ai piani alti, tentano di darsi un tono e si levano le dita dal naso. Anche se qualche volta ci ricascano. L'ingegnere di questa sequenza, in particolare, si atteggia a fine sommelier, ma c'è un ma. Quante volte, confessiamolo, abbiamo assistito ad una scena di questo genere augurandoci che terminasse così? Ma questo solo per permettere alla specie umana di continuare la propria esistenza mantenendo un minimo di dignità.
July 20 Calma olimpicaTra pochi giorni iniziano i giochi della XXIX Olimpiade moderna, che saranno ospitati dalla Cina, dando così il benvenuto ufficiale e definitivo all'ex "Impero di mezzo" nel novero dei paesi che contano. Il mondo è immerso in una straordinaria e surreale "calma olimpica": i grandi temi politici, che tanta eco avevano avuto nei giorni dell'assegnazione dei giochi e, più di recente, del percorso della fiaccola olimpica, sembrano scomparsi dall'agenda politica e mediatica internazionale. Senza volere fare troppo i maestri, giacché qualche magagna in casa ce l'ha anche l'occidente, è però assodato che in Cina vi sono notoriamente dei problemi che, prima di spalancarle le porte, andavano affrontati in maniera più organica: mette conto ricordare quantomeno quello dei diritti umani e quello dell'occupazione militare del Tibet. Stando ai vari rapporti di Amnesty International, di Reporters sans frontières e di altri organismi indipendenti, la limitazione dei diritti umani in Cina è ancora drammatica. La costrizione della libertà di opinione è altissima: si trovano in carcere (ufficialmente), accusate di reati ideologici, almeno ottanta persone, tra cui numerosi giornalisti e i cosiddetti "cyberdissidenti", coloro i quali hanno usato le tecnologie informatiche per opporsi al giogo della censura; il controllo del governo sui siti internet (complici alcuni dei grandi provider e dei motori di ricerca occidentali) è infatti capillare e asfissiante. Le emittenti radiofoniche e televisive internazionali sono controllate ed eventualmente bloccate e perseguite. Il numero delle esecuzioni capitali è notoriamente il più alto al mondo. Non si conoscono nemmeno i dati precisi, poiché poco o nulla trapela dal muro di silenzio opposto dalle fonti ufficiali, cui contribuisce un'omertosa complicità dei paesi occidentali che nella Cina vedono un importante e appetitoso partner commerciale. Vi è poi la drammatica questione tibetana: dal 1950 la Cina opprime il Tibet, regione che non le apparteneva storicamente e che è stata presa manu militari. Da allora il Tibet è soggetto, oltre che ad una ferrea occupazione, ad un'odiosa, atroce e sistematica pratica di pulizia etnica: il governo centrale infatti promuove e foraggia il trasferimento di cittadini di etnia cinese in Tibet, in maniera tale che, nel corso di quasi sessant'anni la popolazione tibetana si trova ridotta a contare meno della metà dei residenti effettivi nella regione. Nei film, nei libri, nei discorsi pubblici, siamo tutti bravi a condannare questa condotta barbarica quando praticata da nazisti o stalinisti, un po' meno quando si tratta di cinesi (o turchi, preziosi alleati della Nato, quindi intoccabili, responsabili di almeno un paio di genocidi negli ultimi cento anni). La meschinità degli interlocutori occidentali li ha portati infatti a guardarsi tra di loro in cagnesco, attendendo che qualcuno facesse la mossa elegante di ritirarsi dalla concione per applaudirlo pubblicamente e poi avvantaggiarsene nascostamente. Probabilmente pensare ad un boicottaggio di massa delle Olimpiadi sarebbe stato pretendere troppo: queste erano cose che si facevano soltanto quando gli eventi da sabotare erano organizzati dai comunisti, brutti, sporchi e cattivi (anche se, da qualche parte, mi pare di avere letto che anche il governo della Cina è espressione di un partito comunista). È vero però che dalla comunità internazionale si poteva pretendere qualcosa di più che una semplice tirata di orecchie ai vertici cinesi dicendo loro: "Birichini... non fatelo più", e l'occasione per farlo, tutti assieme e con una tempistica ben definita, poteva essere il periodo di avvicinamento alle Olimpiadi. Si sarebbero potute porre con forza sul tappeto tutte le questioni aperte: quando, nel 2001 il Comitato Olimpico, all'atto dell'assegnazione, dichiarò "Affidando a Pechino la responsabilità dell'organizzazione dei Giochi olimpici, contribuiremo allo sviluppo dei diritti umani nel Paese", si sarebbe potuta fissare una tabella di marcia, con delle tappe intermedie nel corso delle quali verificare il progressivo miglioramento della situazione. Ma non è stato fatto praticamente nulla. Tutti i paesi che normalmente tuonano contro gli "stati canaglia", che fanno la voce grossa con la Corea e con l'Iran, non si sono peritati di tacere nei confronti della Cina. Non si può chiaramente scatenare un conflitto con quella che ormai è una vera e propria superpotenza, ma l'occasione dei giochi poteva essere un ottimo strumento di pressione, pacifica ma forte e sistematica. In ultimo, si è persa finanche l'occasione di salvare le apparenze boicottando simbolicamente la cerimonia di apertura. Tra quelli che parevano intenzionati in un primo momento a comportarsi in questa maniera vi era il presidente francese Sarkozy, che però, alla fine, ha annunciato la sua presenza ipocritamente dichiarando che "non si possono boicottare 1,2 miliardi di cinesi". Essendo mancata la risposta politica, come spesso accade, la voce della coscienza ha trovato dei portabandiera nei movimenti artistici ed intellettuali. Recentemente il Théâtre du Soleil, storico gruppo teatrale d'oltralpe, ha realizzato, in collaborazione con Reporters sans Frontières e alcuni dissidenti cinesi e tibetani, una serie di video per sensibilizzare politici, atleti e gente comune ai problemi di Tibet e diritti umani. Ariane Mnouchkine, fondatrice del Théâtre du Soleil, ha dichiarato, in risposta all'osservazione di Sarkozy: "Questa è disonestà intellettuale: il boicottaggio non sarebbe stato al popolo, ma ai dirigenti cinesi. Che sui diritti umani hanno fatto mille promesse, senza mai rispettarne alcuna".
Di seguito propongo i tre video, caricati dallo stesso TdS su YouTube. Il primo è un video dedicato a tutti gli spettatori dei giochi, il secondo agli atleti ("Non è ancora troppo tardi per capire e per scegliere") e il terzo è chiaramente destinato ai politici in generale e alla coppia presidenziale francese in particolare.
July 16 Il dittatorePeriodicamente sento il bisogno di riprendere dallo scaffale alcuni degli ispirati gioielli letterari che hanno popolato le mie letture di tanti e tantissimi anni fa. Tra i titoli che ritornano ci sono spesso "I cinque libri" di Gianni Rodari. Rodari è stato un geniale visionario: come un impressionista, sapeva rendere le sfumature dell'animo con pochi ed ispirati tratti di pennello. Come i grandi, sapeva parlare di grandi cose con piglio ispirato e leggerezza. La mia edizione Einaudi, impreziosita dai superbi pastelli di Munari, completa l'opera. Per tutto il tempo in cui ho scritto il post sui "motori tricolori" e talora, quando salgo sulla mia macchina e ne leggo il nome sul portellone posteriore, "Punto", inizia a ronzarmi in testa questa filastrocca, recentemente musicata dai Mercanti di Liquore con evidente riferimento a qualcuno che ricorda molto da vicino il bizzoso ed arrogante protagonista... Il Dittatore Un punto piccoletto, Le parole protestarono: Tutto solo a mezza pagina Da "Filastrocche in cielo e in terra" (1960) July 11 Io so' io...In questi giorni di lodo, rispolveriamo pure un vecchio sempreverde di Giuseppe Gioacchino Belli. Sarà anche qualunquismo... Li soprani der monno vecchio, sonetto 361 - 21 gennaio 1832 C'era una vorta un Re che dar Palazzo mannò fora a li popoli st'editto: "Io sò io, e voi nun zete un cazzo, sori vassalli buggiaroni, e zitto. Io fo dritto lo storto e storto er dritto: pòzzo vé nneve a tutti a un tant'er mazzo: io, si ve fo impiccà, nun ve strapazzo, ché la vita e la robba io ve l'affitto. Chi abbita a sto monno senza er titolo o de Papa, o de Re, o d'Imperatore, quello nun pò avé mai voce in capitolo". Co st'editto annò er boja pe curiero, interroganno tutti in zur tenore; e arisposeno tutti: "È vero, è vero" ![]() July 08 Non è detto che sia tardi se non guardi che ora èPrima del temporale Ci sarò, prima del temporale July 01 "Magnaccia"Il dito e la luna. Un noto aforisma sostiene che quando il dito indica la luna lo sciocco guarda il dito. L'attenzione della gente infatti è spesso sviata da cose minori, in quanto più vicine, tralasciando di considerare i problemi sostanziali e ben maggiori che stanno sullo sfondo. Così è avvenuto in questi giorni per la grottesca vicenda delle telefonate intercorse alcuni mesi fa (e pubblicate in settimana dall'Espresso) tra la persona che è l'attuale presidente del consiglio italiano, Berlusconi, ed alcuni personaggi in vista del mondo dello spettacolo. Non so se il contenuto delle telefonate sia rilevante ai fini penali: stabilirlo è compito della magistratura. Sicuramente è rilevante ai fini etici, aspetto che un politico non dovrebbe mai ignorare e sul quale l'opinione pubblica dovrebbe sempre mostrare il massimo dell'intransigenza. In questa pantomima silviesca le azioni sconvenienti ai fini etici sono almeno due. Da un lato vi è il tentativo di piazzare delle signorine di bella presenza in qualche posticino remunerativo della televisione pubblica. La televisione pubblica è, appunto, pagata da tutti gli italiani indistintamente attraverso la gabella del canone, odiosa ma egualitaria. È curioso - naturalmente è solo un modo di dire - che a spingere per questo bieco uso della RAI sia la persona che possiede l'altra metà dell'etere e che, volendo, potrebbe usarsi le sue, di reti televisive, per piazzarci i raccomandati. Anche se, a ben pensarci, forse l'ha già fatto... Basta vedere la parata di cognomi in forza ai TG Mediaset per rendersene conto, e questi sono solo i casi più ragguardevoli e visibili. La raccomandazione, se fosse il caso di specificarlo è una pratica decisamente diffusa ma particolarmente odiosa, poiché mira ad aggirare qualsiasi selezione compiuta in base al merito, ché altrimenti, se merito e capacità vi fossero realmente, non se ne vedrebbe la necessità. Se serve specificarlo, un Paese dove il merito si è perso nelle brume è un Paese destinato alla deriva, ad una progressiva, inevitabile, decadenza. Ma soprattutto, l'aspetto che dovrebbe valere la condanna unanime della nazione, e che invece passa sotto silenzio, è che tutto questo balletto avveniva con l'esplicito fine di ingraziarsi un certo numero di senatori dell'allora maggioranza di centrosinistra. I senatori che Silvio cercava di circuire erano dunque i patrocinatori di queste signorine. Scopo dell'azione era quello di determinare una caduta del governo Prodi (che poi è caduto benissimo per i fatti suoi, senza bisogno di senatori e di veline varie: è bastato un mastella qualsiasi). Naturalmente questa manovra sarebbe avvenuta in barba al voto degli elettori, che per Sua Silvità è sacro e viene brandito di fronte a stampa, giudici ed avversari solo quando è in gioco la stabilità della sua augusta poltrona. Di passaggio mi domando anche se, a fronte di un'eventuale caduta del governo cagionata da questo alambiccare nascosto, si sarebbe parlato di "ribaltone" oppure ci si sarebbe inventati la storia della "salvezza della nazione", o di chissà quale altra lepidezza. Ora, di fronte a questo sconcio, la stampa italiana, asservita o meno, compiacente o meno, non ha trovato di meglio che scandalizzarsi per l'"ennesima violazione della privacy" accaduta con la pubblicazione delle conversazioni o per l'epiteto che Di Pietro ha rivolto al premier. Il dito e la luna, come si diceva. Ma su questo aspetto preferisco rinviare al bell'editoriale pubblicato da Paolo Flores d'Arcais sul sito di MicrOmega. Il direttore della rivista si produce in una condivisibile reprimenda al "Corriere della Sera", reprimenda tranquillamente estendibile alla gran parte della stampa italiana. Gli cedo la parola perché riassume ed esprime meglio di quanto avrei potuto fare io lo sdegno e le perplessità nei confronti di questa vicenda ai limiti del grottesco... “Il Corriere della Sera”, ovvero due pesi e due misure di Paolo Flores d'Arcais Il Corriere della Sera spara in prima pagina un titolo a cinque colonne: "Berlusconi, l'insulto di Di Pietro". Sottotitolo, la frase incriminata in virgolettato: "Il premier fa un lavoro più da magnaccia che da statista". Occhiello: Il Pdl contro il leader Idv: linguaggio da osteria, agiremo in giudizio. Alla frase di Di Pietro è dedicato l'intera seconda pagina. Ma il giorno prima i leader che avevano fatto dichiarazioni a proposito dell'affare politici/veline erano stati due: Di Pietro e Bossi. Quest'ultimo aveva detto: "meglio noi del centro-destra che andiamo con le donne, che quelli del centro-sinistra che vanno con i culattoni". Il Corriere dedica a questo "commento" del capo leghista un riquadrato quasi francobollo, dieci righe dieci, su una colonna, con il titolo manipolato, poichè fra virgolette - il che impone di riportare la frase alla lettera - viene scritto in modo edulcorato "gay" anzichè "culattoni". Eppure, la frase di Bossi era un crocevia di insulti: alla sinistra e ai gay (ed era anche falsa: purtroppo nelle telefonate di raccomandazioni etero indecenti non c'era solo la destra), mentre la frase di Di Pietro, nella sua integrità ("le intercettazioni che vogliono limitare ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista") aveva le caratteristiche di una proposizione descrittiva e niente altro. Un magnaccia è infatti colui che si fa mediatore, in vista di un vantaggio, di episodi di prostituzione, caratterizzati dallo scambio di favori sessuali in cambio di denaro o altra utilità. Proprio quanto alcune delle intercettazioni lasciano intendere. Eppure, Il Corriere della Sera monta lo scandalo-Di Pietro e minimizza a colore locale il vero insulto, quello di Bossi. Alla faccia del giornalismo imparziale (imparzialità un tempo umiliata a equidistanza, oggi neppure quella). Del resto, l'editoriale che affianca la "notizia del giorno" si occupa dei rapporti giustizia-politica, per la penna di Ernesto Galli della Loggia. Il problema, manco a dirlo, è lo strapotere dei magistrati. Sfugge a Galli della Loggia (e ad Ostellino, e a Panebianco) che negli Stati Uniti un Presidente (Nixon) è stato costretto alle dimissioni per aver coperto attività di spioni che ai Pio Pompa tanto amati da Berlusconi non avevano nulla da insegnare, mentre con mesi di intercettazioni legali (quelle che Berlusconi vuole ora abolire) i magistrati americani hanno fatto una retata di top manager che ha messo in ginocchio la borsa di New York. Al Corriere, insomma, insieme all'imparzialità latita anche la logica. |